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BiELLE Interviste
Massimo Priviero: "Sulla strada"
"In fondo anche Jack Kerouac era un rocker"
di Giorgio Maimone



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Io e Massimo Priviero viviamo nella stessa città e ci muoviamo sulle stesse coordinate. Quindi è facile ritrovarsi e parlare. Questa intervista era rimasta però nelle bobine (anzi, ormai nei bit) e non aveva ancora visto la luce. Rilasciata al momento dell'uscita del The Best "Sulla strada", parla in realtà delle stesse canzoni che costituiscono l'ossatura di "Rolling live", anzi alla fine proprio della scaletta del concerto celebrativo dei vent'anni di carriera di Massimo Priviero, celebrati al Rollingo Stone di Milano, un piccolo tempo della musica che non è sopravvissuto a quest'epoca di plastica e tv. Anche contro la fine di locali simili sarebbe il caso di inalberare una "dolce resistenza", come piace dire a Priviero stesso.

Massimo, è arrivato "Sulla Strada" ed è quindi arrivato il momento di fare il punto sulla tua carriera.

Sì, direi di sì. Dal momento che sono passati 20 anni dall'esordio, ci strava questo tipo di album, anche se ci tengo a dire che è un best con tutti i brani risuonati.

Tutto nuovo con band nuova, come se fosse un disco nuovo. Tra l'altro ha tre inediti ...

Esatto, ha tre inediti e suona come un disco nuovo. Tra l'altro la scelta dei pezzi da mettere in scaletta è stata come puoi immaginare durissima, perché andare a smanettare su 8 o 9 album è stata un'impresa ardua, ma credo che abbiamo travato il giusto bilanciamento tra il rock e la poesia che, come sai, sono le mie stelle polari. Il marchio di fabbrica

Non ci sono le canzoni inglesi, proprio quelle di "Rock & poems", direi ovviamente.

GIustamente, il disco è italiano e quindi non ci stava. Anche se confesso che un paio di quelle canzoni continuiamo a farle ancora durante i concerti e continueremo a farle.

Quali sono quelle sopravvissute? Quali sono quelle da cui non riesci a staccarti?

Di base "Chimes of freedom" che è la mia maledizione perché è la canzone che tu avresti sempre voluto scrivere ... ma penso che tutto il mondo avrebbe voluto scriverla, a parte Dylan (ridiamo). E' come se fosse una fotografia ideale di quello che hai dentro. E poi ci piace fare anche "We shall overcome" che ci serve anche per fare un omaggio "all'abbronzato" (Obama, nel riferimento, infelice di Silvio Berlusconi - NdR) in cu riponiamo grandi speranze, grandi sogni.

Come è stato raffrontare a 20 anni di distanza il repertorio le canzoni che avevi scritto 20 anni fa? Ti sei ritrovato? Ti hanno stupito?

Ci sono alcune cose che recuiperi dopo 20 anni e ti sembra che siano ancora all'altezza. Sono probabilmente le migliori se hanno scavalcato i tempi. Per esempio ancora oggi io faccio "San Valentino" che ho scritto quando avevo poco più di 20 anni e c'è dentro una forma di ingenuità, innocenza giovanile che col tempo si perde. Si acquista altro, ma quella si perde. Però, devo dire, non ho fatto grandissima fatica. Alcune canzoni d'amore di strada che ho recuperato me le sento ancora addosso, rappresentano un mio modo di vedere l'amore.

Insomma 20 anni ma non pentito ...

No, no, no. Vent'anni di alti e bassi di dischi da classifica, di dischi di nicchia, di tutto e di più, ma questa è sempre stata la mia strada e le armi che si sono affinate lungo il percorso, ma questo rimane quello che sono. Non è neanche un discorso di coerenza forzata. E' proprio quello che sei, che ti fa guardare sempre meglio dentro te stesso, mettere a fuoco. Poi ci sono delle tematiche classiche per me che sono l'idea di umana resistenza che mi porto dietro e la voglia di raccontare storie di un'Itlaia spesso dimenticato, come il Davai, però rimango me stesso, con la consapevolezza e l'energia necessaria e gli equilibri che poi uno trova.

La canzone finale è uno strumentale e si intitola "Addio alle armi". Dobbiamo ricominciare a preoccuparci che vuoi appendere la chitarra al chiodo?

No, no, no. Orco cane (ridiamo!) Anzi è una canzone di pacificazione. L'idea di chiuderlo con uno strumentale per me era strana. Il 90% di quello che faccio è costruito attorno alla voce, il mio tratto fondamentale. E l'idea di chiudere l'album senza la voce, con una musica dove la genete potesse immaginare le sue parole era una bella sfida. Poi è una melodia quasi ottocentesca, poco "rock". L'idea di "Addio alle armi" è dedicata alle canzoni "soldatesche" che ci sono sparsi dentro l'album, ma è legata a un'idea di pace per me, quasi di un desiderio di trovato equilibrio con la vita. Vorrei essere forse nel futuro più sereno. Ma questo sai è un discorso anche extra-musicale, se vuoi lo facciamo una sera davanti a un bicchiere di vino (ridiamo).

Per risuonare le canzoni e rifarle hai messo in piedi una band, che poi è quella che suonerà dal vivo, più qualche piccolo aiuto dagli amici.

E' la mia solita band, quella che poi suonerà dal vivo al Rolling Stone nel concerto per i miei vent'anni di attività. C'è da citare Alex Cambise, il chitarrista, il pianista Onofrio Laviola che, secondo me, è il milgior pianista di rock & roll che c'è in Italia. Ha dentro l'anima di Jerry Lee Lewis e che dio lo protegga. E poi altri musicisti tra cui Michele Gazich al violino che, oltre a essere un grande artista, è un amico e una persona squisita. Ci ha dato quel tocco di folk che a me piace molto e lui si è sfidato dentro di sé per entrare in un contesto rock. Abbiamo trovato un bel punto di equilibrio e ci divertiamo anche parecchio.

Poi è bello che ci siano questi nomi che girano all'interno dello stesso ambito (per me quello di Bielle, all'incirca). Qui Michele Gazich, nell'altro album Dario Canossi dei Luf ...

Guarda per me è stranamente un momento di serenità. Sai quando sei a posto con te stesso, a livello artistico. I ragazzi chiamati hanno fatto bene, in studio abbiamo lavorato bene e l'album è quello che doveva essere.

La canzone che ti ha più sorpreso in questi ripescaggi?

Forse "L'ultimo ballo" che è una delle ultime nella scaletta, a cui abbiamo dato quel tocco di ballata, un po' irish come spirito e poi l'idea che sia una canzone un po' fuori dal tempo. Tu parli dell'ultimo ballo e pensi all'idea di ballo che esisteva una volta, l'idea di festa che ovviamente si è persa. Quando parli di ballo coi ragazzi oggi parliamo d'altro. E' un piacere farla, è un piacere suonarla e recuperare questa idea del ballo inteso in senso di festa e di sagra di paese. Come se fosse un momento di incontro di liberazione interiore, che esiste nella nostra cultura, ma che si è un po' persa. Mi ha sorpreso e mi diverte suonarla.

Parliamo dei due inediti: "Bellitalia" è un quadro molto attuale

"Bellitalia" è amore e rabbia messi insieme verso il nostro Paese. L'idea di rialzarsi, di rimboccarsi le maniche in senso metaforico, di darsi da fare, di dare energia. E poi c'è l'idea contemporaneamente che io non sopporto le canzoni autoconsolatorie, malinconiche, solitarie. Sono veramente dei quadri che io rifuggo. L'idea di non essere assolutamente distruttivi, ma energetici e poositivi. Questa è la nostra terra, il nostro Paese. Con tutti i disastri che stanno succedendo o che la facciamo da noi oppure andiamo a scatafascio. E anche di questo ne parliamo quando ci beviamo un altro bicchiere di vino che è un discorso lungo ... (ridiamo).

"Volo", invece, l'altro inedito cantato. Abbiamo già ricordato "Addio alle armi".

"Volo" è una canzone molto solitaria, costruita su due piani: uno molto folk nella strofa. Tipo Johnny Cash e l'altro più melodico, rotondo, cantabile che tiene dentro di se l'idea del volo senza le ali, quello che fai dentro di te, quando trovi le forze per staccarti da terra e non hai bisogno di ali per alzarti. C'è sempre un'idea di forza interiore che uno cerca e di cui abbiamo assolutamente bisogno.

E adesso, per completare l'opera, abbiamo il concerto dal vivo al Rolling Stone ...

Dopo 30/35 date che abbiamo fatto l'anno scorso, abbiamo deciso di fare questo appuntamento al Rolling Stone, di chiamare a raccolta la gente e soprattutto di registrare il primo dvd ufficiale. L'idea era di fare combaciare le due cose. Faremo questo concerto, dove ti aspetto ovviamente a braccia aperte, e faremo questo concerto che sarà per metà molto elettrico, molto in chiaroscuro, molto d'assolto e per metà molto acustico, per poter fare uscire ancora una volta il concetto che, come tu ben sai, il rock è anche rock barra poesia e non solo rock barra bar (ridiamo).

La scaletta del concerto è quella del disco o è molto diversa?

Un po' simile e un po' no. Partiamo con "Bellitalia", poi andiamo su "Dolce resistenza" , ma poi è diversa. L'unica cosa che posso dire è che partiamo con "Bellitalia" e chiudiamo con "Nessuna resa mai". In mezzo ci sarà, in successione la parte più storica con il "Davai", "Nikolajewka" e "Fragole a Milano" che sarà anche un oamaggio alla nostra città. Una prima parte molto elettrica, una di mezzo acustica e poi ancora una chiusura elettrica. Finché arriva il fiato ...

Mi sembra un bel modo di festeggiare i 20 anni! Vent'anni e ancora sulla strada

L'omaggio è evidente, non te lo sto a dire io, a Keroauc e a "On the road"

Che è sempre la cultura che ti ha segnato ...

Che mi porto dietro e che si portano dietro molti della nostra generazione ed è quella che aveva proprio un modo simile di intendere la vita. In fondo anche Jack Kerouac era un rocker:

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Intervista rilasciata il 18-06-2010
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