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BiELLE Interviste
Pietruccio Montalbetti: un ragazzo della via Stendhal
"In aspettativa da 45 anni"
di Giorgio Maimone

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Pietruccio Montalbetti nel ruolo, inedito, di scrittore. Devo dire che ho letto il tuo libro “I ragazzi della via Stendhal” mi è piaciuto molto e mi ha stupito, perché di musica lì dentro ce n’è ben poca. Uno dice: “un libro dei Dik Dik … gli anni ’60, il beat, il Piper. Tu invece parli della guerra, di tuo padre, dei viaggi … e un piccolo capitolo dedicato ai Dik Dik.

Sì, ma perché dei Dik Dik basta guardare la biografia e c’è già tutto. L’importante secondo me è raccontare la vita quotidiana delle persone come noi e come tanti altri. All’inizio di questo libro parlo di un quartiere … un rione di Milano dove io sono cresciuto che una volta era ai limiti della città.

Con l’Olona a cielo aperto …

Oh, c’era l’Olona! La chiamavamo “La sacra dea Olona” e facevamo anche dei sacrifici. Puzzava come … di fronte a noi c’erano i prati. Io ero luogotenente di quattro soggetti … uno si chiamava Spoletta, perché andava in giro a raccogliere le bombe a mano. Perché era period di guerra, si trovava di tutto, anche le mitragliatrici in giro. Io ero piccolo e quindi mi spaventavo, a volte chiamavamo i carabinieri, ma Spoletta portava tutto a casa sua! Al quinto piano! Una volta ha messo una bomba a mano in un fuoco. E poi mia mamma e mio fratello Cesare che era piccolissimo, sono andati a sedersi lì vicino. Ero terrorizzato. Fortuna che si sono spostati! Mezzora dopo è scoppiata la bomba! Una roba da pazzi! Poi c’era uno che si chiamava Din Don. Erano tutti a livelli di delinquenza: frutta, ferro, piccole robe. Din Don non lo si poteva chiama così perché si incazzava. Poi c’era El Trumba, poi Lima, che era uno magro, asciutto, che si intrufolava dappertutto. Io ero un luogotenente. Io e Lallo che era il mio amico d’infanzia. Abbiamo fatto l’asilo insieme, mentre Pepe erea già più nei quartieri alti, perché abitava in via Washington e l’abbiamo incontrato dopo. La nostra vita quotidiana era la strada. On the road, ma davvero! Ci ha insegnato molto, perché i nostri genitori erano troppo occupati a cercare di che vivere per seguirci. Non avevano tempo. Ci mettevano giù e via. Volevo raccontare proprio questo: cos’era Milano una volta, come ha vissuto la nostra generazione. I nostri vecchi sono stati dei veri eroi. Mia madre faceva da mangiare da cani. Pensa che gli spaghetti li ho scoperti a 18 anni. Però mangiavamo sempre! Mia madre era proprio la negazione, ma mangiavamo: o lo spezzatino con le patate o la pasta che sembrava una specie di colla.. Ho capito solo dopo cosa erano gli spaghetti. Non ho mai sofferto la fame ma perché avevo due genitori che si davano da fare. Lavoro non ce n’era., mio padre è stato assunto alla Edison nel dopoguerra. Io mi ricordo solo delle grandi file per poter avere la tessera e poi andare a mangiare dalle Dame di San Vincenzo e poi c’era la tessera per il pane nero e il pane bianco. Questi sono ricordi che i ragazzi qua non sanno neanche. Allora è bene raccontare queste cose.

Anziché fare un libro di musica hai fatto un libro di vita e letteratura. Praticamente ti sei aperto una nuova attività.

Ho aperto una nuova attività! Era ora. Io i libri li ho sempre scritti, ma non ho mai pensato di pubblicarli. Poi è arrivata l’Aerostella, ma prima sono passato da altri due editori. Pigliavano il mio manoscritto e lo stravolgevano. E io dicevo: “no, guarda, non mi va bene se fai una cosa troppo colta, perché io, che ho sempre fatto della musica popolare voglio fare dei libri popolari, in modo che lo capiscano tutti il mio linguaggio”. E’ inutile farsi passare per qualcuno che non sei. Io non ho fatto l’università, non sono un intellettuale. Sono colto perché mi sono acculturato durante la vita. Quando io ti parlo del mio prossimo libro che parlerà di Siddartha e Kerouac non è che io voglio pontificare su Siddartha e Kerouac. Sono filosofie con cui sono venuto a contatto, mi piacciono e racconto la storia di un ragazzo che mette insieme queste due cose e cresce anche lui attraverso queste esperienze. Ma Kerouac e Siddartha sono due personaggi che si possono leggere facilmente. Che erano poi le due cose che si leggevano nel ’68!

Libri di formazione!

Poi chi leggeva questo e questo pigliava e andava in India. Sono stato anch’io in India e li ho visti questi vecchi hippies. Però andavano lì. Invece il mio personaggio non va in India, va da Firenze a Roma da povero. Questa nuova attività mi prende molto. Ne ho un altro, di cui ho trovato solo il titolo, ma devo trovare anche la trama. Io parto dal titolo e poi mi metto a mettere giù una griglia, perché non c’è una scuola che ti insegni a scrivere. Sono andato una volta da uno che si dava le arie da intellettuale e mi ha detto “no, così non si fa … devi mettere prima questo …” ma chi se ne frega? Poi magari faccio errori di ortografia e le virgole non le metto neanche. Poi prendo il mano il tutto lo do a uno e questo me lo sistema.

In questo caso è Scandurra.

Sì Scandurra e poi un altro. Ma hanno mantenuto lo spirito, aiutandomi a semplificare, poi a inserire le virgole che io neanche metterei. Io scrivo senza punti e senza virgole, però in effetti per scrivere un libro devo mettere i punti e le virgole. Mi piace molto scrivere. Mi arricchisce. Ho imparato facendolo. E poi mi sono reso conto che quando scrivi un libro devi scrivere tutti i giorni, devi sempre mantenere la tensione. Devi essere concentrato, devi essere sempre dentro a quello che scrivi. E questo ti mantiene le cellule cerebrali attive. Sennò poi va a finire …

E in tutto questo la musica?

La musica va avanti, come Dik Dik abbiamo una serie di concerti organizzati anche da me. I miei compagni mi seguono su queste cose. Io dico: “Ragazzi dobbiamo andare sempre in giro in maniera dignitosa”. Abbiamo una bella struttura. Non andiamo in giro alla “attacca il filo” come fanno molti. Perché poi arriva uno della nostra generazione e dice “Oh madonna questi qua, che pena!” Oppure arrivano i ragazzi che sono abituati ad altri e fanno: “Madonna, quanto sono vecchi questi qua!” Tu devi essere al di sopra di ogni cosa. Vivo. Vengono lì quelli della tua generazione e tu devi farti trovare pronto.

Che era un po’ quello che diceva anche tuo padre nelle pagine del libro. La dignità …

La dignità! Perché se viene un tuo coetaneo che ormai è in pensione, tu gli devi trasmettere due cosa. Una essenziale: che sei sul palco perché vuoi stare sul palco. Devi essere tonico, ma non far finta di avere un’altra età. Non devi far dire: “Come, fammi capire? Io ho 65 anni e questi qua fan finta di averne 30? C’è qualcosa che non mi torna”. Non va bene così. Ci sono artisti che fanno finta (e non faccio nomi). Poi devi trasmettere una cosa: il nostro passato serve per costruire il nostro futuro.

Dei Dik Dik nel libro comunque ne parli, racconti come sono nati, clima favorevole, strada spianata …

Sì, sì ne parlo, parlo dei Dik Dik, di questi incontri fortunati come quello con Lucio Battisti. Ne parlo bene, perché io l’ho conosciuto molto prima che diventasse famoso e molto prima che conoscesse Mogol. C’era tra noi questa cosa dell’imprinting al contrario: io sono arrivato al successo molto prima di lui e mi ha sempre vissuto come la gente vive lui. Per me Lucio Battisti era quel ragazzo che mi salutava con “Ahò, come stai”. Una volta sono andato a casa sua a mangiare. C’era Luca, il suo bambino e lui gli fa: “Ma Luca, lo sai che questo qua è uno dei Dik Dik?” E io che restavo lì e mi dicevo mah? Lui era proprio una persona, come si dice, “scarpe grosse e cervello fino”. Parlo di Lucio appunto, non dico cose negative, anche se potrei citare qualche piccolo tradimento, ma niente di che.

Nel tuo libro tutto è compreso tra due viaggi: quello di tuo padre in motorino attraverso l’Italia degli anni ‘50 e il tuo primo viaggio in Amazzonia. Che hanno quasi una continuità. Si richiamano in pratica.

Sì. Questo libro è come la mia presentazione. Voi mi conoscete per questi vari aspetti, adesso aspettatevi altre cose. Che sono molto più eccentriche verso la musica. I prossimi romanzi la musica la ignorano proprio. Io poi non ho una grande cultura musicale: della musica so poco. So quello che c’è da sapere, ma ne so molto meno di te sicuramente.

Voi siete un gruppo che si è formato da ragazzi con le chitarre e, come dici tu, avete avuto “la botta di culo”

A parte che la vita è tutta una casualità. Se Lucio Battisti non avesse incontrato Mogol, te lo dico io, ma te lo do per certo, Battisti era uno di quelli che restava lì a fare canzoncine. Quando mi faceva sentire i suoi primi brani, prima di Mogol … noi ne abbiamo fatta una, nel primo disco, “Se rimani con me” e fa così: (canta) “Amore / se rimani con me / ti giuro / sarò dolce con te / e farò tutte le cose che vorrai / ti assicuro che non te ne pentirai / amore”. Quella era una canzone di Lucio Battisti, attenzione! Quando è arrivato Mogol che è un genio, ha capito che c’era una specie di bomba atomica. Tu sei prendi una bomba atomica e la porti su a cinquemila metri non fa nulla, ma se gli metti l’innesco fa un botto della madonna. Lui è stato l’innesco. Ha capito la potenzialità di Lucio e gli ha detto buttiamo via tutto e ricominciamo da capo. La vita è fatta di casualità. Anche per i Dik Dik. Abbiamo fatto un provino e ci han detto “va bene sì, facciamo un contratto!” era il periodo dei complessi. Casualità che io sono entrato nell’ufficio di Vittorio Castelli che era il nipote di Rignano, c’era un tavolo con tutti i dischi sopra e io andavo lì tutte le mattine a sentirli e ce n’era uno con su scritto Mamas & Papas. Ho sentito il retro. Carino. Poi ho detto “Fammelo risentire”. L’ho girato e c’era “California Dreamin’”. Da quel momento lì in poi la nostra vita è cambiata. Ma non subito! Quell’estate io facevo finta di lavorare, ma volevo fare il musicista, non tanto per l’espressione musicale, ma per la voglia di emulare certi personaggi: vedevi Cliff Richard, vedevi Gene Vincent e volevi fare come loro. Andavo in un posto a lavorare e dopo mi licenziavo. Lallo faceva l’odontotecnico, uno lavorava in banca e gli altri due erano studenti universitari. Quando siamo andati a suonare al Casinò di Sanremo, al Roof Garden, non eravamo famosi. Eravamo usciti con “Suonando la California”, poi siamo stati ingaggiati e siamo partiti con le fidanzatine di allora, in una pensione …. La pensione Milano! Mi ricordo ancora. Poi la sera andavamo a suonare. C’era l’orchestra, classica, c’era la vedette, che non eravamo noi ma Aznavour, Richard Anthony … e poi c’era “il complesso”. La prima volta siamo andati su con due/tre chitarre, facevamo un po’ di Beatles, un casino! Troppo rumore. Da 45 minuti siamo arrivati a dieci minuti in scena! Ogni tanto nei juke box sentivamo la nostra canzone. Un’emozione fortissima! Torniamo dalle ferie e mia madre mi fa: “Guarda che qua telefonano!” Ci ha convocato la casa discografica: in una stagione avevamo venduto un milione di copie! E loro avevano scoperto la gallina dalle uova d’oro. Eravamo primi in classifica, alternati con “Stranger in the night” di Frank Sinatra. Una cosa sconvolgente! Come quando vinci la lotteria. Lì è state un momento difficile. Ci siamo chiesti.cosa facciamo? Due studiavano, ma noi che lavoravamo? Ne abbiamo parlato coi genitori e loro “Ma che lavoro è questo qua? Non è mica un lavoro!” Così abbiamo fatto una riunione e poi ci siamo messi in aspettativa per un anno! Ecco la nostra mentalità è ancora quella, dopo 45 anni: di essere in aspettativa. Siamo dei professionisti con la mentalità dei dilettanti! Poi i primi tempi mio papà non voleva che facessi questo lavoro. Allora lo facevo di nascosto e guadagnavo molto di più che lavorando: allora pigliavo 80 mila lire al mese facendo l’operaio. Quando ho iniziato a fare il musicista uscivo la mattina, tornavo la sera e a fine mese avevo 300 mila lire. “Ma come hai fatto?” mi diceva. “Eh sai, ho fatto gli straordinari …” (ridiamo). Siamo andati avanti per mesi!

Una cosa strana e molto particolare che ho letto nel libro è che per un anno hai vissuto in un camper? Per isolarti, per trovare te stesso?

Dunque, allora vivevo con una fanciulla in una bella casa. Un giorno vengo a casa, ero amico dei Laverda e mi avevano regalato uno dei primi motorhome. Avevo anche un cane, il famoso cane Tanai e lei mi ha detto “Guarda, io mi sono innamorata di un altro” e se n’è andata. Io ero molto addolorato ed ho deciso di vivere il mio dolore nel camper. I primi tempi mi lasciavo andare come un barbone. Una mattina mi sono svegliato nel letto sporco ed ho detto Alt! Qui bisogna darsi una regola. Ho iniziato a mettere le lenzuola, basta sacco a pelo, mi apparecchiavo la tavola con le posate vere e arrivavo sul posto del concerto direttamente col camper. Io ho sempre avuto dei compagni poco attenti a queste cose, ma questi sono fatti della vita! E ho passato un Natale in piazza Santo Stefano. A mia madre ho detto che ero in giro per lavoro. Era un giorno di Natale e nevicava molto, io alla cabina telefonica, non c’erano i telefonini, ma sono stato bene. Una volta sono andato nel bosco e sono stato una settimana nel bosco col mio cane. E’ da lì che ho cominciato con la mia passione per i viaggi.

Hai capito che stavi bene da solo e hai iniziato a viaggiare in solitario

Io sto bene da solo. Ho una moglie, che ha la mia età, che rispetto e con cui ho fatto anche dei viaggi. Però ho questo vantaggio che sto bene anche da solo, sennò non avrei mai fatto questi viaggi nella jungla amazzonica da solo. Da lì ho cominciato a trovare un equilibrio e la nostra vita è andata avanti così.

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Intervista rilasciata il 26-04-2010
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