
Ha vinto l'amore per la musica
di Lucia Carenini e
Silvano Rubino
14/06/10 - Un evento riuscito soprattutto per
un motivo: non è stata una mera alternanza di spezzoni
di spettacolo, tenuti assieme da un filo conduttore qualunque
inventato lì per lì, ma un vero progetto
in cui gli artisti sono stati stimolati a partecipare,
con il risultato che quasi tutti hanno proposto qualcosa
di nuovo. In parole povere, non solo gli spettatori avevano
“la sensazione” di vedere qualcosa di inedito,
proprio lo hanno visto. E le esibizioni migliori sono
state proprio quelle che emanavano quello sforzo in più:
un esempio su tutti il set in romanesco di Syria e Pino
Marino. Insomma qualcosa che è andato oltre al
normale concetto di “rassegna”.
Il programma, fatto di buone idee e ottimi nomi, è
stato ideato da Mauro Ermanno Giovanardi,
già anima dei La Crus. Per l’occasione, più
che direttore artistico, lui ha preferito definirsi «architetto
di immaginari». E la cosa gli è venuta proprio
bene, tanto da fargli dire «se già non facessi
il cantautore mi piacerebbe fare questo mestiere».
Va aggiunto che il Comune di Brugherio ha dato manforte:
caso unico in Lombardia, ma forse anche altrove, in tempi
di vacche magre, anzi anoressiche, ha aumentato il budget
per la cultura finanziando il festival con 160 mila euro.
Un plauso a Enzo Recalcati, assessore
alla Cultura che, raccontano le cronache, non molto tempo
dopo essere stato nominato, ha chiamato Mauro e gli ha
detto: «Sogna. Comincia a pensare a un festival
per la tua città e io proverò a concretizzare
il tuo sogno».
Noi, questo sogno realizzato, proveremo a raccontarlo.
Venerdì di Venere - La serata
al femminile, inizia col botto: la prima data del tour
estivo di Nada. La cantante livornese,
accompagnata tra gli altri da Massimo Zamboni,
parte in sordina, per poi aumentare il ritmo fino a scatenarsi
in un finale in cui propone “Amore disperato”
e l’evergreen “Ma che freddo fa”
datato 1969.
“Salire sul palco dopo Nada è un’emozione
gigantesca. È tutto il pomeriggio che sono agitata”.
Così esordisce Roberta Carrieri.
Vestitino bon ton e ciuffo rosso-punk la cantautrice barese
si arma di chitarra e spazia dal cantautorato al country
con una scioltezza non comune.
Meno convincente Violante Placido: di
certo la sua esperienza sul palco è inferiore a
quella che ha sul palcoscenico e la cosa si sente. Anche
le sue canzoni si ripetono in modo un po’ monocorde.
Ma riscatta il set il duetto-sorpresa con Giovanardi che,
per quanto direttore artistico del festival, ha evitato
di partecipare direttamente alla sua creatura. «Non
volevo sembrare quello che se la canta e se la suona»,
aveva dichiarato in conferenza stampa, anticipando però
le possibili apparizioni come ospite in alcuni set. E
la presenza in quello di Violante Placido ha un suo senso,
anche perché la cover di Bang Bang
che i due rileggono con andamento western e una spruzzata
di elettricità sarà inserita nel nuovo cd
di Violante in uscita in settembre.
L’energia va alle stelle con l'ingresso di Nina
Zilli & Smoke Orchestra.
Eccentrica e con una voce “nera”, la cantantessa
piacentina ha un magnetismo trascinante. Regala al pubblico
quasi un'ora di soul & blues e il pubblico risponde
con grandi battimani e pian piano il parco si trasforma
in una gigantesca dancing hall.
La serata termina con un dj set di Syria
intitolato «La musica di Afrodite»
Il Sabato di Saturno - La giornata è
dedicata alla parola maschile. Si parte alla grande con
Simone Cristicchi che presenta una super-anteprima
del suo nuovo spettacolo “Li Romani
in Russia”, ufficialmente in cartellone
da settembre. Se non è “the next big
thing” ci siamo molto vicini. La campagna di
Russia (1941-1943) è una guerra di invasione senza
pretesto. La propaganda fascista inganna sulla realtà
della spedizione e i treni si portano via una generazione
giovane, che parte quasi sorridente perché è
sicura di ritornare. Ma la “passeggiata” si
trasforma presto in tragedia: armi, abbigliamento e viveri
sono insufficienti, inadeguati, ridicoli. L’entusiasmo
iniziale diventa subito fame, freddo, paura. La spedizione
è una disfatta: partono 220.000 ragazzi, ne torneranno
20.000; Elia Marcelli (1915-1998) è uno di loro.
Porta a casa gelo, dolore e rabbia. Ma soprattutto porta
a casa il dovere di raccontare quello che lui e i suoi
compagni hanno passato. Per non dimenticare e per non
lasciar dimenticare. Sceglie la poesia, quella classica
del poema epico in ottave, per dare ai suoi ricordi l'afflato
più alto. Ma al contempo sceglie il dialetto, per
ricostruire le sue memorie con il senso terreno della
sua lingua parlata. Ne viene fuori “Li Romani in
Russia”, uno straordinario affresco che ricostruisce
passo a passo la storia: la partenza, il viaggio, i combattimenti,
la neve, i soldati, i muli, il nemico; la solidarietà,
la paura; la ritirata, la disfatta; la morte. E la solitudine
e la disperazione di chi sopravvive. Cristicchi ha riadattato
leggermente i testi, li ha imparati in quattro mesi di
studio, li ha intercalati a spezzoni audio propagandistici
d’epoca e per un’ora, solo sul palco, alle
prese con un tema non proprio leggero, rapisce il pubblico
e lo trasporta in un mondo parallelo lontanissimo ma tangibile.
E ancora una volta si dimostra un talento a tutto tondo,
sempre capace di stupire, di rinnovarsi, di cercare nuovi
stimoli e proporli al pubblico, senza farsi ingabbiare
dai ruoli.
L’incontro successivo è con Frankie
Hi-nrg, Emidio Clementi e Niccolò
Agliardi. Si parla di scrittura musicale con
intermezzi cantati.
Alla sette e mezza della sera il parco straripa già
di gente (saranno 2.000 le presenze totali) e alle 9,
puntuale, presentato da Massimo Cotto
inizia il concerto. Ad aprire è Lele Battista,
segue a ruota Eugenio Finardi. In gran
forma, ripercorre la sua carriera da Extraterrestre alle
recenti esperienze blues. Poi commenta: «Mi sembra
un festival pop dei miei anni». Graditissimo al
pubblico più giovane il set di Niccolò
Fabi, che dopo la sua esibizione (e dopo un bellissimo
duetto con Joe sulle note di “Vento
d’estate”), durante l’impegnativo
cambio palco per il set successivo, viene coinvolto da
Massimo Cotto in una mini-intervista in cui dimostra chiaramente
di essere, oltre a un cantante di successo, anche (e soprattutto)
una persona con delle idee in testa.
Il cambio palco è in realtà l’allestimento
di un ring sul quale concluderanno la serata Capossela
e Cinaski nel reading musicato del loro
libro scritto “a 4 guantoni in forma di round”
In clandestinità. La
storia di un’amicizia corpo a corpo, scandita a
colpi di vita che mandano al tappeto ora l’uno ora
l’altro dei due artisti. Un finale di peso, di alto
valore letterario, ma forse eccessivamente impegnativo
per un pubblico un po’ stanco della lunga maratona
musicale, anche perché le serate non prevedevano
posti a sedere, nel bellissimo parco di Villa Fiorita.
Per i nottambuli irriducibili, djset a cura di Andy.
La domenica del villaggio è dedicata
alla Parola Dialettale. Si apre con Ascanio Celestini,
coinvolto in un originale pranzo con l’autore, si
prosegue con lo spettacolo cabaret "Milan
Blues" di e con Roberto Brivio,
membro storico del gruppo dei Gufi, e
si arriva al momento dell’incontro, condotto da
Enrico Deregibus (consulente artistico
della Rassegna, e si vede!). Una conversazione sulla canzone
dialettale con Davide Van De Sfroos,
Luca Morino e Peppe Voltarelli.
Un antipasto di quel che accadrà sul palco alla
sera, la teoria prima della pratica. Ne esce tutta la
vitalità delle lingue locali messe in musica, la
loro capacità di emozionare, raccontare, allargare
i confini, perché riscoprire e tutelare le proprie
radici vuole dire anche aprirsi a quelle degli altri,
confrontarsi. Proprio il contrario di un uso esasperatamente
localistico del dialetto. Pino Marino e
Syria mettono in scena un set creato
ad hoc, con canzoni del repertorio romanesco (ma non solo,
anche con brani di Pasolini e di Strehler
che a quella tradizione si rifanno), accompagnati dal
pianoforte di Andrea Pesce. Interpretazioni
maiuscole, emozioni trasteverine che fanno vibrare le
corde anche a Brugherio, provincia di Monza e Brianza.
Incredibile ma vero. Meno riuscito l’amalgama tra
Kaballà e Mario Venuti,
a nostro parere, troppo intimista e malinconico il repertorio
del primo per un concerto all’aperto di quel genere,
poco a suo agio nei panni del cantore in dialetto il secondo.
Ma ci pensa Peppe Voltarelli a ristabilire
il giusto grado di energia. Ha solo la sua voce e la chitarra,
ma mette in piedi un set trascinante e appassionato, popolare
e istrionico coinvolgendo anche Joe, che si esibisce in
calabrese... Chiude alla grande Davide Van De
Sfroos, accompagnato da Angapiemage Galiano
Persico al violino e da Davide Brambilla
“Billa” (fisarmonica e piano). Davide
è la dimostrazione vivente della vitalità
del dialetto, lui che ne ha saputo fare lo strumento di
una saga fatta di personaggi di strepitosa forza. Ed è
la dimostrazione di come un artista possa entrare nello
spirito della rassegna, che è stato, appunto, quello
dell’incontro, dell’inedito, dell’inaspetato.
Nonostante i soliti fan accaniti che lo trattano come
un juke box e gridano i titoli dei (soliti) pezzi che
secondo loro avrebbe dovuto fare, Davide ha chiuso facendo
salire sul palco prima Peppe Voltarelli, in una strana
“Curiera” lombardo-calabrese,
poi insieme a Joe, in un omaggio al grande Ivan
Della Mea canta El me gatt e
poi, ancora insieme a Joe e ad Antonio Silva (presentatore
della serata) in “Gh'è Ammò
Un Quaivun” di Nanni Svampa.
Cose che sono successe sotto il cielo di Brugherio, che
ha anche deciso di risparmiarci la pioggia (solo uno scroscio
poco prima del concerto). Cose che speriamo succedano
ancora, l’anno prossimo. |
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