Fenomenologia
del Cristicchi Simone di Leon Ravasi
“Ridendo
castigat mores”. Il Cristicchi è un animale
imparidigitato (per ogni mano) che alligna nei climi subtropicali
della Repubblica delle Banane e da questa Repubblica prende
nutrimento primario per il suo canto d’amore. Che
è un canto che sale alto, accompagnato da un’apposita
musica tribale, per celebrare riti, ozi e fescennini del
Paese suo. Lo fa quasi sempre in rima e, quasi una coazione
a ripetere, ogni volta si avvicina al cuore dell’argomento,
fingendo di volersene allontanare. Mai voltare le spalle
a un Cristicchio! Quello pare che niente fa …e un
attimo dopo sei servito di barba e capelli.
E se si parla di "capelli", in questo caso,
si resta perfettamente in tema. Praticamente la medicina
che il Simone della famiglia Cristicchi ci consiglia di
prendere fa parte della cultura omeopatica: una volta
identificato il principio fondante del male lo si cura
con qualcosa di simile (similia similibus curantur).
(segue)
Pelli da cambiare:
in concerto di
Moka
Simone Cristicchi è un bancario che gioca a fare
lo spostato o è uno spostato che gioca a fare il
bancario che gioca a fare lo spostato? Guardate la copertina
del disco qui a fianco. Cosa ne dite? La seconda, vero?
La seconda. Concordo. Diciamo che dal vivo Cristicchi
sembra un po' uno Jannacci degli esordi: clown lunare,
ma con una bella incertezza su dove finisca il clown e
dove inizi il lunare". Ma passano pochi anni e Simone
Cristicchi, premiato con la Targa Tenco per la migliore
opera prima, ispirandosi forse a Endrigo e alla sua capacità
di miscelare il serio e il faceto, propone un set di luci
e ombre, di scanzonatezza e spessore, di ironia e di disagio.
Alterna le canzoni alla lettura di alcune lettere ritrovate
negli archivi del manicomio di San Girolamo di Volterra.
Poi, non passa tanto tempo e Simone gira con gli Gnu Quartet.
Infine il coro dei Minatori di Santa Fiora. Quante pelli
per un concerto? (segue)
Grand
Hotel Cristicchi: stanze diverse, con servizio in camera
di
Giorgio Maimone
Non
fidatevi di Simone Cristicchi! E soprattutto cercate
di capirlo bene. basta un attimo di distrazione e ci
si trova a recensire come stronzate quelle che in realtà
sono fini giochi di parole, calembour, paradossi. Prendiamo
il caso dell'ultimo Sanremo: uno sente "Meno
male che c'è Carla Bruni / Siamo fatti così
/ Sarko-no, Sarko-sì / Che bella Carla Bruni
/ se si parla di te, il problema non c'è"
e pensa "siamo tornati alle pinne, ai fucili e
agli occhiali". Poi legge meglio il testo: perché
se lo si ascolta si canta e si danza. E' meglio leggerlo
e leggendo si trova: "C'è l'Italia s'è
desta / dipende dai punti di vista / C'è la crisi
mondiale che avanza / e i terremotati ancora in vacanza"
oppure "Ci siamo rotti il pacco di sentire
che va tutto male / della valanga di brutte notizie
al telegiornale". E allora si pensa che c'è
stato qualcuno (Qualcuno? Chi? "Quel" qualcuno?)
che davvero aveva pensato di fare un telegiornale solo
di belle notizie, quando ancora faceva l'editore tv.
E c'è sempre qualcuno che ha detto che mandava
i terremotati in vacanza, riempiendosi la bocca di promesse
non mantenute. Ma allora questa canzone non è
così scema! Anzi, non è per niente scema.
Andiamo a guardare sul libretto e scopriamo che è
dedicata a Piero Ricca e Marco Travaglio. Vale a dire
due spine nella scarpa (rialzata) del Nano di Arcore.
Ma possiamo estendere l'esame alle altre canzoni: "Il
pesce amareggiato" è dedicato
a Greenpeace, "La vita all'incontrario"
è ispirata a un aforisma di Woody Allen, "L'ultimo
valzer" è ispirata al romanzo
di Lorenzo LiCalzi "Che cosa ti aspetti da me?",
"Tombino", unica
canzone non scritta da Cristicchi ma da Gabriele Ortenzi/Areamag,
è intitolata ai bambini che vivono nelle fogne
di Bucarest, "Insegnami"
è dedicata a suo figlio Tommaso, "Meteora"
alle vittime inconsapevoli e non dei talent show e della
scena musicale indipendente, "Volemo
le bambole", col coro dei minatori
di Santa Fiora parla delle "Veline, Meteorine,
Letterine, Siliconate / Calendariate, Candidate, Ministre",
"Quattro minuti e 28 secondi" è dedicata
al pianista Luca Flores, quello morto suicida e ricordato
nel libro di Walter Veltroni e nel film di Riccardo
Milano "Piano, solo", "Genova
brucia" è dedicata a Amnesty
e parla di Carlo Giuliani. "Come la
neve", infine, è dedicata
"a te che resterai". Già solo dalle
dediche un intero percorso e una possibile lettura dell'album,
diviso tra momenti intimi e attimi sociali. (segue)
"Innanzitutto
devo fare un preambolo. Dopo il successo del Festival
di Sanremo io ho avuto
un fortissimo ritorno di popolarità, di visibilità.
Ho cercato, dopo aver fatto un tour molto lungo di 100/200
date, di dedicarmi a progetti particolari che magari
poco hanno a che fare con la musica di massa, pop o
leggera. In questo caso mi sono appassionato alla musica
popolare grazie all'incontro con Ambrogio Sparagna che
è un grande musicista e suona con un orchestra
di musica popolare. Dopo di ché ho conosciuto
per caso questo coro, in un piccolo paese sul Monte
Amiata, Santa Fiora. Questo coro ripropone canzoni dei
minatori, ma un repertorio particolare che io chiamo
"del dopolavoro". Nel senso che ci sono i
canti di lavoro e quelli del dopo lavoro (ridiamo).
Ed essendo il lavoro del minatore un lavoro molto duro
e anche pericolo perché molti minatori morivano
o rischiavano di morire nelle gallerie, questo ha fatto
in modo che questi canti fosse goliardici, allegri,
molto gioiosi. Canti che venvivano fatti nelle osterie,
dopo il lavoro, appunto. E quindi c'è questa
componente di ritrovarsi tutti insieme e cantare per
gioire della vita e nello stesso tempo è un modo
di fare memoria: fare in modo che questa storia non
venga dimenticata. La storia dei lavoratori. Anche perché
il mestiere del minatore non esiste più. Di conseguenza
questo tipo di canti ne sono la testimonianza perché
raccontano sì, la gioia, l'allegria, la goliardia,
ma raccontano anceh un mondo che non non c'è
più". (segue)
Sanremo,
vidi, vici Ho letto il tuo testo per Sanremo, Ti regalerò
una rosa, e ho capito che il matto sei tu! Uno che va
a Sanremo con un testo del genere non può che essere
pazzo. E’ bellissimo!
Hai
solo letto il testo? (ride)
Sì,
per adesso sì e l’ho trovato assolutamente
commuovente e di grandissimo livello poetico. Come hanno
fatto ad accettartelo a Sanremo un testo del genere?
Non
lo so. Però lo ritengo un fatto assolutamente
positivo: è la prima volta che si affronta un
tema del genere a Sanremo. Ora come ora non avrei saputo
parlare d’altro, perché arrivo da un viaggio
- un viaggio che ho fatto per il mio documentario sui
manicomi - e mi sono chiesto: “Di cosa posso parlare
in maniera emozionante. Cosa conosco bene in questo
momento"? Ed è venuto fuori questo tema,
questa idea. Che in qualche modo è un’alchimia,
perché è anche una canzone d’amore,
volendo… Alla fine Ti regalerò una rosa
è come se fosse una canzone dedicata a questa
Margherita che è andata via. Però secondo
me la cosa più importante è che si parli
di tutt’altro nelle strofe. (segue)
Il volo libertario
di Antonio Ci eravamo sentiti prima del Festival di Sanremo.
Avevo letto solo il tuo testo e già mi sembrava
di categoria superiore. “Nonostante” questo
hai vinto il festival con una canzone da matti, nel
senso che solo un matto poteva proporla. La prima domanda
è ci credevi? E cosa è cambiato da allora?
Non
me l’aspettavo. Mi aspettavo che potesse piacere
a un pubblico ampio, anche a persone come te, che magari
possono stare lì ad ascoltare meglio il testo,
che trovano qualcosa di particolare nella canzone. Però
il grande pubblico, quello che in parte ha decretato
questa vittoria, non avrei mai detto che si scoprisse
una sensibilità di questo tipo. Sul fatto di
cosa sia cambiato, a grandi linee posso dirti che è
cambiato l’atteggiamento nei miei confronti. C’è
un grande rispetto, Quindi questa canzone non solo ha
aiutato a rispolverare questa tematica, ma ha anche
aiutato me personalmente a trovare una credibilità.
Se pensi che molti mi etichettavano ancora come il cantante
di "Vorrei cantare come Biagio" che è
stata una canzone molto equivocata, poco capita.
(segue)
Non
di sola follia è fatta la strada del diverso
E' un libro serio. Non è certo il
libro di un cantautore. Si parla pochissimo di musica
e poco di canzoni. Si parla (come volevasi dimostrare)
di matti. Simone Cristicchi ha un progetto e lo persegue
con tutta la orza dei suoi mezzi, che, in questo momento
è notevole.
La
buona esposizone mediatica a cui è sottoposto
dopo la vittoria del Festival di Sanremo, ma anche prima,
con la capacità di collocarsi presso due potenze
come la Sony Bmg per la discografia e poi, quasi a cascata
o in conseguenza di questo, la Mondadori per l'editoria,
fanno sì che il discorso di Simone sui matti,
sui diversi, su chi sta "dall'altra parte del cancello"
(sempre che non siamo noi astare dall'altra parte del
cancello) ha ripreso quota.
Se
ne parla, si commenta la situazione, si ritorna a pensare
al fenomeno. E forse è normale che in un Paese
dove il giornalismo di denunica lo fanno solo le Iene,
politica attiva un comico come Beppe Grillo (o un imbonitore
tv come Berlusconi) una seria riflessione sulla malattia
mentale parta da un cantautore. Per giunta da uno nato
come "buffo".
Il libro è articolato in parte come una serie
di racconti di storie singole che sono tutte storie
vere, anche autobiografiche, che Simone però
tratta in punta di penna, con leggerezza, con sapienza
descrittiva, con una buona alternanza di momenti lievi
e momenti seri, utilizzando la leva del sorriso, dello
sguardo ironico, per affondare meglio il bisturi del
dubbio o del dolore quando arriva.
(segue)