Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
BiELLE Interviste
Sursum Corda, la musica dietro la cascata
"Oltre la bellezza per cercare la profondità"
di Giorgio Maimone


Ascolti collegati


Sursum Corda
L'albero dei bradipi

Sursum Corda

In volo

Piccola Bottega Baltazar
Il disco dei miracoli

Piccola Bottega Baltazar
Canzoni in forma di fiore


Espanta Bruixas
Canti di fortuna


Fabularasa
En plein air





Il 26 luglio 2005, il giorno prima del mio 52esimo compleanno, su Bielle usciva la prima recensione in assoluto che parlava dei Sursum Corda. Il disco si chiamava “L’albero dei bradipi” ed era stato pubblicato per la prima volta nel 2004. Forti di questa primogenitura abbiamo avuto la possibilità di vedere nascere, a tappe, questo “Le porte dietro la cascata”, che è il secondo album di canzoni dei Sursum Corda, sei anni dopo il primo, e il quarto in assoluto, considerando le due colonne sonore uscire nel frattempo: “In volo” nel 2006 e “Musica d’argilla” del 2009. “Bravi, bravissimi … forse troppo bravi” era stato il nostro primo titolo dedicato ai Sursum. Poi abbiamo avuto occasione di vederli crescere e di confermare la prima sensazione.

I Sursum Corda rappresentano in Italia un po’ qualcosa che non c’è. Se proprio si vuole trovare un corrispettivo possiamo pensare alle Penguin Café Orchestra o alle melodie senza tempo di René Aubry. Abbiamo ascoltato per la prima volta questi brani l’estate scorsa, li abbiamo risentiti a cd pronto e l’impressione è che sia stato fatto ancora un passo avanti. Ne parliamo con Giampiero “Nero” Sanzari, chitarra classica e voce e con Piero Bruni, chitarra classica e acustica, alla presenza del loro produttore Fausto Dasé, uno che a Milano sta mettendo la sua firma in calce ad alcuni dei migliori lavori: lo scorso anno gli Elisir e quest’anno i Sursum Corda. Avvertenza: il nome del gruppo può essere scritto Sursumcorda tutto attaccato, Sursum Corda come io preferisco, o anche Sur Sum Corda, come appare sul disco. Ma sempre di loro si tratta.

Un parto molto lungo, ma coronato da successo. Quanti ci avete lavorato per arrivare a questo risultato?

Nero: Abbiamo perso la cognizione del tempo … Siamo partiti a novembre 2008 e siamo arrivati a marzo 2010. In pratica eravamo giovani quando siamo partiti. (Ridiamo)

Le canzoni erano già pronte quando siete arrivati in studio?

Piero: Sì e no. In gran parte, ma qualcosa l’abbiamo composta proprio prima di iniziare. Tutti insieme

Tanto lavoro, ma è venuto fuori un album doppio. Come mai la scelta di fare un doppio?

Nero: Il fatto è che sono brani molto arrangiati, molto ricchi. E quindi è successo che durante la registrazione ci siamo resi conto che c’erano delle parti avevano una loro identità, una lroo fisionomia e ci siamo chiesti: “Perché eliminarle, perché rinunciare?” E siccome erano belle anche così, prese singolarmente e non solo come parti di canzoni, abbiamo inizialmente pensato di fare una sorta di raccolta. Poi c’è stata la proposta da parte dell’etichetta di farne proprio un cd fisico, un cd numero due e quindi alla fine la scelta è stata questa. La ricchezza degli arrangiamenti ci ha portato quasi a originarne degli altri. Un procedimento strano.

Da canzone è nata canzone, quasi per gemmazione. Che poi sono i frattali … così definiti sul disco.

Nero: Li abbiamo chiamati frattali proprio perché sono contenuti l’uno dentro l’altro, proprio come se fossero delle scatole cinesi. Sono in realtà frazioni di brani, però così arrangiati hanno una loro identità e possono essere considerati frattali. Con una giusta approssimazione.

Per risparmiarvi affannose ricerche vi dirò che un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse, ovvero che non cambia aspetto anche se visto con una lente d'ingrandimento. L’origine semantica è la stessa di frazione, ossia “rotto”, “parte” (Ndr)

Quanto tempo è passato dal precedente disco di canzoni che era “L’albero dei bradipi”, l’unico anzi.

Piero: Sono passati almeno cinque anni. Il disco uscì, poi ci mise un po’ a essere conosciuto. Eravamo proprio alle prime esperienze e dovevamo capire ancora come muoverci. Poi è stato ristampato nel 2007.

Nel frattempo avete fatto altre cose, vi siete specializzati coi documentari, lavorando con le immagini …Sonorizzando l’immagine, no?

Nero: Sì, abbiamo trovato questa situazione molto favorevole in cui la nostra musica si sposava con le immagini di questi documentari prima d’arte e quindi anche d’attualità come in “Musica d’argilla” che è la musica di “Debito d’ossigeno” che è un documentario che parla della crisi economica di adesso. Un tema attualissimo. Quindi siamo passati dal ‘500 dei documentari d’arte a temi quotidiani dei tempi nostri.

Complessivamente com’è “Le porte dietro la cascata”? Come vorreste fosse definito. Oltre che bello. “Ascoltatelo, è un bel disco! Suona molto bene” (ridiamo)

Nero: Noi lo chiamiamo un concept album, perché dietro il titolo ci sta tutto il concetto del disco. La cascata è qualcosa di unico, di solito circondata da una situazione paesaggistica molto bella. “la porta dietro la cascata” quindi è un’esortazione ad andare oltre la bellezza, oltre la maestosità e cercare dove inizia la profondità. Andare oltre.

Che è un pochino, come sembra leggendo tra titoli e testi, quasi una sorta di percorso spirituale? Si parla di rinascita, di infinito, di esistenza … Temi non piccolissimi.

Nero: Sono temi grandi. Noi li abbiamo affrontati in maniera poetica, per cui non siamo entrati troppo dentro, perché non siamo dei filosofi, siamo dei musicisti. Abbiamo usato la poesia per descrivere delle sensazione che portassero a delle emozioni dentro di noi. Quindi il testo di “L’infinito” ad esempio parla di come una cosa infinitamente piccola possa diventare grande con la poesia. Quindi anche un gesto banale, anche scontato può diventare un gesto preziosissimo; la dimensione, con la poesia, cambia.

Il vostro modo di comporre come si esplicita? Parte dalle musiche … arriva ai testi … o è uno scambio?

Nero: E’ sempre uno scambio. Un processo molto integrato. Di solito io scrivo delle bozze di testi e poi li finisco quando è finita la musica, oppure addirittura è capitato alcune volte che lui (Piero) mi abbia detto “Facciamo un brano con un titolo così” e io poi ho scritto il testo ed abbiamo fatto la canzone con quel titolo. E’ sempre un’operazione molto integrata. Testo e musica vanno di pari passo. Non c’è una cosa che nasce prima o nasce dopo.

A proposito di titoli curiosi. “La mia bisnonna è in buone mani” non è male … (ridiamo)

Nero: Questo è un brano che racconta una storia, forse l’unica vera storia del disco. La storia di una persona molto anziana e questo nipote che parla con un suo amico, una terza persona che però non ha funzione nella storia e gli dice “Accudisci la mia bisnonna questa sera, ma non ti preoccupare perché alla fine sarà lei che accudirà te. I suoi ricordi ti sommergeranno così tanto di emozioni che ti troverai come in un viaggio spirituale-mentale in cui sarà lei a coccolarti per stare in quest’isola mentale di pace senza età. Così la debolezza diventa forza e la forza diventa debolezza.

E’ un titolo che cattura l’attenzione. A sorpresa dentro trovo una cover dei Beatles! “It’s for you”

Piero: Non è proprio dei Beatles. E’ solo di Lennon-McCartney, è un esperimento che avevano fatto solo loro due senza il resto del gruppo. Questo brano è stato poi riscritto per Mina con gli arrangiamenti di Augusto Martelli e il titolo “So che mi vuoi”. Ed è un brano che in italiano rende molto più che in inglese. Almeno questo è quello che abbiamo osservato noi. Uno di quei rari esempi in cui l’italiano sembra funzionare meglio delle lingue straniere. E noi, che come sai, siamo affezionati all’italiano, ci siamo detti lo riproponiamo anche noi, lo riarrangiamo alla nostra maniera e il pezzo ci è piaciuto così tanto che abbiamo deciso di inserirlo.

Tra l’altro per voi la cover è una novità assoluta. Non l’avevate mai fatta.

Nero: Una novità assoluta su disco. Dal vivo qualcosa abbiamo fatto con Fiorenzo Carpi e un brano di Piero Ciampi.Niente a che vedere con Mina, ovviamente, soprattutto dal punto di vista vocale (ridiamo)

… che non è, casualmente, ospite nel disco …

Nero: Ci piacerebbe. Comunque ci tengo a precisare che non abbiamo nessuna pretesa di assomigliarle.

Vedo che nel disco c’è un uso di strumenti molto ampi ed alcuni assolutamente originali. Ad esempio l’Inanga, El guit, l’Indonongo … di cosa si tratta? Come siete andati a pescarli?

Nero: Un po’ li porta Piero quando torna dall’Africa, perché è proprio un po’ un cultore degli strumenti africani e un po’ dipende dal fatto che noi siamo dei curiosi pazzeschi e appena sentiamo un suono nuovo andiamo a ricercarlo e ci viene quasi voglia di rubarlo.

Ad esempio l’Inanga cos’è?

Piero: E’ uno dei tre-quattro strumenti tipici del Burundi, molto rudimentale. E’ una tavola un po’ decorata su cui è avvolta una corda singola, un filo da pesca e l’accordatura abbiamo provato a farla con dei bastoncelli, cercando di dare un po’ di intonazione a questo strumento.

L’altro strumento strano l’indonongo è un corno, mi dicevi.

Piero: Sì, un corno di bue tagliato, sormontato da una corda, che simula un arco al contrario dove anziché dover schiacciare la corda la si allontana dal fulcro di questo pezzo di legno e si suona con un archetto fatto col copertone di una camera d’aria tagliato in modo particolare.

E tutto questo per il gusto di miscelare suoni di origine diversa?

Piero: Sì di mischiare quella formazione originaria nostra, quasi classica, con suoni etnici. Come se si vedesse la musica dal basso verso l’alto. Ci ha sempre incuriosito miscelare suoni così lontani, questi mondi totalmente distanti. E devo dire che è piaciuto molto il nostro approccio al maestro Ferretti che ci ha aiutato nelle orchestrazioni ed è rimasto attratto da questi strumenti strani.

Oltre a questo c’è una lista di ospiti che occupa metà del libretto.

Nero: Sì, dovevamo fare un altro libretto solo per gli ospiti (ridiamo)

Piero: Capisci che se passiamo un anno intero in studio dopo un po’ ti viene da invitare qualcuno!

C’è bisogno di amici che ti sostengano!

Piero: Dopo che ci siamo raccontati tutte le nostre storie e ci abbiamo messo due mesi o anche tre, a quel punto dobbiamo chiamare gli amici.

Nero: Poi sai, anche già nel primo disco c’erano 12 musicisti. Ed era il disco d’esordio, fatto in casa, praticamente. Questa volta, essendoci i mezzi, abbiamo detto “almeno il doppio!” (ridiamo)

E’ un po’ cambiata la formazione? Claudia Verdelocco adesso è un’ospite e prima era dentro al gruppo

Nero: Sì, ma il gruppo è un gruppo aperto, dove c’è un nocciolo duro che porta avanti il discorso e sono quelli sempre presenti nei live. Gli altri, quando abbiamo la possibilità di coinvolgerli lo facciamo. Abbiamo però dei limiti di dimensione del gruppo. Sarebbe bello vedere tutto il gruppo al completo, forse un giorno lo faremo. E’ uno di quei sogni che vogliamo realizzare.

Formazione base?

Nero: Attualmente siamo in cinque. Questo è il nocciolo base.

Quasi sei – interviene Fausto Dasé – perché c’è anche Alessandro, il bassista, che c’è quasi sempre.

Le varie canzoni hanno altre storie dietro? C’è qualcosa di particolare da sapere? Qual è la più vecchia, ad esempio, il punto dal quale siete partiti?

Nero: La più vecchia è “Esistenza”, è un brano che abbiamo fatto io e Piero da piccoli. Lui aveva 14 anni, io poco di più e, ovviamente, ti farei sentire la versione vecchia, vicino a quella nuova. Non è rimasto quasi niente. Un pezzettino di testo si è salvato … come quando si fa un restauro molto rigoroso: è rimasto un pezzo di muro, è rimasta una traccia …

Ma vi conoscete da così tanto tempo?

Nero: Lui, Piero, veniva al mare a Livorno dove vivevo io.

Piero: Sì, perché avevo un nonno livornese. Tutto è nato allora dal “dai suoniamo in spiaggia”, le indianate e quelle cose lì …

Nero: Poi ci siamo allontanati e poi ci siamo ritrovati ancora anni dopo. Comunque l’amicizia dura da vent’anni.

E il gruppo quando si è formato?

Nero: Io e lui suoniamo insieme da prima del 2000, la volontà di formare il gruppo risale invece proprio al 2000. Però già da prima avevamo portato avanti i brani, ne avevamo scritto diversi …

Sentite, al di là di questa canzone preistorica, qual è la più antica, ma di tempi “storici”?

Nero: C’è “Il palazzo” che è abbastanza vecchio come brano ed ha avuto un sacco di versioni. Ne abbiamo contate 15. Poi è stato deciso che questa era la migliore. E’ il produttore che interviene e dice “E’ questa!” per cui ci inchiniamo al suo volere: Poi abbiamo fatto “La porta dietro la cascata” che è un brano particolare. Un brano che c’era prima ancora dell’album ed era un’idea che era rimasta un po’ lì. Poi però, pensando al concetto del disco abbiamo deciso di riprenderla e rivoluzionarla perché anche questa dell’idea originaria ha ben poco. Però ci serviva un brano strumentale di introduzione che spiegasse con la musica quello che il testo non diceva. Un brano che spiegasse con la musica al posto di un testo che non c’è. E abbiamo scelto di mettere un preludio verbale, invertendo l’ordine dei fattori, perché i preludi per principio sono solo strumentali. Abbiamo invertito il concetto. Una voce fuori campo che introduce e la musica successiva che spiega.

Come figura di gruppo i Sursum Corda sono particolari. A quale gruppo vi sembra di assomigliare? Che musica ascoltate? Chi possono essere i vostri referenti? Come chi suonano i Sursum Corda? Nessuno, in Italia.

Nero: E’ difficile dirlo. Noi sentiamo talmente tanta musica che le influenze sono molteplici. Il primo nome che mi viene in mente è Fiorenzo Carpi, autore che ci ha dato tanto e ingiustamente sottovalutato. Non ha avuto la fortuna di un Morricone, che è un grandissimo autore ugualmente.

Piero: Noi come prima esperienza abbiamo fatto proprio per anni i busker, suonando per strada. Ed è lì che nasce l’ispirazione perché nel marciapiede di fianco al tuo può esserci un ensemble veramente estemporaneo di gente che si trova lì a suonare e tu senti che la musica la vivi allo stesso modo, hai in mano magari un flauto, una chitarra, un campanello, vai anche tu, ti aggiungi e in quel momento sei parte del gruppo al 100%.

Nero: Per osmosi

Piero: E’ in questo caos che in modo del tutto imprevisto ed imprevedibile nascevano delle situazioni fantastiche che ci hanno ispirato e ci hanno spinto a credere che anche noi potevamo fare un gruppo che avesse questa connotazione, questa serie di ispirazioni così variegate.

Una musica “aperta”. Anche in questo caso si può parlare della musica che si trova “dietro la cascata”

Nero: Esatto. E’ così alla fine. E questo c’era anche nell’altro album, ma qui ancora di più. E’ proprio un viaggio … quello dell’Albero era un viaggio fisico, qui diventa un viaggio mentale. Infatti per questo abbiamo tirato fuori concetti quasi filosofici.

Piero: C’è anche una ballerina che si esibisce durante i nostri spettacoli e anche con lei abbiamo avuto lo stesso approccio. Siamo stati sullo stesso marciapiede. Ci siamo avvicinati e così si va avanti, quando si può, a lavorare assieme, a ritrovarci per fare qualcosa insieme.

Si parlava prima di un video …

Nero: Sì, è un’idea di Giovanni Pitscheider. Si stava cercando di capire quale brano scegliere per un video e lui venne qui quando stavamo lavorando con Gianfranco Grisi che è uno dei pochissimi suonatori di cristallarmonium d’Italia, ha lavorato, tra gli altri anche con Vinicio Capossela. Avevamo bisogno di un suono che fosse etereo che fosse penetrante, ma che desse anche l’idea della rarefazione del suono. Lo abbiamo contatto ed è stato felicissimo di partecipare. Durante la registrazione venne qui Giovanni Pitscheider e fu colpito dal brano e ci propose questa idea di usare delle polveri facendole muovere con la musica. Abbiamo quindi usato le casse, i subwoofer che emettevano questo suono potente e sollevavano le polveri che si muovevano al ritmo della musica. Era un’idea molto coerente col concetto di infinito e nello stesso tempo era un’idea originale. L’abbiamo fatto, il video, perché abbiamo trovato dell’originalità, non solo così tanto per farlo. Poi alla fine l’idea è stata ripresa ed è finita sui manifesti della tournée:

Fausto Dasè: L’idea di questa polvere rielaborata graficamente. Noi abbiamo fatto questo videoclip de “L’infinito” che è una scelta coraggiosa, perché il brano dura 7 minuti. Ed è una durata inconsueta. Più che una scelta commerciale questa è una scelta artistica. Lo useremo probabilmente per mandarlo a qualche premio.

Piero: Poi forse ne faremo un altro con un brano più a portata di pubblico … lo possiamo dire? Sì? Col brano “A la merci du voyage”.

Fausto Dasé: Il singolo del disco sarà “A la merci du voyage”. Siamo già in trattativa per registrare il video a fine maggio ed essere pronti verso il 10 giugno.

Alla faccia della partenza lanciata! Disco doppio, due video, tour che parte già bene con un bel po’ di date previste, registrazione, bisogna dirlo, superba, perché la prima volta che l’ho ascoltato non ero in condizioni ideali, ma il suono balzava letteralmente fuori dai solchi. La prima qualità che colpisce è il suono quando metti su il disco. Senti tutti i singoli strumenti.

Fausto Dasè: D’altronde quando ci si mette lì e si dice “adesso facciamo un disco” e lo si fa come lo si faceva una volta, senza nessuno che ti mette fretta per fare le cose, per forza di cosa si fanno delle scelte, le scelte possono essere più o meno ponderate, però sono tutte pesate. Si registra dieci volte anziché due volte. “No questo, no quello”. “Andiamo a riprendere quello che abbiamo registrato l’altra volta che forse era meglio”. Si cambiano anche i musicisti …

Nero: C’è stato di tutto, ma la storia è lunga, è durata un anno e mezzo!

Piero: E continua ….

Sul web
Sito ufficiale
MySpace

Intervista rilasciata il 16-05-2010
HOME