Il 26
luglio 2005, il giorno prima del mio 52esimo compleanno, su Bielle
usciva la prima recensione in assoluto che parlava dei Sursum Corda.
Il disco si chiamava “L’albero dei bradipi” ed
era stato pubblicato per la prima volta nel 2004. Forti di questa
primogenitura abbiamo avuto la possibilità di vedere nascere,
a tappe, questo “Le porte dietro la cascata”, che è
il secondo album di canzoni dei Sursum Corda, sei anni dopo il primo,
e il quarto in assoluto, considerando le due colonne sonore uscire
nel frattempo: “In volo” nel 2006 e “Musica d’argilla”
del 2009. “Bravi, bravissimi … forse troppo bravi”
era stato il nostro primo titolo dedicato ai Sursum. Poi abbiamo
avuto occasione di vederli crescere e di confermare la prima sensazione.
I Sursum Corda rappresentano in Italia un po’ qualcosa che
non c’è. Se proprio si vuole trovare un corrispettivo
possiamo pensare alle Penguin Café Orchestra o alle melodie
senza tempo di René Aubry. Abbiamo ascoltato per la prima
volta questi brani l’estate scorsa, li abbiamo risentiti a
cd pronto e l’impressione è che sia stato fatto ancora
un passo avanti. Ne parliamo con Giampiero “Nero” Sanzari,
chitarra classica e voce e con Piero Bruni, chitarra classica e
acustica, alla presenza del loro produttore Fausto Dasé,
uno che a Milano sta mettendo la sua firma in calce ad alcuni dei
migliori lavori: lo scorso anno gli Elisir e quest’anno i
Sursum Corda. Avvertenza: il nome del gruppo può essere scritto
Sursumcorda tutto attaccato, Sursum Corda come io preferisco, o
anche Sur Sum Corda, come appare sul disco. Ma sempre di loro si
tratta.
Un
parto molto lungo, ma coronato da successo. Quanti ci avete lavorato
per arrivare a questo risultato?
Nero:
Abbiamo perso la cognizione del tempo … Siamo partiti
a novembre 2008 e siamo arrivati a marzo 2010. In pratica eravamo
giovani quando siamo partiti. (Ridiamo)
Le
canzoni erano già pronte quando siete arrivati in studio?
Piero:
Sì e no. In gran parte, ma qualcosa l’abbiamo
composta proprio prima di iniziare. Tutti insieme
Tanto
lavoro, ma è venuto fuori un album doppio. Come mai la
scelta di fare un doppio?
Nero:
Il fatto è che sono brani molto arrangiati, molto
ricchi. E quindi è successo che durante la registrazione
ci siamo resi conto che c’erano delle parti avevano una
loro identità, una lroo fisionomia e ci siamo chiesti:
“Perché eliminarle, perché rinunciare?”
E siccome erano belle anche così, prese singolarmente e
non solo come parti di canzoni, abbiamo inizialmente pensato di
fare una sorta di raccolta. Poi c’è stata la proposta
da parte dell’etichetta di farne proprio un cd fisico, un
cd numero due e quindi alla fine la scelta è stata questa.
La ricchezza degli arrangiamenti ci ha portato quasi a originarne
degli altri. Un procedimento strano.
Da
canzone è nata canzone, quasi per gemmazione. Che poi sono
i frattali … così definiti sul disco.
Nero:
Li abbiamo chiamati frattali proprio perché sono
contenuti l’uno dentro l’altro, proprio come se fossero
delle scatole cinesi. Sono in realtà frazioni di brani,
però così arrangiati hanno una loro identità
e possono essere considerati frattali. Con una giusta approssimazione.
Per risparmiarvi
affannose ricerche vi dirò che un frattale è un
oggetto geometrico che si ripete nella sua struttura allo stesso
modo su scale diverse, ovvero che non cambia aspetto anche se
visto con una lente d'ingrandimento. L’origine semantica
è la stessa di frazione, ossia “rotto”, “parte”
(Ndr)
Quanto
tempo è passato dal precedente disco di canzoni che era
“L’albero dei bradipi”, l’unico anzi.
Piero:
Sono passati almeno cinque anni. Il disco uscì,
poi ci mise un po’ a essere conosciuto. Eravamo proprio
alle prime esperienze e dovevamo capire ancora come muoverci.
Poi è stato ristampato nel 2007.
Nel
frattempo avete fatto altre cose, vi siete specializzati coi documentari,
lavorando con le immagini …Sonorizzando l’immagine,
no?
Nero:
Sì, abbiamo trovato questa situazione molto favorevole
in cui la nostra musica si sposava con le immagini di questi documentari
prima d’arte e quindi anche d’attualità come
in “Musica d’argilla” che è
la musica di “Debito d’ossigeno”
che è un documentario che parla della crisi economica di
adesso. Un tema attualissimo. Quindi siamo passati dal ‘500
dei documentari d’arte a temi quotidiani dei tempi nostri.
Complessivamente
com’è “Le porte dietro la cascata”? Come
vorreste fosse definito. Oltre che bello. “Ascoltatelo,
è un bel disco! Suona molto bene” (ridiamo)
Nero:
Noi lo chiamiamo un concept album, perché dietro
il titolo ci sta tutto il concetto del disco. La cascata è
qualcosa di unico, di solito circondata da una situazione paesaggistica
molto bella. “la porta dietro la cascata” quindi è
un’esortazione ad andare oltre la bellezza, oltre la maestosità
e cercare dove inizia la profondità. Andare oltre.
Che
è un pochino, come sembra leggendo tra titoli e testi,
quasi una sorta di percorso spirituale? Si parla di rinascita,
di infinito, di esistenza … Temi non piccolissimi.
Nero:
Sono temi grandi. Noi li abbiamo affrontati in maniera
poetica, per cui non siamo entrati troppo dentro, perché
non siamo dei filosofi, siamo dei musicisti. Abbiamo usato la
poesia per descrivere delle sensazione che portassero a delle
emozioni dentro di noi. Quindi il testo di “L’infinito”
ad esempio parla di come una cosa infinitamente piccola possa
diventare grande con la poesia. Quindi anche un gesto banale,
anche scontato può diventare un gesto preziosissimo; la
dimensione, con la poesia, cambia.
Il
vostro modo di comporre come si esplicita? Parte dalle musiche
… arriva ai testi … o è uno scambio?
Nero:
E’ sempre uno scambio. Un processo molto integrato.
Di solito io scrivo delle bozze di testi e poi li finisco quando
è finita la musica, oppure addirittura è capitato
alcune volte che lui (Piero) mi abbia detto “Facciamo un
brano con un titolo così” e io poi ho scritto il
testo ed abbiamo fatto la canzone con quel titolo. E’ sempre
un’operazione molto integrata. Testo e musica vanno di pari
passo. Non c’è una cosa che nasce prima o nasce dopo.
A
proposito di titoli curiosi. “La mia bisnonna è in
buone mani” non è male … (ridiamo)
Nero:
Questo è un brano che racconta una storia, forse
l’unica vera storia del disco. La storia di una persona
molto anziana e questo nipote che parla con un suo amico, una
terza persona che però non ha funzione nella storia e gli
dice “Accudisci la mia bisnonna questa sera, ma non ti preoccupare
perché alla fine sarà lei che accudirà te.
I suoi ricordi ti sommergeranno così tanto di emozioni
che ti troverai come in un viaggio spirituale-mentale in cui sarà
lei a coccolarti per stare in quest’isola mentale di pace
senza età. Così la debolezza diventa forza e la
forza diventa debolezza.
E’
un titolo che cattura l’attenzione. A sorpresa dentro trovo
una cover dei Beatles! “It’s for you”
Piero:
Non è proprio dei Beatles. E’ solo di Lennon-McCartney,
è un esperimento che avevano fatto solo loro due senza
il resto del gruppo. Questo brano è stato poi riscritto
per Mina con gli arrangiamenti di Augusto Martelli e il titolo
“So che mi vuoi”. Ed è
un brano che in italiano rende molto più che in inglese.
Almeno questo è quello che abbiamo osservato noi. Uno di
quei rari esempi in cui l’italiano sembra funzionare meglio
delle lingue straniere. E noi, che come sai, siamo affezionati
all’italiano, ci siamo detti lo riproponiamo anche noi,
lo riarrangiamo alla nostra maniera e il pezzo ci è piaciuto
così tanto che abbiamo deciso di inserirlo.
Tra
l’altro per voi la cover è una novità assoluta.
Non l’avevate mai fatta.
Nero:
Una novità assoluta su disco. Dal vivo qualcosa
abbiamo fatto con Fiorenzo Carpi e un brano di Piero Ciampi.Niente
a che vedere con Mina, ovviamente, soprattutto dal punto di vista
vocale (ridiamo)
…
che non è, casualmente, ospite nel disco …
Nero:
Ci piacerebbe. Comunque ci tengo a precisare che non
abbiamo nessuna pretesa di assomigliarle.
Vedo
che nel disco c’è un uso di strumenti molto ampi
ed alcuni assolutamente originali. Ad esempio l’Inanga,
El guit, l’Indonongo … di cosa si tratta? Come siete
andati a pescarli?
Nero:
Un po’ li porta Piero quando torna dall’Africa,
perché è proprio un po’ un cultore degli strumenti
africani e un po’ dipende dal fatto che noi siamo dei curiosi
pazzeschi e appena sentiamo un suono nuovo andiamo a ricercarlo
e ci viene quasi voglia di rubarlo.
Ad
esempio l’Inanga cos’è?
Piero:
E’ uno dei tre-quattro strumenti tipici del Burundi,
molto rudimentale. E’ una tavola un po’ decorata su
cui è avvolta una corda singola, un filo da pesca e l’accordatura
abbiamo provato a farla con dei bastoncelli, cercando di dare
un po’ di intonazione a questo strumento.
L’altro
strumento strano l’indonongo è un corno, mi dicevi.
Piero:
Sì, un corno di bue tagliato, sormontato da una
corda, che simula un arco al contrario dove anziché dover
schiacciare la corda la si allontana dal fulcro di questo pezzo
di legno e si suona con un archetto fatto col copertone di una
camera d’aria tagliato in modo particolare.
E
tutto questo per il gusto di miscelare suoni di origine diversa?
Piero:
Sì di mischiare quella formazione originaria nostra,
quasi classica, con suoni etnici. Come se si vedesse la musica
dal basso verso l’alto. Ci ha sempre incuriosito miscelare
suoni così lontani, questi mondi totalmente distanti. E
devo dire che è piaciuto molto il nostro approccio al maestro
Ferretti che ci ha aiutato nelle orchestrazioni ed è rimasto
attratto da questi strumenti strani.
Oltre
a questo c’è una lista di ospiti che occupa metà
del libretto.
Nero:
Sì,
dovevamo fare un altro libretto solo per gli ospiti (ridiamo)
Piero:
Capisci che se passiamo un anno intero in studio dopo
un po’ ti viene da invitare qualcuno!
C’è
bisogno di amici che ti sostengano!
Piero:
Dopo che ci siamo raccontati tutte le nostre storie e
ci abbiamo messo due mesi o anche tre, a quel punto dobbiamo chiamare
gli amici.
Nero:
Poi sai, anche già nel primo disco c’erano
12 musicisti. Ed era il disco d’esordio, fatto in casa,
praticamente. Questa volta, essendoci i mezzi, abbiamo detto “almeno
il doppio!” (ridiamo)
E’
un po’ cambiata la formazione? Claudia Verdelocco adesso
è un’ospite e prima era dentro al gruppo
Nero:
Sì, ma il gruppo è un gruppo aperto, dove
c’è un nocciolo duro che porta avanti il discorso
e sono quelli sempre presenti nei live. Gli altri, quando abbiamo
la possibilità di coinvolgerli lo facciamo. Abbiamo però
dei limiti di dimensione del gruppo. Sarebbe bello vedere tutto
il gruppo al completo, forse un giorno lo faremo. E’ uno
di quei sogni che vogliamo realizzare.
Formazione
base?
Nero:
Attualmente siamo in cinque. Questo è il nocciolo
base.
Quasi sei – interviene
Fausto Dasé – perché c’è anche
Alessandro, il bassista, che c’è quasi sempre.
Le
varie canzoni hanno altre storie dietro? C’è qualcosa
di particolare da sapere? Qual è la più vecchia,
ad esempio, il punto dal quale siete partiti?
Nero:
La più vecchia è “Esistenza”,
è un brano che abbiamo fatto io e Piero da piccoli. Lui
aveva 14 anni, io poco di più e, ovviamente, ti farei sentire
la versione vecchia, vicino a quella nuova. Non è rimasto
quasi niente. Un pezzettino di testo si è salvato …
come quando si fa un restauro molto rigoroso: è rimasto
un pezzo di muro, è rimasta una traccia …
Ma
vi conoscete da così tanto tempo?
Nero:
Lui, Piero, veniva al mare a Livorno dove vivevo io.
Piero:
Sì, perché avevo un nonno livornese. Tutto
è nato allora dal “dai suoniamo in spiaggia”,
le indianate e quelle cose lì …
Nero:
Poi ci siamo allontanati e poi ci siamo ritrovati ancora
anni dopo. Comunque l’amicizia dura da vent’anni.
E
il gruppo quando si è formato?
Nero:
Io e lui suoniamo insieme da prima del 2000, la volontà
di formare il gruppo risale invece proprio al 2000. Però
già da prima avevamo portato avanti i brani, ne avevamo
scritto diversi …
Sentite,
al di là di questa canzone preistorica, qual è la
più antica, ma di tempi “storici”?
Nero:
C’è “Il palazzo”
che è abbastanza vecchio come brano ed ha avuto un sacco
di versioni. Ne abbiamo contate 15. Poi è stato deciso
che questa era la migliore. E’ il produttore che interviene
e dice “E’ questa!” per cui ci inchiniamo al
suo volere: Poi abbiamo fatto “La porta dietro
la cascata” che è un brano particolare.
Un brano che c’era prima ancora dell’album ed era
un’idea che era rimasta un po’ lì. Poi però,
pensando al concetto del disco abbiamo deciso di riprenderla e
rivoluzionarla perché anche questa dell’idea originaria
ha ben poco. Però ci serviva un brano strumentale di introduzione
che spiegasse con la musica quello che il testo non diceva. Un
brano che spiegasse con la musica al posto di un testo che non
c’è. E abbiamo scelto di mettere un preludio verbale,
invertendo l’ordine dei fattori, perché i preludi
per principio sono solo strumentali. Abbiamo invertito il concetto.
Una voce fuori campo che introduce e la musica successiva che
spiega.
Come
figura di gruppo i Sursum Corda sono particolari. A quale gruppo
vi sembra di assomigliare? Che musica ascoltate? Chi possono essere
i vostri referenti? Come chi suonano i Sursum Corda? Nessuno,
in Italia.
Nero:
E’ difficile dirlo. Noi sentiamo talmente tanta
musica che le influenze sono molteplici. Il primo nome che mi
viene in mente è Fiorenzo Carpi, autore che ci ha dato
tanto e ingiustamente sottovalutato. Non ha avuto la fortuna di
un Morricone, che è un grandissimo autore ugualmente.
Piero:
Noi come prima esperienza abbiamo fatto proprio per anni
i busker, suonando per strada. Ed è lì che nasce
l’ispirazione perché nel marciapiede di fianco al
tuo può esserci un ensemble veramente estemporaneo di gente
che si trova lì a suonare e tu senti che la musica la vivi
allo stesso modo, hai in mano magari un flauto, una chitarra,
un campanello, vai anche tu, ti aggiungi e in quel momento sei
parte del gruppo al 100%.
Nero:
Per osmosi
Piero:
E’ in questo caos che in modo del tutto imprevisto
ed imprevedibile nascevano delle situazioni fantastiche che ci
hanno ispirato e ci hanno spinto a credere che anche noi potevamo
fare un gruppo che avesse questa connotazione, questa serie di
ispirazioni così variegate.
Una
musica “aperta”. Anche in questo caso si può
parlare della musica che si trova “dietro la cascata”
Nero:
Esatto. E’ così alla fine. E questo c’era
anche nell’altro album, ma qui ancora di più. E’
proprio un viaggio … quello dell’Albero era un viaggio
fisico, qui diventa un viaggio mentale. Infatti per questo abbiamo
tirato fuori concetti quasi filosofici.
Piero:
C’è anche una ballerina che si esibisce
durante i nostri spettacoli e anche con lei abbiamo avuto lo stesso
approccio. Siamo stati sullo stesso marciapiede. Ci siamo avvicinati
e così si va avanti, quando si può, a lavorare assieme,
a ritrovarci per fare qualcosa insieme.
Si
parlava prima di un video …
Nero:
Sì, è un’idea di Giovanni Pitscheider.
Si stava cercando di capire quale brano scegliere per un video
e lui venne qui quando stavamo lavorando con Gianfranco Grisi
che è uno dei pochissimi suonatori di cristallarmonium
d’Italia, ha lavorato, tra gli altri anche con Vinicio Capossela.
Avevamo bisogno di un suono che fosse etereo che fosse penetrante,
ma che desse anche l’idea della rarefazione del suono. Lo
abbiamo contatto ed è stato felicissimo di partecipare.
Durante la registrazione venne qui Giovanni Pitscheider e fu colpito
dal brano e ci propose questa idea di usare delle polveri facendole
muovere con la musica. Abbiamo quindi usato le casse, i subwoofer
che emettevano questo suono potente e sollevavano le polveri che
si muovevano al ritmo della musica. Era un’idea molto coerente
col concetto di infinito e nello stesso tempo era un’idea
originale. L’abbiamo fatto, il video, perché abbiamo
trovato dell’originalità, non solo così tanto
per farlo. Poi alla fine l’idea è stata ripresa ed
è finita sui manifesti della tournée:
Fausto
Dasè: L’idea di questa polvere rielaborata
graficamente. Noi abbiamo fatto questo videoclip de “L’infinito”
che è una scelta coraggiosa, perché il brano dura
7 minuti. Ed è una durata inconsueta. Più che una
scelta commerciale questa è una scelta artistica. Lo useremo
probabilmente per mandarlo a qualche premio.
Piero:
Poi forse ne faremo un altro con un brano più
a portata di pubblico … lo possiamo dire? Sì? Col
brano “A la merci du voyage”.
Fausto
Dasé: Il singolo del disco sarà “A
la merci du voyage”. Siamo già in trattativa
per registrare il video a fine maggio ed essere pronti verso il
10 giugno.
Alla
faccia della partenza lanciata! Disco doppio, due video, tour
che parte già bene con un bel po’ di date previste,
registrazione, bisogna dirlo, superba, perché la prima
volta che l’ho ascoltato non ero in condizioni ideali, ma
il suono balzava letteralmente fuori dai solchi. La prima qualità
che colpisce è il suono quando metti su il disco. Senti
tutti i singoli strumenti.
Fausto
Dasè: D’altronde quando ci si mette lì
e si dice “adesso facciamo un disco” e lo si fa come
lo si faceva una volta, senza nessuno che ti mette fretta per
fare le cose, per forza di cosa si fanno delle scelte, le scelte
possono essere più o meno ponderate, però sono tutte
pesate. Si registra dieci volte anziché due volte. “No
questo, no quello”. “Andiamo a riprendere quello che
abbiamo registrato l’altra volta che forse era meglio”.
Si cambiano anche i musicisti …
Nero:
C’è stato di tutto, ma la storia è
lunga, è durata un anno e mezzo!
Piero:
E continua ….