"I
miei dieci esercizi per riuscire a volare" di Michele Gazich
"Dieci
esercizi per volare è un album in parte diverso
dal rpecedente del 2008; è caratterizzato da spigliati
inni folk-rock e struggenti ballate cantate sempre da
una voce femminile affiancata al mio violino, ma questa
volta sentiremo anche chitarre elettriche ed acustiche
ed altri strumenti. Il primo album era il disegno,d in
questo ci ho messo i colori. "Dieci esercizi per
volare" nasce sul palco. Fortunatamente abbiamo suonato
molto lo scorso anno, in Italia e in altri Paesi europei.
Tra una data e l'altra siamo andati in studio, a più
riprese, da trammagio e settembre, e abbiamo registrato
con la tensione e l'emozione del concerto, con il vento
al posto delle suole delle scarpe e con il fuoco nel cuore.
Da ottobre a dicembre mi sono occupato, con atteggiamento
opposto, cioè con calma zen e accuratezza, della
scelta delle registrazioni e del mixaggio".
"La nave
dei folli", il violinista che scrive di
Giorgio Maimone
"In realtà io ho sempre scritto canzoni,
ma conscio di avere una pessima voce non ho mai pensato
di fare il cantante, ma di mettermi al loro fianco (e
sono ormai una quindicina di anni) seguendo questi cantautori.
Alla fine con Michelle Shocked, Eric Andersen, Mark Olson,
Massimo Bubola, Gigi Maieron che ben conosci, alla fine
la mia collaborazione con loro si è svolta su vari
livelli. Alle volte ho solo suonato il violino, alle volte
ho arrangiato i dischi, altre volte addirittura scrivendo
con loro. Diciamo che ho approfondito sul campo. Nel frattempo
io andavo avanti a scrivere e mentre collaboravo con questi
artisti ero alla ricerca de “la voce” che
potesse essere adatta per le mie canzoni. Non avevo voglia
di improvvisarmi cantante. Oggi tutti si improvvisano
per quello che non sanno fare, a me non è che piaccia".
(segue)
I
quattro Angeli imbarcati sulla Nave dei folli
di
Giorgio Maimone Michele
Gazich ha visto gli angeli. Niente di grave. E’
quando si vedono i demoni che la propria vita può
essere arrivata a fine corsa. Ne ha visti tanti: almeno
quattro, ma poi, sulla sua Nave dei folli, ha imbarcato
anche “Dieci esercizi per volare”, l’ape-puttana
di “Sanguedolce”, la “pietra che rotola”
di Joe Hill, più ali, stelle e cuori ardenti.
Il risultato è sorprendente per chi non abbia
mai ascoltato il primo disco del gruppo costituito dal
violinista bresciano; è invece una conferma per
chi quel disco aveva ascoltato e anche amato.
Eppure ci sono variazioni sostanziali di impianto, oltre
ad alcune altrettanto sostanziali conferme. Resta, per
ora, la voce di Luciana Vaona come voce portante di
tutti i brani (Michele scrive le canzoni, suona viola,
violino e piano, arrangia, ma non canta), resta il bassista
dell’album precedente Fabrizio Carletto, ma il
pianoforte di Beppe Donadio viene sostituito, tranne
in due brani, o dal piano suonato da Gazich o dalla
chitarra acustica ed elettrica di Marco Lamberti che
dà una decisa impronta personale al suono.
La scommessa della Nave dei folli era stata quella di
fare un disco di folk rock che rinunciasse a chitarra
e batteria. Nel secondo album è rimasta solo
la rinuncia alla batteria, mentre la chitarra prende
subito la sua parte nella “Canzone
della pietra che rotola” e soprattutto
nelle rockate “Non ho ali”
e “Hai mai sentito ardere il tuo cuore”,
dove il fragore delle elettriche si mescola con lo stridore
di un violino indemoniato che neanche Jimi Hendrix.
(segue)
La
Nave dei folli, per l'emozione e contro i centri commerciali di
Giorgio Maimone
Siete
a favore dell'emozione e contro i centri commerciali?
Siete convinti che Dostoevskij non sia il nome di una
vodka? E allora forse questo disco fa per voi. Non voglio
dire che sia un disco facile e immediatamente digeribile.
Non ha chiarre, non ha batteria. E' lontano dal rock,
ma non è vicino nemmeno al folk. E' cantautorale
e collettivo (credo sia il primo caso di cantautore che
non canta!), è suadente, ma non accomodante. Forse
per chi ha seguito la vicenda artistica di Michele Gazich
meno sorprendente. Per gli altri di più: ma saranno
i primi ad amarlo di un amore più intenso.
Michele Gazich è musicista (violino, viola),
arrangiatore e produttore (Maieron, Bubola), accompagnatore
di grandi figure del rock Usa (Marc Olson, Michelle
Shocked, Eric Anderson, Mary Gauthier). Adesso al suo
multiforme talento si aggiungono due voci: autore e
titolare di un disco a suo nome. Ci ha lavorato tanto:
due anni, nei ritagli di tempo, ed ha fatto tutto da
solo: ha scritto i testi (prima), le musiche (dopo),
creato un gruppo, arrangiato e prodotto il disco. Ora
sta cercando di farlo conoscere in giro.Michele Gazich
è stato l'alter ego di Massimo Bubola per parecchi
anni: dal 2002 al 2007, passando da dischi come "Segreti
trasparenti", "Il cavaliere
elettrico IV", "Quel lungo treno"
e "Neve sugli aranci". Nel
2002 aveva dato corpo ai sogni di Luigi Maieron, producendo
assieme a Bubola il suo epocale "Si vif",
uno dei più begli album del decennio e lo scorso
anno, chiusa la parentesi con Bubola (diretto verso
una sponda più rock), aveva di nuovo raggiunto
Gigi Maieron per realizzare "Une primavere",
altro grande album sotto il cielo. Così, zitto
zitto, parlando poco Michele aveva messo lo zampino
in tre dei dischi migliori del decennio ("Si
vif", "Une primavere" e "Segreti
trasparenti"), ma in cuor suo covava il
momento in cui non dovesse più fare da spalla
a qualcun altro, ma presentare il frutto del suo proprio
lavoro. E il tempo è arrivato con "La
nave dei folli". (segue)
"Une
primavere"
E così l'albero ha ripreso a scrivere. Si è
scosso di dosso i suoi dolori, le sue cicatrici, le ferite,
le rughe e ne ha fatto materiale per poesie in musica.
Maieron parla con la voce di vento e ad ascoltarlo bene
sembra di sentire il fruscio passare tra le foglie della
quercia, salire e scendere per i fianchi dei monti, passare
indenne attraverso le stagioni e giungere fino a noi per
scuoterci nell'intimo. Luigi Maieron non parla di amori
fugaci, di malesseri passeggeri, di episodi smarriti nella
memoria. No, per Gigi il cuore è la vita stessa,
il senso di esistere, il nostro ruolo transitorio, con
tutte le domande che si può portare dietro.
Sono passati 5 anni da "Si vif", 5 anni di gioie
e sofferenze, di speranze e di frustrazioni, ma soprattutto
di vita. In mezzo c'è stata la collaborazione con
Massimo Bubola e con la Sedon Salvadie, il ritorno nelle
terre di Friuli con lo studio su Pier Paolo Pasolini,
culminato nello spettacolo "I Turcs tal Friul",
la partecipazione alla seconda edizione del Festival di
Mantova, la pubblicazione del romanzo "La neve di
Anna" e infine il tentativo lungo e spesso infruttuoso
per arrivare al terzo disco (esiste anche l'ottimo ma
più acerbo "Anime Femine"). Nel frattempo
la scaletta del nuovo lavoro si gonfiava e si sgonfiava
in misura consistente: "La neve di Anna", intesa
come canzone, durava 5'02" contro i 4'24" di
adesso e non era un valzer viennese, mentre "Il vento
di casa", pur invariato nel minutaggio, era piacevolmente
intriso di umori da controcultura anni '70. Di un altro
brano come "Le montagne sono bianche" si sono
purtroppo per ora perse le tracce. (segue)
Segreti trasparenti
“Segreti trasparenti”,
in parte, è il disco che non ti aspetti. Massimo
Bubola, come ama dire a sua volta, è ormai un
pezzo di storia della canzone italiana: i suoi primi
vagiti con De André risalgono a un quarto di
secolo fa.
E uno stile Bubola è ormai abbastanza codificato.
Di questo codice fa parte ahimè anche la scelta
di portare la voce a profondità a volte innaturali.
Un conto è essere Leonard Cohen o Fabrizio De
André e avere naturalmente la voce bassa, altro
conto è sforzarla. Però, in “Segreti
Trasparenti” molti conti iniziano a tornare.
Sarà perché il suono cupo di Bubola è
contemperato dal timbro fresco di una voce femminile
(Elena Vaona), sarà perché in molti brani
se ne dimentica a canta come gli verrebbe naturale,
sarà per gli arrangiamenti curatissimi che ha
creato con Michele Gazich, ma il disco non solo funziona,
ma è un bellissimo lavoro, con alcune punte eccezionali.
Bentornato al cavaliere acustico!
“La
fontana (e la domenica)”, “Stai con me”,
“Entrambi”, “Per quanto tempo”
“Quella campana” e “Tornano
i santi” sono grandi canzoni che
si innestano comunque su un tessuto dove anche i cinque
brani restanti offrono saldi appigli per chi volesse
provare a definire una via italiana al rock d’autore,
con un bel melange di atmosfere che vanno dal neo-folk
italiano di “La fontana (e la domenica)”,
al tex-mex ibridato reggae di “Per
quanto tempo”, al country di “Stai
con me” e alla ballata epica alla
Mike Scott-Waterboys-style di “Tornano
i santi”.
(segue)