I
Luf a volte cambiano pelle, ma non il pelo di Leon Ravasi
I
concerti dei Luf sono degli eventi. Piccoli e grandi,
ma sempre vissuti e partecipati. Il popolo dei Luf li
segue e in fondo li adora esattamente così come
sono: abbondanti, esuberanti, tanti, caciaroni e casinisti.
Eppure i Luf riescono a riunire ironia, passione politica
o sociale, partecipazione e senso della festa, con anche
delle piccole ma ben coltivate oasi di ballate acustiche.
Col passare degli anni (e degli ascolti) sono proprio
queste oasi costituite dalle ballate a emergere con più
nitidezza. Il ballo sull'aia, alla fine, non offre più
di tanto prospettive di sviluppo. Forse il periodo di
maggior splendore è stato quello di "Bala
e fa balà" che era il disco eponimo del ballo.
Ora, che gli anni passano e "la cattiveria"
si fa lieve, come spiega Canossi, che i graffi diventano
più intimi, dei Luf ci piace la capacità
di far pensare. Come in una "Stella clandestina",
un "Angelo" o, risalendo
le correnti del tempo, "Turna mia indrè"
e "Fiore, amore, disertore"
o "Ciao Bella". Con
De André e Guccini come stelle polari
Immagini
e suoni di altri tempi, un po’ come le immagini
inserite nel libretto, tra l’altro stampato secondo
la filosofia GreenPrintig, volta alla salvaguardia dell’ambiente
attraverso l’uso di materiali (lastre, carta,
inchiostri e imballi) a basso impatto ambientale, splendide
foto che ritraggono i protagonisti del disco con i loro
strumenti incastonati in un ambiente decisamente rurale.
Erano
decisamente altri tempi quelli cui si riferiscono, anni
in cui non si sprecava nulla, dove non esisteva il superfluo,
dove si lavorava aiutandosi reciprocamente per sopravvivere,
in cui si viveva in stretto contatto con la natura a
volte avara e crudele ma attenzione, è vero i
Luf rimangono fermamente legati alle proprie tradizioni,
al proprio idioma, non rinnegano certo il forte legame
con la propria terra, ma con questo nuovo disco dimostrano
ancora una volta di saper guardare all’oggi con
mentalità viva e aperta ai continui cambiamenti,
sempre pronti a prendere posizioni anche quando sono
scomode. (segue)
Un
piccolo classico di dimensioni eminentemente umane
di
Giorgio Maimone
I
Luf, nel piccolo ambito della canzone d'autore, sono
ormai un classico. Attivi da una decina di anni e con
un seguito di pubblico notevole, soprattutto nella loro
zona di influenza primaria (tra Brianza e Val Camonica),
periodicamente sfornano album di gran valore. Qualche
volte ci scappa qualche canzone sopra la norma e quasi
sempre l'alta qualità viene rispettata. Qua e
là poi ci stanno gemme di bellezza assoluta.
Insomma, è noto che stanno tra le quattro zampe
che ci stanno più care. "Flel" nella
discografia luffica (o lupesca?) ci sta a meraviglia,
con alcuni punti altissimi, altri ottimi e solo una
piccola dose di routine di brani ottimi per i concerti,
ma meno convincenti su disco. Paradossalmente il brano
meno convincente del disco è quello che dà
il titolo all'album: "Flel", ma poi si incappa
in un poker d'assi come "Africa", "Dal
nido", "Stella clandestina" e "Angelo"
che ti scatenano la coazione a ripetere.
E "Flel" sul lettore cresce e prospera. Di
ascolto in ascolto ti affezioni anche ad altri brani,
come l'ironica "Littel Monchi",
"Regina delle sei", "Tira la barba al
Fra'", "Luna di rame e di ottone", "Basta",
"Vorrei" . E' raro arrivare
alla fine e non aver voglia di sentirlo ancora. Rispetto
alle puntate precedenti, l'ultima era "Paradis
del Diaol" del 2007, la musica è
leggermente più country e meno folk, forse sotto
il condizionamento di un banjo che tra le mani di Jeio
Pontoriero fa faville, forse per una diversa attitudine
nel canto. E, dato più curioso, più la
miscela delle nuove canzoni si allontana dallo schema
classico dei Luf e più si trovano gioiellini
convincenti. Insomma, la routine è routine anche
per un gruppo innovativo e fresco. Per cui "Furtuna",
"Flel" e "La
Neve" musicalmente suonano già
sentite, mentre "Africa"
e "Angelo" virano
leggermente, ma piacevolmente dallo standard..
(segue)
Dario
Canossi: "Qualcuno ha tradito i suoi Vangeli" di
Giorgio
Maimone
“"Stella
clandestina" nasce quando iniziano
a uscire queste leggi "razziali", queste leggi
per cui, da un giorno all'altro ti trovi clandestino.
E se ti trovi clandestino e hai 20 anni, 30 anni è
un problema, ma se ti trovi clandestino che ancora sei
un bambino di due anni? E' una tragedia! E' una visione
di questi due bambini che oggi sono ancora da considerarsi
bambini, ma da domani saranno clandestini, con tutto
quello che ne consegue. Qualcuno ha tradito il suo Vangelo
per poter far questo. E' un problema di civiltà.
In effetti tu non rinunci mai a lanciare tematiche
sociale, così come non rinunci mai ai balli sull'aia,
come è il caso di "Flel" che è
l'altro aspetto dei Luf.
Diciamo che invecchiando anche attraverso le canzoni,
i testi sono meno "cattivi", meno graffianti.
Lasciano forse un segno diverso. "Stella clandestina"
una la prende anche come una ballata tenera ...
Sì, però graffia dentro!
Un segno gli rimane. "Flel"
invece è la classica canzone "luffica"
del divertimento, proprio l'aia in cui si picchiava
col flel che è un bastone doppio che serviva
a battere il grano o "scoreggiare il grano"
come si dice dalle mie parti. Ho poi scoperto che il
flel viene utilizzato in tutta Europa, viene usato in
India e c'è addirittura un'arma di quelle che
usano per le arti marziali, quella coi due pezzi di
legno legati insieme da un filo di ferro, che deriva
proprio dal flel. Questa è una canzone che nasce
in maniera divertente. Sono a pranzo con mio zio 83enne
che è ancora in giro con la motosega e tagliare
piante in montagna e mi racconta di questa battitura
del grano emi dice: "guarda che bisognava andare
a tempo! Erano quattro da una parte e quattro dall'altra.
Se uno andava fuori tempo, tracchete, lo segavano, lo
bloccavano e si ripartiva". Questa idea che bisognasse
andare a tempo anche in questo momento mi ha colpito.
Era proprio una musica quella che usciva dalle aie.
E da lì la costruzione del brano e la considerazione
che quando arriva il frumento se ne va la fame. E' un
momento un po' di gioia. La fabbricazione del pane,
il sapore e l'odore del pane e la fine della fame.
(segue)
El
Diaol e il suo paradis Basta
ascoltare 8" e 43 centesimi del disco per capire
che si tratta dei Luf. Marchio di fabbrica inconfondibile.
Impulso rock su cui si innesta un riff di baghet o cornamusa,
tipico del folk. Sono ormai tre dischi, più i due
episodi del Sambuco, che confermano con forza questa identità.
I Luf non si possono confondere. E allora, visto che amo
i Luf e che sono amici, per poter giudicare questo disco
mi sono sottoposto a una sorta di prova tortura: un'ora
di ascolto quotidiano per venti giorni, in ordine sparso
dei brani o nell'ordine del disco. Tanto è l'esatta
durata del mio viaggio in bicicletta per andare e tornare
dal lavoro. Li ho amati, detestati, amati ancora. Forse
capiti. Insomma, nonostante non ci sia più l'effetto
sorpresa, "Paradis del diaol" è un grande
disco, il migliore ascoltato finora.
Classico folk-rock, ibridato di combat, cantato con grinta
e vissuto con alto impatto emotivo e sonoro. I Luf fanno
muovere le gambe e parlano al cuore. Possono scivolare
nella retorica, ma lo fanno sempre con sincerità
estrema e se "Bala e fa balà"
aveva qualcosa delle danze sull'aia, "Paradis
del diaol" è più serio, più
introverso, forse anche più incazzoso. (segue)
"So nahit
in val Camonega" Parte
benissimo, con un brano inedito dedicato all'acqua,
"Aiva", perché i Luf, oltre che bravi
musicisti, sono da sempre impegnati nel sociale e adericono
al Forum italiano dei Movimenti per l'acqua, perché
"l'aiva l'è dré a finì / l'aiva
l'è dré a murì" (L'acqua sta
per finire / l'acqua sta per morire". "Aiva"
è un brano dolente e intenso, che da solo vale
il disco "Acqua nera che scorri lenta / dove andremo
a finire / acqua nera che scorri lenta / non gir più
il mulino". Ma questo disco, una bizarra raccolta
di "successi" ha una caratteristica che lo
differenzia da qualsiasi prodotto affine. Riporta dodici
brani tutti in dialetto camuno, ossia della Val Camonica.
Da cui il titolo "So nahit in Val Camonega". E sembra quasi
che in questa scelta possa celarsi un invito per gli
amici del Club Tenco: non trascurate tra gli album in
dialetto della prossima rassegna il camuno dei Luf.
Che nel album ufficiali alternano dialetto e lingua
italiana da sempre e, a volte, anche brani in brianzolo
nella serie di dischi de "Il fiore del
sambuco", altra iniziativa solidale per
"A forca da partilha" l'associazione missionaria
che si occupa dei meninhos de rua brasiliani. (segue)
"Peace
& Luf: 25 anni & 25 canzoni" a cura dei
Luf
di
Salvatore Esposito
Chi conosce solo la storia recente dei Luf si sorprenderà
di sicuro nel leggere il sottotitolo “25 anni
e 25 canzoni” di Peace & Luf, curatissimo
libro corredato da un doppio cd antologico, che arriva
a coronamento di una lunga carriera cominciata nel lontano
con sotto le gloriose insegne della Charlie Hill Music
Company e prima ancora come Charlie Hill & The Common
Sound.
Il libro, scritto a più mani, è una sorta
di album di famiglia che raccoglie i ricordi, le parole,
le immagini e la musica di questo “collettivo
musicale di buone speranze”. Particolarmente emozionante
è la prima parte in cui Dario Canossi,
voce e anima del gruppo, ripercorre tutta la sua storia
musicale e personale dagli esordi nel 1979 fino al più
recente lavoro discografico "Bala
e Fa Balà".
Dalle sue parole emerge viva tutta la sua carica di
sogni, speranze, passioni e desiderio di far sentire
la propria voce sempre e comunque, portando avanti i
propri ideali non scendendo mai a compromessi. Il tutto
è inframezzato da splendide foto d’archivio,
come quella in cui Francesco Guccini spiega a Canossi
la genesi di Autogrill o ancora quelle dello storico
doppio tour in Russia.
Il resto del libro è occupato dagli interventi
di Giorgio Maimone, Sergio "Jeio"Pontoriero,
Manola Usuelli, Simona Palmieri e Chiara Giaquinta,
che offrono al lettore un ulteriore prospettiva sulla
storia della band condendo il tutto con esperienze personali.
(segue)