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BiELLE Interviste
Shel Shapiro: "Io sono immortale"
"Un dito medio alzato nei confronti della morte "
di Giorgio Maimone



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"Io sono immortale" è scritto troppo bene per essere scritto dal solo Shel. E' vero che è da tanti anni in Italia, è vero che conosce tutte le sottigliezze del nostro idioma, ma un conto è parlare e un contro è scrivere. L'accento inglese che fa tanta simpatia nello scritto nel viene. D'altra parte Shel non fa nulla per negare di avere avuto un "negro", un "ghost-writer" che aveva il compito di rendere in buon italiano quello che Shel raccontava. "Solo per un errore il suo nome non è in copertina assieme al mio, ma rimedieremo". Rimediamo subito: il merito della bella prosa di "Io sono immortale" è da attribuire a Marco Cavani, il merito delle belle storie raccontare va invece tutto a Norman David "Shel" Shapiro.

Parlare con te Shel potrebbe voler dirre affrontare l'universo mondo della musica italiana, visto che sono 40 anni che lo percorri e lo frequenti, ma adesso voglio parlare del libro. Come ti è venuto in mente di scriverlo? E, in secondo luogo, lo hai pensato in inglese e scritto in italiano?

Io tendenzialmente oramai contro in inglese, ma penso in italiano (ridiamo). E' la lingua della scuola. I numeri sono ancora in inglese, ma penso in italiano.

Ma è scritto molto bene!

Guarda, devo dirti che, non è citato per un errore della Mondadori, ma un certo signor Marco Cavani, amico mio e bravo scrittore, mi ha aiutato moltissimo in questo lavoro. Io ho parlato con lui per giorni e giorni e giorni interi. Lui si addormentava mentre parlavo. Poi lui ha iniziato a mettere giù alcune cose, io l'ho riprese in mano, le ho ridisegnate, poi lui l'ha ripreso, io l'ho ripreso ancora e alla fine è uscita questa roba qui ...

E' una collaborazione allora?

Sì, assolutamente. Un'altra persona non può scrivere delle cose mie e ognuno deve fare il proprio mestiere: però è anche vero che per quanto uno faccia il proprio mestiere ci sono certi modi di pensare o di esprimersi sulla carta che solamente quello che lo sta pensando può fare. E deve insistere che sia così anche se magari non è italiano correttissimo, però è un taglio di pensiero più che altro.

Tra l'altro taglio di pensiero con grossa capacità ironica e autoironica. Che è tipica tua.

Credo di sì, io sono sempre stato abbastanza autoironico, ho sempre cercato di vedere il sorriso anche nelle cose più tragiche. In genere c'è spazio per un sorriso anche nelle cose più serie. Sai come quando si va a un funerale e viene un attacco di risa? Sai quelle cose imbarazzanti, ma che fanno parte della natura umana per il rifiuto di quello che stai vivendo.

Assolutamente sì. Che è poi anche il motivo per cui ai funerali scoppiano storie d'amore ...

Può darsi, questo non lo sapevo, però immagino. Può capitare.

Un'altra cosa che ho visto, leggendo il libro è che non le mandi proprio a dire a nessuno! Tutte le volte che hai qualcosa da dire a qualcuno ... Zac, parte la frecciata!

Ma non mi pare. Non credo che sia in senso negativo. E' che noi viviamo in una società talmente ipocrita che tutti fanno finta di adorare l'uno e l'altro. Vivivamo in una società ormai acritica e questa acriticità rende ormai mediocre la nostra società. Tutti sono "straordinari", tutti sono "la fine del mondo", tutti sono "una roba insuperabile", quando il più delle volte è gente che non fa niente di particolare. E' solamente che in pubblico è talmente rincoglionito che non riesce più neanche a valutare cosa è il bello e cosa è il brutto!

Sì, ma in questo caso tu fai proprio nomi e cognomi. Lo fai sempre con lo stesso umorismo e la stessa bonomia, per cui penso non se la piglierà nessuno, però è bello questo, è divertente.

Io credo che ... parlo di persone con cui ho lavorato. Non parlo di persone di cui non so nulla. E poi qualche pensiero sì, c'è, ma sono pensieri di tutti. Non credo che siano pensieri solamente miei.

Senti, come ex-ragazzo-degli-anni-Sessanta mi è piaciuto molto vedere ancora questa rivalità e amicizia tra Vandelli e Shapiro (ridiamo)

Maurizio e io siamo ... c'è molta gente che vede ... oddio ormai no, ormai è tutto finito. Però era carino reintrodurre questa rivalità. Vent'anni fa ne abbiamo parlato spesso di questa cosa, come avrai letto e abbiamo fatto pure un po' di cose insieme. Era carina l'idea che, visto che l'Equipe è sempre stata vista nella figura di Maurizio, noi siamo stati gli amici-nemici degli anni Sessanta. Quindi mi sembrava assolutamente logico che io parlassi anche di Maurizio.

Come i Beatles e i Rolling Stones. In questo caso i Rokes si sentivano più Beatles o Rolling Stones?

Uh, non ne ho idea! Io personalmente sono sempre stato più Rolling Stones.

Anche perché, ho letto nel libro, che dici che i Rokes non sono stati un fenomeno nazionalpopolare.

Io non credo. Visto a 40 anni di distanza, credo che sia un po' come dico io. Ma forse neanche l'Equipe era nazionalpopolare. Questo arrivo del beat era solamente per i ragazzi. Tu diventi nazionalpopolare quando vieni accettato dai 5 anni ai 95 anni. Quella è la dimensione del nazionalpopolare, oltre a tutti gli altri pensieri in merito che ci sono nel libro. Farsi ammettere dai diversi blocchi d'età.

In fin dei conti, dici nel libro, tu ti senti ancora una rockstar. O meglio, pensi in futuro di diventare una rockstar.

(ride) Sì, ma certo! No, ma lo sai cos'è? "Io sono immortale" ... come spiegarlo? E' in qualche modo una specie di dito medio nei confronti del mondo ... e anche della morte. La verità, Giorgio, è che io non penso alla morte. La verità è che quando tu prendi in mano una chitarra a 15 anni, come ho fatto io e inizi a innamorarti della chitarra e bla bla bla ... l'unica cosa che pensi è che tu devi suonare. Non hai altre visioni. Non fai mai i conti con la morte a 18/20 anni, anche se succedono tragedie intorno a noi. Lo sappiamo che succede, ma uno non fa i conti con la morte è proprio un segno, un tratto della gioventù. Credo che crescendo, appassionati alla musica, alla chitarra o a una pianoforte o a uno studio di registrazione o come adesso in teatro con Edmondo (Berselli - NdR) coltivo questa incoscienza che fa sì che io non ci pensi alla morte. E' in quel senso che lo dico. E' una dichiarazione di incoscienza. Non so nemmeno se lo vorrei essere. E' proprio un segno di incoscienza.

La musica quindi ti dà ancora tanto? Ti senti coinvolto?

La musica mi dà ancora tanto sì. Meno adesso di quanto avevo 20/30 anni, ma dipende anche lì da cosa sto facendo. In questo momento sto facendo Shylock con Moni Ovadia, dove c'è pochissima musica. E' molto più una cosa da teatro "colto" in qualche modo. "Capri" (la fiction televisiva - Ndr) è per teatranti non colti, ma non per questo meno pregevole. Io trovo che c'è un gruppo di attori che lavorano in queste produzioni, che magari fanno piccole cose, magari non vengono notati, però cazzo sono tutti professionisti che hanno studiato, che hanno frequentato l'accademia, è gente che ha quella passione che io ho avuto per la musica allora e tutto quel lavoro che sia fiction o teatro colto ha esattamente lo stesso valore di impegno.

Il tuo romanzo è molto impudico. Hai messo tutto in piazza. Hai raccontato tutto di te, come si farebbe a un amico quasi.

Mah, io ... me l'hanno già detto un paio di persone. Altrimenti non so perché uno dovrebbe comprare questo libro! Se uno non vuol sapere come sono io cosa cazzo compra questo libro a fare? No, non c'è tutto. Però c'è forse la parte migliore di me e anche la parte peggiore di me. In questo senso penso che sia tendenzialmente onesto. Un'amica mia mi ha detto che è "oltraggiosamente onesto". Se vuoi scrivere un libro sulla mia vita o faccio una cosa dove io sembro Dio, dove sembra che viva a cinque metri di altezza per tutta la vita. E invece non è così. Abbiamo tutti i nostri momenti di gioia e quelli di dolore.

Parliamo della copertina adesso. Tu dici nel libro che "vedere Don Backy nella vasca da bagno è stato uno shock" e poi ci servi una copertina nuda, vestito solo di una chitarra, come la Cuccarini! Scioccante anche questo, no?

Sì, è vero. Solamente che io trovo che questa copertina è l'essenza di tutto questo libro. E' la trasgressione del rock. Lo fai a 18 anni e nessuno dice niente. La fai a 18 anni una foto così e tutti dicono "sì, vabbè ... sono ragazzi". Lo fai a 60 anni e dicono: "ma questo è un pazzo! Sei proprio scemo!" E' vero, sono proprio scemo (ride)

A me è piaciuta moltissimo la copertina, la trovo perfettamente in linea.

Sono contento. Io la trovo assolutamente geniale. C'è tutta l'ironia di quello che io ho potuto vivere nel bene e nel male in quella foto.

Un'ultima domanda. Ti ho sentito dal vivo in un concerto al Blue Note, qualche anno fa, dove facevi due bellissime cover di De André in inglese. Avranno un seguito?

No, ho fatto solo "Sand Creek". Non ne ho fatto delle altre.

Forse sì, solo una, però mi hai detto che ne avevi scritte delle altre. Poi nel libro leggo che sostieni che Fabrizio è stato trasformato in un'icona, dopo la morte, e forse non è esattamente quello che avrebbe voluto.


E' una mia sensazione. Comunque "Sand Creek" è uscita su disco, su "Acoustic Circus". Invece le altre due canzoni che ho tradotto, mah chissà ... forse un giorno. Vedi, io ho assistito in questi ultimi anni a questa tendenza degenerativa che tutti corrono a fare le canzoni di Fabrizio, come tutti erano corsi a fare quelle di Battisti. Lo trovo senza tatto. Trovo che ci sia un fondo di non buongusto. Capisco che il meccanismo è anche quello di volere fare omaggio a un grande artista. Ma il modo migliore di rendere omaggio è fare sì che non venga contaminato, che ci sia un rigore attorno all'artista. Tu ami De André, allora devi avere il coraggio di non fare De André e di lasciare che l'unica versione di quelle canzoni sia la sua. E vaffanculo!

Come direbbe Fabrizio ...

Sand Creek, poi l'ho fatta, ti dico ancora questo, perché Dori mi aveva chiesto di fare questi tre testi in inglese su brani di Fabrizio per Patti Smith. Patti poi ne ha cantata una "Love come and go", "Amore che vieni, amore che vai". Sand Creek invece è venuta fuori così bene! L'avevo già montato, perché mi piaceva questo andamento molto Bo Diddley che avevo fatto io. Che era totalmente diverso dall'originale. L'avevo fatto a Genova per Buon compleanno Faber, assieme alla Pfm e avevo avuto una reazione così bella dal pubblico che ho deciso di metterla nel disco. Tanto non è immediatamente riallacciabile a De André. E' anche in un'altra lingua.

Questo è proprio un omaggio.

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Intervista rilasciata il 09-04-2010
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