E' il
disco che quest'anno ci ha colpito di più. In ottima compagnia,
assieme all'album della Verasani, quello di Muraro, di Brunori,
dei Luf, di Edoardo Bennato, degli Unfolk, dei Sursum Corda. Ma
la Piccola Bottaga Baltazar con "Ladro di rose" ha fatto
un passo ancora più in là. E' andata a pascolare direttamene
nei terreni dove risiede la grande canzone d'autore. Hanno preso
da Fabrizio De André nei temi che sono andati a trattare,
hanno preso da Fossati alcune soluzioni sonore, hanno preso a ritmi
pari da Tom Waits e da Edith Piaf e poi hanno messo tutto questo
sapere in cascina ed hanno prodotto del proprio e, di album in album,
hanno portato sempre più avanti il loro discorso. "Ladro
di rose" è magnifico, perché parla in forma poetica
di tante cose che attengono a un discorso politico: dagli ecomostri
accettati dalla collettività, alle immigrazioni clandestine
e finite tragicamente, dalle storie di malavita a quelle di fabbrica.
Dal mondo del lavoro, dalla letteratura, dalla fiaba. Ma per arrivare
sempre un passo in là: un disco che profuma di musica e di
parole pulite, di ricercatezze e di sottili piaceri come il suono
del dialetto veneto. Considerateli attentamente, sono diventati
grandi e sanno dove vanno. Li abbiamo recuperati via mail e quella
che segue è la nostra intervista.
Allora cari piccoli bottegai, speriamo che le cose nella bottega
continuino ad andare sempre meglio. Ascoltando il disco nuovo, "Ladro
di rose" verrebbe da dire di sì. Ho notato come una
progressione geometrica di disco in disco. A parte il debutto deandreiano,
"Canzoni in forma di fiore" era senz'altro bello, "Il
disco dei miracoli" ancora di più e qui siamo andati
ancora oltre. È cambiato qualcosa nel vostro modo di comporre
o è un semplice processo di maturazione, in fin dei conti
naturale e spontaneo. Quello che avviene in un orto a ferragosto?
È
probabile che con il passare del tempo ci sia una lenta ma costante
maturazione sia dei singoli componenti sia a livello di gruppo.
Tuttavia nella preparazione e registrazione di questo ultimo disco
vi è stata una novità importante rispetto a prima,
la presenza di un produttore artistico nella persona di Carlo
Carcano, musicista, compositore e arrangiatore molto preparato
con il quale si è stabilito un proficuo rapporto di simbiosi
artistica. Va inoltre citata la collaborazione con Max Trisotto
che ha curato con professionalità le fasi di editing e
missaggio del disco consentendoci di ottenere un suono più
moderno e contaminato, come era nelle nostre intenzioni.
Se
"Il disco dei miracoli" prende lo spunto da "I
miracoli di Val Morel" di Dino Buzzati e dagli ex voto del
Santuario di Santa Rita, quali sono i progenitori di "Ladro
di rose", dal punto di vista letterario intendo. È
un disco molto studiato, pesato, considerato, dove ogni singola
parola pesa come un macigno, dove ogni nuance è stata considerata
per non arrivare mai nemmeno a sfiorare lo stridore. Tutto così
bene oliato da far pensare "Ma è tutta farina del
loro sacco e loro sono ancora più bravi di quanto si pensi
o c'è stato un punto d'appoggio"?
L'obiettivo
che ci siamo dati, dopo un disco molto etereo e fiabesco come
Il Disco dei Miracoli, era di tornare sulla terra,
di parlare del quotidiano, delle sue contraddizioni. Quindi compaiono
parole e oggetti che difficilmente sarebbero comparse nel Disco
dei Miracoli: cellulari, ascensori, centri commerciali, auto blu.
Rimangono saldi i riferimenti letterari di Buzzati dal punto di
vista narrativo, di Coltro nei riferimenti più “popolari”
, di Meneghello nell'uso del dialetto. Ma compaiono nuove ispirazioni:
Saviano, Szymborska, Anne Sexton.
Questione dialetto. È solo una fissa mia, ma i
brani che mi sono piaciuti di più sono quelli in dialetto
veneto. D'altra parte vedo che saltate dentro e fuori dal dialetto
all'italiano senza grandi differenze. A cosa è dovuta questa
alternanza? È solo una questione fonetica o vuole esprimere
meglio certi momenti che in italiano sarebbero meno efficaci o
più grevi o meno significativi?
Probabilmente
qui in Veneto facciamo parte delle ultime generazioni cresciute
parlando dialetto.. il mondo lo abbiamo conosciuto prima in dialetto
e poi lentamente lo abbiamo riassimilato in italiano, quindi per
noi rimane sempre un doppio canale, la linea del dialetto è
più sotterranea, carsica, e proprio per questo raggiunge
territori dove l'italiano non può arrivare.. c'era uno
scrittore che diceva “certe cose succedono solo in dialetto”,
noi ne siamo convinti.
Come
Fabrizio De André ed altri vostri colleghi cantautori voi
praticate in modo sommo l'arte dello straniamento. Brechtiano
verrebbe da dire. Ossia parlate sempre di personaggi immaginari,
letterari, visti dal di fuori, in un episodio del loro svolgersi
di vita. Personaggi che poi non incontriamo più e di cui
nulla più sappiamo che il momento che vien cantato. Il
resto del libro (o del film) ce lo immaginiamo noi. Non avete
mai voglia di cantare di voi? Oppure nel disco ci sono anche parti
vostre? Forse nelle canzoni più "politiche" (si
può dire così?).
Riteniamo
che per parlare in modo credibile di un tema politico o sociale,
e più in generale di qualsiasi tema, sia molto più
efficace partire da frammenti di vita vissuta, che vengono filtrati
attraverso la nostra percezione della realtà. In questo
senso il Veneto di oggi è una fucina di situazioni che
sono specchio della modernità in cui viviamo. C’è
solo l’imbarazzo della scelta.
Ho
guardato (e abbiamo riportato nella recensione) le vostre firme
in calce alle singole canzoni. Insomma tra voi non c'è
un binomio Lennon/McCartney. Tutti scrivono con tutti in ordine
di equipaggio sempre cangiante e in tutte le combinazioni possibili.
Come partite? Da un'idea di album complessiva? Ognuno porta le
sue canzoni e su queste poi si lavora insieme? Il gruppo entra
in gioco solo per gli arrangiamenti e la scaletta? Come si svolge
normalmente il vostro processo compositivo?
Si tratta
di un processo spesso lungo e faticoso che parte da un’idea,
talvolta abbozzata, altre volte meglio definita, proposta da uno
di noi che viene successivamente affinata e portata a compimento
per passaggi successivi, in cui ognuno di noi è chiamato
a portare il proprio contributo. Va tuttavia precisato che in
questo disco il maggiore apporto compositivo, sia nei testi che
nelle musiche, proviene da Giorgio e Sergio.
Veniamo
alle singole canzoni: "Nostra signora delle antenne"
ci ha ricordato da molto vicino Fabrizio De André e la
sua "Domenica delle salme". È quasi un omaggio
o un punto di partenza comune? Qualche anno fa, in una precedente
intervista, tu Marco, mi avevi risposto "Oggi ci stiamo abituando
ai comportamenti scortesi, alle macchine veloci, all’indifferenza,
alle conversazioni frenetiche. Da qui la voglia di cantare le
eccezioni". Ora le eccezioni sono forse ancora più
rare e non resta che pregare per loro. E per noi.
Sicuramente c'è l'impronta della Domenica delle
Salme in questo pezzo... come il pezzo di De Andrè
anche qui c'è un immagine corale di un mondo che sembra
in disfacimento. E un lamento funebre, però accorato e
empatico, non c'è la condanna, piuttosto un desolato assistere
alla deriva, già profetizzata da Pasolini, della nostra
società, incapace di mediare la tradizione con la modernità,
una società svuotata di senso, azzerata dall'egemonia culturale
della televisione, questo nuovo idolo che ha sostituito il potere
massificante e la capacità di controllo della religione
con un tipo di influenza ancora più subdolo. L'ironia qui
è solo magra consolazione perché ci siamo dentro
tutti.
"L'ombra
del Caliburo" è inquietante. La seconda canzone "politica"
dell'album. Cos'è esattamente il Caliburo? Da dove viene
il termine. È un inquinamento fisico o mentale quello che
denunciate? Oppure non ci abbiamo preso per niente?
Caliburo
è evidentemente un nome inventato, deriva da Calibano (il
mostro de “La Tempesta” di Shakespeare) e idrocarburo
e rappresenta uno di quegli ecomostri che sempre più spesso
si vedono spuntare nelle nostre campagne, ormai ridotte a fazzoletti
di terra tra fabbriche e capannoni. Il testo trae ispirazione
dalla vicenda del presidio di S. Pietro di Rosà, narrata
nel documentario di Andrea Segre “La mal’ombra”
del quale abbiamo composto la colonna sonora. Più in generale,
il Caliburo vorrebbe rappresentare un'allegoria del potere, soprattutto
quando questi si fa arrogante ed entra forzosamente nella vita
delle persone. La canzone vuole riflettere sulle possibili reazioni
dei cittadini di fronte a questi eventi.
"Ossigeno"
invece ci porta in una fabbrica da film espressionista tedesco.
Sembra il futuro prossimo di Metropolis di Fritz Lang, ma ricorda
anche le migliori cose di Marco Paolini. mentre "Barche e
nuvole" ricorda la storia di Zaher, immigrato clandestino
di 17 anni, morto arrivando in Italia. La vostra scelta passa
sempre attraverso la poesia, ma anche questa volta la questione
"politica" si pone all'attenzione. O forse sarebbe meglio
dire sociale?
Il problema
quando si parla del sociale è non cadere nelle trappole
della retorica, della indignazione ‘usa e getta’...
diceva Asor Rosa, che quello che i borghesi non vogliono vedere
nelle strade delle loro città amano però vederlo
raffigurato nei dipinti dei loro salotti... per evitare questo
rischio cerchiamo di spostare la prospettiva, il punto di vista,
e allora magari parliamo del mondo della fabbrica o della marginalità
sociale come contorno a una storia d'amore, o del viaggio tragico
di un migrante contrapponendolo al mito romantico occidentale
del viaggio di formazione. Dopo gli ex-voto immaginari di Dino
Buzzati avevamo voglia di scendere nella realtà e sporcarci
le mani con temi sociali, che diventano inevitabilmente anche
politici. Quindi il lavoro, la criminalità, il disagio
psichico, la violenza domestica, l’immigrazione, la devastazione
dell’ambiente, i nuovi comportamenti sociali, sono temi
che si ritrovano nel disco. Volevamo tuttavia evitare di trattarli
in forma didascalica bensì raccontare delle “piccole”
storie quotidiane ponendoci nella prospettiva di coloro che queste
storie le vivono sulla loro pelle. Naturalmente pensiamo, come
Pasolini, che la poesia sia un potentissimo mezzo di espressione
per perseguire tale scopo.
Una
delle (poche) critiche che vi facciamo (e che facciamo anche ad
altri gruppi che ci stanno molto a cuore) è che rischiate
di essere troppo bravi e innamorarvi della vostra bravura. Quando
poi una canzone semplice come "Le rose di ogni mese"
racchiude un tesoro di creatività e sensibilità
che basta per farvi ricordare negli anni. Questa ricerca della
perfezione, della levigatezza quanto tempo vi porta via? E poi
riuscite a riproporla anche in scena?
Grazie, ma
sinceramente non pensiamo affatto di essere troppo bravi, anzi
la sensazione per alcuni di noi è talvolta di inadeguatezza,
di dovere fare di più per essere all’altezza del
proprio ruolo. Inoltre in musica, e nelle arti in generale, si
tratta di attraversare un oceano con una barca a remi: non si
è mai arrivati, è un tentativo continuo di migliorarsi,
di sforzarsi ad andare oltre. Chi si dice, magari sulle ali del
successo,“ecco, sono arrivato” in realtà non
è giunto da nessuna parte, ha solo smesso di remare. Dopo
avere pubblicato il nuovo disco siamo ora impegnati a fare in
modo che nel live vi possa essere la stessa complessità,
energia e raffinatezza. Riteniamo ad esempio di avere dei margini
di miglioramento ancora importanti nel suono, nella scenografia,
nello stare sul palcoscenico, nell’arrangiamento di alcuni
brani dal vivo e ci sarà ancora molto da lavorare. In ogni
caso l’entusiasmo e l’affetto che incontriamo dopo
i nostri concerti ci fa supporre di remare nella giusta direzione.
"La
donna del cowboy" è storia di discoteca? Un West side
story in salsa veneta? O un Sugarland Express di periferia? È
un testo affascinante ma che si presta a molte letture.
La canzone
trae ispirazione da “Gomorra” di
Saviano, ma vuole porsi in una contesto più universale,
al di là dei cliché di mafia e camorra. Narra di
un tentativo di riscatto sociale attraverso l’amore e il
crimine in un ambiente di periferia, un amour fou a mano armata.
Da questa canzone Raffaella Rivi e Cristian Cinetto di Jengafilm
hanno realizzato un videoclip visibile su youtube.
E
poi ... e poi ... e poi ... le domande sarebbero così tante
che è meglio smettere qui. Sappiate comunque che "Ladro
di rose" entra di diritto tra gli imperdibili del 2010. E
ci fermiamo qui perché siamo all'inizio del decennio