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Si scrive
Guccini, si legge locomotiva, ma paradossalmente “La locomotiva”
è la canzone meno gucciniana fra tutte, una perla isolata
e magnifica, tutta sua, ma lontana parecchio dalle forme ricorrenti,
dal procedere per esclusione di certezze, dall’individuar
lampi occasionali di verità. Probabilmente è “La
locomotiva” ad aver convinto Guccini di essere, come dice,
un “cantastorie”, cosa che non è. Guccini è
un “cantapensiero”, è un “cantadubbio”,
il più alto, il più vero, il più sparpagliato
e sincero che si conosca.
“La locomotiva” riunisce, accorpa in pochi minuti tutti
i rari lampi di verità sparsi di qua e di là in concessioni
avare per dischi e dischi. Vediamo come.
Guccini nasce rockettaro e chitarrista suo malgrado, in una provincia
sveglia e vigile, dove capisce molto presto di non essere un numero,
uno dei tanti, e combatte la sua timidezza e ritrosia contadina
a colpi di presenzialismo artistico: concertini, seratine, canzoni
scritte in sordina, partecipazione, grupperia, frequentazione di
altri curiosi e innovativi del nuovo che dall’America avanza,
tra cui i Nomadi e i membri della futura Equipe 84. È uno
spiritaccio, portato al gruppo, alla caciara, all’appagamento
conviviale come dimensione proiettiva di sè e della sua gran
voglia di esserci, di rompere i silenzi non ancora compresi e apprezzati
di Pavana, luogo di ritorni e di radici infrangibili. Ma nei momenti
di stasi, nella curva delle notti, nelle solitudini coltivate a
pensieri, il ragazzo esce da sè, legge, vede e parla: connette
in soliloquio le due visioni di mondo che sta traducendosi a livello
anima, ovvero la lettura primordiale, scarna ed immutabile di Pavana
(che comprenderà meglio poi) e quella esterna, stanza dai
mille segreti la cui porta si chiama America.
L’apertura e l’immediata chiusura di quella porta costituiscono
la prima e in definitiva ultima rivelazione della sua vita, perché
non concede seconda chance al reale. La delusione si tramuta in
illusione: tutto diventa relativo, imprevedibile, nuova ripetizione,
apparenza, balletto ciclico, incertezza, nostalgia del tempo, gioco
di specchi. Non per niente è proprio negli anni '71-'72 che
Guccini prende a vivere la dimensione dello spazio ristretto, del
luogo intimo e sacro per confessare e altrettanto profano per dilagare:
l'Osteria Gandolfi, il Bar del "Moretto", il club 37 fino
alla mitica "Osteria delle donne". Quello è il
"posto", la cintura di sicurezza, l'auditorio che segue
e comprende, l'humus dove l'esternazione si pluralizza ma si contiene,
dove l'inchiostro del sentimento trova la carta assorbente ideale,
dove nessuna goccia si perde. Ma dove non si corre nemmeno il rischio
che l'inchiostro sia poco e la carta sterminata, inutile. Un'èlite
dunque, ma una singolare èlite di comportamenti e gesti perfino
plebei, un compendio di saracche, battute e alti momenti emozionali,
che fuori di lì, in altro contesto non si immaginerebbe neppure
di poter ripetere, perché la piccola città e Bologna,
Pavana e l'America di Masters, di Hamingway, Cene della chitarra
e Cecco Angiolieri sono codici troppo personali per evadere e procreare.
È qui che nasce il suo "cantapensiero". Come procede
Guccini? Parte da un nucleo minimo (un uomo, un assillo, un posto
emblematico, un dialogo soprattutto) e sciorina strofe come catene
di libere associazioni in cui i concetti, i ritagli di ricordi,
le considerazioni si passano dall'una all'altra il testimone fino
alla constatazione conclusiva che può essere aperta o amara.
L'andamento melico, la melodia è, per sua confessione, molto
spesso un pretesto, un'aggiunta, una dignitosa cornice e, almeno
fino alla scoperta di Dylan che sarà la sua luce a Damasco,
segue lo schema già del cantacronache di Amodei e Pietrangeli
ligio alla monotonia tipica della ballata popolare: quasi a rigetto
spariscono le febbri divinatorie del rock, e per precisa scelta
non si configura mai lo schema strofa - ritornello della canzone
all'italiana.
Guccini sente la sua esclusività e l'accarezza, non fa misteri
della propria aristocrazia mentale, prende già tutte le distanze
possibili dal disimpegno, dal discanto borghese, dal qualunquismo
emozionale, dal pressappochismo del ceto medio. Ma nel contempo
è, il suo, un pensar alto e sottile, restio a concedere e
ben lungi dall'essere consolatorio. Non esiste fino a "Radici"
il minimo segno teleologico, finale, di prassi per la vittoria,
d'impegno storico - politico, non c'è ammiccamento al popolo,
ai tempi, all'afflato comune. Anzi, si direbbe il contrario. Ne
"Il frate", ne "Un altro giorno è andato"
e in molti altri luoghi (specie nelle successive "Stanze di
vita quotidiana") Guccini è un vecchio che rimpiange
o ammette con sconsolata pazienza che niente esiste, tranne il dubbio.
Ma proprio in questa "dubbiosità", non ancora chiara,
ma pronta a farsi cosmica, sta la sua grandezza; Guccini non è
di fronte a "un uomo qualsiasi" o a "una fetta di
storia" o all'interpretazione di "un presente", assolutamente
no. Lui è a tu per tu con l'uomo universale, di sempre e
di mai, prima e oltre lo scorrere del progresso, ma rivisitato per
intero, sezionato, indagato, fotografato nel suo illusorio dibattersi
in sempre nuove verità proposte dalla storia e della cultura.
Apparenze. "Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia
e che senso abbia non si sa". Il ragazzo ha sintetizzato, esclusivizzato
il disequilibrio, l'incertezza, il mistero esistenziale del novecento
figlio della decadenza rimbaudiana e poi pascoliana, e dell'espressionismo,
dell'io incarcerato di Breton, del negativo dubbio occidentale,
così prorompente da Leopardi a Montale. Ma con due differenze.
Il dubbio, sempre e comunque viene esorcizzato dall’amicizia,
dalla comunanza di codici e pensieri con altri, seppur pochi, in
una schiettezza che diventa consolazione e si sdrammatizza nel gioco,
nel divertissement, e comunque nella voglia e nella scelta di esserci.
Secondo: l'oltresenso, l'avvertimento indistinto e intuitivo che
tra i sogni che sfumano e le occasioni perse o sfiorate c'era pur
qualcosa di cui non ci siamo resi ben conto, o non potevamo; il
chiaro presagio che fra le incertezze costituzionali, una verità
o qualcosa di simile appaia ogni tanto a infrangere la corrente
del dubbio; qualcosa più di intuito che di afferrato, perché
afferrare non si può, quasi "luci nel buio di case intraviste
da un treno".
Questo bersaglio Guccini se lo trascinerà per tutta la vita
artistica, variandolo per forme e ambientazioni e difendendone il
possesso come un apostolato di vita contro tutto e tutti ("L'avvelenata",
"Eskimo", Via Fabbri 43", "Quattro stracci").
Non è la sua un'attesa, non è un "aspettando
Godot", non esiste in lui ansia di risolvere, di capire, perché
non c'è da risolvere, non c'è da capire. C'è
da osservare e prender atto, c'è da prender al volo e prolungare
il più possibile quel numero di intuizioni, di barlumi, di
chiarori che l'esistenza ti fa cogliere in cose e persone soprattutto
come Amerigo, Guevara, Chisciotte.
Ecco dove "La locomotiva" si presenta come eccezione,
più apparente che vera. In essa c'è una presa di posizione
attiva oltre misura, un arresto della corrente, un nuotare all'incontrario.
Incoerenza? Nemmeno per sogno. Guccini non conosce l'incoerenza.
Ne “La locomotiva” c’è lo sforzo immenso,
titanico, come il protagonista ferroviere, di andare idealmente
oltre il dubbio, configurare una possibilità di mondo, dar
corpo al sogno contro tutte le apparenze contrarie e nella locomotiva
c’è tutto l’odio, la repulsione, il fastidio
che Guccini prova per il potere presuntuoso e saccente, che in altro
modo incarna la sicurezza e la verità intoccabile contro
cui si batte e si batterà sempre.
Questo intendevo all’inizio. È come se ne “La
locomotiva” convergessero, si ammassassero di colpo insieme
tutte le luci intraviste dal treno; la locomotiva è il canto
sublime di chi “vede” per la prima e non ultima volta
ed è insieme liberazione spirituale dall’assiduo contorcimento
dialettico di un “io” che si confessa, si commisera
e si rimpiange in decine di altre canzoni. Non siamo di fronte a
due persone diverse, sia chiaro. L’uomo è sempre uno.
Ma è come se dicesse “vorrei che fosse così”,
anche se non è, perché la storia, vedete, ha sempre
binari morti ed è là che finisce la locomotiva. O
forse anche questa, pur sublime, pur incantevole, sarebbe la soluzione
di un momento. perché l’uomo, quello eterno, quello
di sempre, non trova mai sfogo e fine. Tutto in lui è rimedio
del momento, e il mistero di se stesso, comunque, prima o poi riapparirebbe
di nuovo.
Sta di fatto che da “La locomotiva” in poi Guccini esce
dalla osteria, entra nel giro, anzi inventa lui stesso quel “giro”
che sono i concerti dal vivo, davanti a migliaia di persone. Il
messaggio per pochi, la parola conviviale, quasi da simposio archilocheo,
trova il suo naturale sfogo in platee sempre più ampie. Mitizzato
dal fascino di una canzone, Guccini viene riletto, ripercorso a
ritroso, amato, compreso. “La locomotiva” ha fatto da
ariete, da punta di diamante, ma ora l’identificazione contagia
e si propaga tra i giovani proprio sui temi più gucciniani
del dubbio, del tempo che fugge, dell’intuizione, dell’orlo
della verità, che tutti si sentono dentro e uguali e così
personali.
Guccini costruirà di qui in poi una crescente, solida, prorompente
reiterazione di sè e del suo tema, variando in modo incredibile
le forme, mutando coordinate alle parabole, in perfetta coerenza
ideale tra passato e futuro. Continuerà a concepire la verità
come inesistente, laddove “esiste solo la carnevalesca volontà
di giocare una scelta. Il dubbio assiduo è l’unica
certezza”.
Il non colto, il vagheggiato, la fuga del tempo, la labilità
dell’amore, ma pure il senso del porto, il luogo natale, così
come la provvisorietà e l’incommensurabile dolcezza
di alcuni attimi di vita sono alla base del suo concetto di “medesimezza
umana” (come diceva Gramsci), per il quale è sintomatica
la “canzone quasi d’amore”. La “medesimezza”
è un’uguaglianza esistenziale fra gli uomini che si
coglie solo a cercarla, a pensarla: non appare e non te la senti
addosso se svicoli o ti perdi negli effetti e nella funzione del
quotidiano. Più viva, più forte, più determinante
si configura in chi è spiazzato, o senza collare, o diverso,
o stanco, o deluso, per chi insomma è “pecora nera”,
non nel senso amorale del termine, ma decentralizzato, fuori dal
coro delle ovvietà. La medesimezza è riconoscersi
di un’unica e faticosa umanità proprio nel confronto
di quei particolari, di quegli stimoli, di quegli istinti che sono
iscritti in noi da sempre e sono naturali e quindi “neri”
rispetto ad un’omologazione sociale imperturbabile, distratta,
lieta di rimuovere che ci fa “bianchi”.
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