Da
Shakespeare
ai Rokes (e ritorno) di Giorgio Maimone
Shel Shapiro, anzi David Norman Shapiro: dai Rokes degli
anni '60, fino a interpetare Shylock, il mercante di Venezia
shakespeariano con Moni Ovadia. Ma la sua carriera avrebbe
potuto benissimo svolgersi in senso contrario. Arrivato
in Italia nei primi anni '60 con altri tre compagni di
ventura, è riuscito a vendere 5 milioni di dischi
a 45 giri in sei anni, prima di un veloce declino che
ha portato allo scioglimento del gruppo. Poi Shel è
sempre rimasto nel giro della musica, come autore, produttore,
poi performer, teatrante, attore e ancora musicista, fino
a diventare una delle figure di punta del mondo artistico
italiano, che, da 40 anni in qua, non ha più abbandonato.
Tutte queste storie sono riportare nel libro autobiografico
"Io sono immortale", scritto con lingua sapida
e ricco di vita. (segue)
Un
dito medio contro la morte di Giorgio Maimone
"Io
sono immortale" ... come spiegarlo? E' in qualche
modo una specie di dito medio nei confronti del mondo
... e anche della morte. La verità, Giorgio, è
che io non penso alla morte. La verità è
che quando tu prendi in mano una chitarra a 15 anni, come
ho fatto io e inizi a innamorarti della chitarra e bla
bla bla ... l'unica cosa che pensi è che tu devi
suonare. Non hai altre visioni. Non fai mai i conti con
la morte a 18/20 anni, anche se succedono tragedie intorno
a noi. Lo sappiamo che succede, ma uno non fa i conti
con la morte è proprio un segno, un tratto della
gioventù. Credo che crescendo, appassionati alla
musica, alla chitarra o a una pianoforte o a uno studio
di registrazione o come adesso in teatro con Edmondo (Berselli
- NdR) coltivo questa incoscienza che fa sì che
io non ci pensi alla morte.(segue)
Una
cavalcata (quasi) autobiografica negli anni Sessanta di
Diego Giachetti
Tutto
cominciò quando un giorno suo padre del futuro
giunse da Budapest con una chitarra in dono per il giovane
figlio. Fu subito affascinamento e amore a prima vista
che sfociò in un rapporto destinato a durare
per tutta la vita, non con quella chitarra specifica
ma con tante altre a cominciare dal desiderio che accese
di possedere una Fender Stratocaster.
Se il pianoforte ha rappresentato il mobile
borghese per eccellenza, specchio di floridezza economica
e di posizione sociale, e il sassofono è stato
lo strumento preso a simbolo del jazz, con la sua mobilità
e quindi socialità esterna alle mura domestiche,
la chitarra elettrica diventa il simbolo del rock, forse
il primo linguaggio universale della storia, quello
più elementare nell’approccio tra gli esseri
umani, dice l’autore del libro.
Da qui inizia l’avventura di un ragazzo
e di una generazione «innamorati della musica
e della libertà» nella quale si mescolarono
politica e rabbia in un intreccio spesso inconsapevole
mosso però da un forte elemento comune dato dal
bisogno di dare spazio a una «fortissima vitalità.
Energia».
E’ in questa generazione che egli si affaccia,
diciassettenne, negli anni Sessanta. Giovane come gli
altri ma attanagliato da paure e angosce una specie
di senso di insicurezza cosmica dovuta al terrore della
possibile guerra termonucleare. Un’infelicità
addolcita e resa sopportabile dalla musica. Già
all’età di 14 anni suona in una band con
amici nella Sinagoga perché la sua famiglia,
emigrata dalla Russia all’Inghilterra, era di
origini ebraiche. Facile poi il trascinamento nel mondo
del rock, in quella che definisce la conclamata follia
che sta contagiando la sua generazione. (Segue)
I grandi successi (1990)
"I
Grandi successi" ha il pregio di
raccogliere in un unico cd le 16 migliori canzoni
dei The Rokes. Mancano, oltre ad alcuni lati B
dei 45 giri, i grandi insuccessi degli ultimi
anni della carriera, entrambi legati al Festival
di Sanremo: "Le opere di Bartolomeo",
che aveva qualche pretesa di assomigliare a una
canzone di protesta e "Ma che
freddo fa", che è stata
sì un grande successo, ma solo nella versione
di Nada (segue)
Shel (2002)
Un
disco professionale, dal suono ineccepibile, la
voce profonda e fascinosa e costellato di piacevoli
canzoni (12, di cui 6 sono tuffi nelle acque alte
della memoria).Le canzoni comunque sono tutte
rifatte e riarrangiate. Tra i brani "nuovi"
o comunque poco conosciuti solo "Per
amore della musica" si stacca
dagli altri, dall'alto dei suoi quasi 5 minuti
e "Senorita"
è grazioso, anche se un po' già
sentito. Eppure tutto è corretto. Forse
troppo. (segue)
Acoustic
circus
(2008)
di
Lucia Carenini
Il cd può essere anche acquistato assieme
al libro “Storie sogni e rock ‘n roll”
di Edmondo Berselli è stato registrato
al Teatro comunale di Modena e propone in veste
acustica alcuni vecchi successi (Che colpa abbiamo
noi, È la pioggia che va, C’è
una strana espressione nei tuoi occhi, Bisogna
saper perdere) e nuove canzoni con piacevoli sorprese.
(segue)
Chiedi
chi erano i Rokes
di
Giorgio Maimone "Uno potrebbe anche divertirsi
a fare dischi, però se a un certo momento questo
disco che tu hai fatto finisce inosservato… Voglio
dire l'ultimo mio disco ha venduto 7000 copie, forse
8000, però non riesce neanche andare in radio.
Sui network ci sono le playlist e se tu non sei radiofonico
quindi dance, allegro o estivo, o parli di baciarci
sulle spiagge proprio non ce n’è. E allora
ti chiedi ma cosa c’entro io con tutto questo?
Perché anche quando ho fatto il produttore con
dischi che hanno venduto centinaia di migliaia di copie
non era così. "Cervo a primavera" non
parlava mica d'amore, però è andato dritto
in classifica, come "Celeste nostalgia", sempre
di Cocciante, o Barbarossa con "Roma spogliata"
e Ruggeri con i Decibel ai tempi di "Contessa".(segue)
"Se
non canto "Che colpa abbiamo noi mi tirano le pietre" di
Giorgio Maimone "C’è
qualcosa di nuovo e qualcosa del passato. Se io vado
in scena e non faccio “Che colpa abbiamo noi”
o “La pioggia che va” mi tirano le bottiglie.
Ho pensato fosse più saggio mantenere qualcosa
del passato. Fare almeno qualche pezzo dei Rokes. Anche
perché ci sono alcune canzoni dei Rokes che mi
piacciono. Sono indimenticabili. Io poi ho passato un
lungo periodo in cui rifiutavo questo tipo di musica.
Quando uno è stato tanto tempo in un gruppo vuole
fare anche altre cose nella vita, oltre a essere Rokes.
Poi piano piano ho ripreso a farle dal vivo e ora vivo
con una certa nonchalance il passato Rokes. E ci sono
dei brani che proprio amo suonare. Non mi dispiace affatto
che la gente li voglia ancora sentire". (segue)
"Maurizio e io insieme. Due
o tre canzoni a testa con la propria band. E’
stato molto divertente., E’ durato una cifra.,
la gente è stata lì fino all’una
di notte. Ed è venuta davvero da tutta Italia.
Ero molto preoccupato lo scorso anno, perché
poco prima di iniziare è venuto giù un
vero diluvio. All’ora di iniziare c’erano
sì e no trenta persone. Alle 9 due o trecento.
Poi ha smesso di piovere e c’erano tutte le vie
d’accesso a Recanati intasate dalle file di macchine
che arrivavano per il nostro concerto. Abbiamo dovuto
ritardare l’inizio per dare tempo a tutti di arrivare.
Abbiamo iniziato alle 10 di fronte a undicimila persone.
Quindi
Recanati è un tentativo di intercambiare dei
ruoli, di far sì che uno della nostra età
veda le Vibrazioni e dica: “Però, sono
bravini”. Perché sennò c’è
la tendenza a chiudersi, che si dica “ah la nostra
musica era più bella!”. E non è
vero perché c’è della gente bravissima
in giro oggi. Quelli che vogliono solo musica degli
anni ’60 oggi sono anche masochisti, perché
c’era in giro della buona musica allora, ma c’erano
anche delle cose terribili. Anche con Francesco De Gregori
abbiamo bloccato la città. E’ una piazza
colta comunque, sai Recanati. Hanno visto tutto e di
tutto a livello artistico, quindi è una piazza
non facile, ma assolutamente disponibile ad ascoltare
e se tu meriti la loro attenzione vinci".
(segue)