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Le BiELLE RECENSIONI
Afterhours presentano: "Il Paese è reale"
Il meglio del rock per un Paese migliore?
di Moka


Ascolti collegati


Roberto Angelini
La vista concessa

Dente
L'amore non è bello

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I milanesi ammazzano il sabato

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Non c'è due senza te

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Ballata per piccole iene

Le luci della centrale elettrica
Canzoni di spiagge deturpate

Musicisti:
Manuel Agnelli (voce, chitarra acustica); Giorgio Prette (batteria); Giorgio Ciccarelli (Chitarra elettrica); Roberto Dell'Era (basso); Rodrigo D'Erasmo (violino); Enrico Gabrielli (oiano, glockenspiel).

Tracklist

01 Afterhours - Il paese è reale
02 Paolo Benvegnù - Io e il mio amore
03 Marco Parente - Da un momento all’altro
04 Dente - Beato me
05 Cesare Basile - Le canzoni dei cani
06 A Toys Orchestra feat. Luca D’Alberto - What you said
07 Reverendo - California
08 Calibro 35 - L’uomo dagli occhi di ghiaccio
09 Il teatro degli orrori - Refusenik
10 Roberto Angelini - Tempo e pace
11 Beatrice Antolini - Venetian hautboy
12 Zu - Maledetto sedicesimo
13 Zen Circus - Gente di merda
14 Marco Iacampo - Che bella carovana
15 Mariposa - Le cose come stanno
16 Settlefish - Catastrophy liars
17 Disco Drive - The giant
18 Marta sui tubi - Mercoledi
19 Amerigo Verardi + Marco Ancona - Mano nella mano



Dire che gli Afterhours mi facciano impazzire è più che un eufemismo. E' una menzogna. Però li rispetto molto. Non sono la mia tazza di te e nemmeno il mio piatto preferito, ma sono bravi. Non quanto si dice. Ma bravi. Però questa volta hanno fatto una cosa grossa. E l'hanno fatta proprio bene. Hanno partecipato a Sanremo con una canzone fuori orbita rispetto alle traiettorie festivaliere e poi, dopo aver vinto il primo della critica ed essere stati sbattuti fuori alla prima serata, visto che non avevano un disco nuovo da promuovere ("I milanesi ammazzano il sabato" è freschissimo e ce l'ho ancora lì da recensire) hanno fatto un vero disco nuovo condividendolo col meglio del rock italiano contemporaneo. Ed ecco "Il paese è reale"! Applausi, grazie.

Tutto funziona senza intoppi. E sostanzialmente senza punti deboli. Ma più che la somma dei singoli fattori interessa il valore d'insieme. "Il paese reale", nel senso della title track degli Afterhours, è il brano ascoltato a Sanremo dove è stato subito eliminato, ma è riuscito a vincere il premio della critica. E' un buon rock italiano senza esagerazioni né fumismi, cantato con convinzione e partecipazione da Manuel Agnelli e soci ed è l'unico brano a usufruire del testo riportato nel libretto. Da memorizzare la frase "Adesso fa qualcosa che serva / che è anche per te se il tuo Paese è una merda".

Il secondo pezzo è però un colpo d'ala: una lunga ballata incalzante (4'42") di Paolo Benvegnù, intitolata "Io e il mio amore". Canto maiuscolo, ottimo testo, bell'accompagnamento rock da parte di un gruppo ben rodato. Forse uno dei brani migliori dell'intera nidiata. Si regge bene anche Marco Parente che propone una scarna "Da un momento all'altro", retta su piano e voce prima dell'intervento degli altri strumenti. Un po' esile, ma non gracile. Con personalità.

"Beato me" è il classico Dente. Testo e musica, citazioni e "già sentito", tra easy listening e canzone d'autore. "Dai l'acqua alla pianta dei sogni / che intanto io accendo il cammino / cammina vicino a me / ma non starmi vicino". Tutti i pregi e i difetti di Giuseppe Peveri in un brano classico del suo repertorio. Pochi tocchi e siamo dentro a un mondo completamente riconoscibile. Forse un mondo mono, low-fi, sghangherato, ma del tutto proprio. E' buono. Che altro dire? Un ascolto e la si canticchia.

Cesare Basile, da tempo, propone solo canzoni di un certo peso e "Le canzoni dei cani" non sfugge alla regola. Anche qui non c'è dubbio fin dalle prime note su chi stia cantando
: "il vento ti ha soffiato nelle ossa / quando i tuoi eroe erano già tutti morti / avevi i colpi avevi le parole / dove nessuno sogna mai di andare / tutto l'amore nel pugno / e il peso scarso della tua morale". Grande canzone, rock cantautorale con un gruppo alle spalle dove primeggia il violino di Rodrigo D'Erasmo. Epica e morale.

Non conosco A Toys Orchestra, ma la loro "What you said" è una morbida ballata acustica che consente un po' di ritemprare le orecchie abrase dalle precedenti schitarrate dei primi 17 minuti del disco. Molto gradevole. Interessante anche il Reverendo con "California", scritta da Giovanni Ferrario e Cesare Basile (che si occupa anche dei cori e suona dobro e chitarra elettrica). Niente affatto male. Slow rock d'autore. "L'uomo dagli occhi di ghiaccio" dei Calibro 35 dura 6'38" ed è il brano più lungo di tutto il disco (che peraltro è molto lungo: 19 canzoni per un totale di 73'09"). Brano solo strumentale che mette in luce tutte le qualità di questo gruppo quasi progressive.

Il Teatro degli orrori torna al classico rock italico con "Refusenik". Chitarre distorte e voci filtrate, un po' obliquo ma d'effetto. Con Roberto Angelini torniamo in un ambito più interessante: il nostro ormai è una certezza nell'ambito della nuova canzone d'autore e la sua "Tempo e pace" non fa eccezione. Morbido inizio chitarristico, poi gli archi a ricordare Nick Drake e u canto suadente: "Si sciolgono i ghiacci e le intenzioni / si vestono di nuove intenzioni / si alzano i mari e le passioni / ti sfiorano le mani". Proprio bella. Anche grazie alla lunga coda alternativa.

Di Beatrice Antolini parleremo ancora presto: "Venetian hautoby" è un brano che non rende appieno grazie ai suoi meriti ma che non può assolutamente passare inosservato. Beatrice c'è, sa cantare, sa scrivere ed ha personalità. Il suo sound è internazionale (merito anche dell'inglese) e parzialmente radiofonico, ma siamo di fronte a un nome importante per la musica al femminile. Testo, musica e tutti gli strumenti suonati da lei (batteria, percussioni, chitarra. basso, moog, voce principale e cori). Chapeau!

Gli Zu presentano "Maledetto sedicesimo" e non è certo una pausa di relax. Però il brano, sola musica, c'è e resta a livello delle altre proposte presentate in questo disco che ha il grande merito di fare un chck up sullo stato di salute del nuovo rock italiano (Ottimo, grazie!). "Gente di merda" degli Zen Circus è meno rumoristico e più interessante, anche perchè dotata di un testo interessante di Andrea Appino. "Un mucchio di persone non hanno mai ragione / la storia ce lo insegna che se vivi sei un coglione / Si inizia a stare stretti siamo sette miliardi / altri nuovi arrivano a far gli stessi sbagli". Liberatorio il ritornello: "Che gente di merda / che gente di merda / siamo solo fango sparso sopra questa terra / che il vento ci disperda che il mare ci sommerga".

Con la successiva "Che bella carovana" di Marco Iacampo si cambia mood sonoro. Una ballata acustica (Marco, come Beatrice, scrive testo e musica e suona tutti gli strumenti) che ha frecce al suo arco per colpire al cuore: "Che bella carovana che avanza nel deserto la direzione la sai tu / da un orizzonte aperto per chi vorrà veder di più .... / Non tornerò Babilonia / non mi vedi più". Meno eclettici del solito i Mariposa che propongono "Le cose come stanno": così sorprendono meno, ma si fanno ascoltare meglio. L'eccesso di eclettismo non sempre è facile da seguire. Un'aria vagamente retrò percorre il brano che scorre piacevole su binari tranquilli.

"Catastrophy lars" dei Settelefish non raccoglie i miei migliori umori, ma ci sta. Su 19 canzoni non possono essere tutte "la preferita". Sarà che l'uso dell'inglese da parte dei gruppi italiani mi dà la pellagra, sarà che non sento e non vedo nulla di nuovo, ma la canzone proprio non mi dice. "The giant" dei Disco Drive, purtroppo, arriva subito dopo smentirmi. E' in inglese eppure mi piace (come mi piaceva quella di Beatrice Antolini). Non ne capisco ugualmente il motivo. Non ci vedo crescita culturale né altro, non serve neanche la solita scusa che il rock vuole l'inglese perché ha le vocali tronche, perché qui si tratta di una ballata un po' onirica. Comunque gradevole.

Salto in avanti con Marta sui tubi. Era un po' che non li ascoltavo con attenzione, ma questa energica "Mercoledì" ha dei bei numeri al suo attivo. Ukulele e voloncello formano un impasto decisamente originale. "Passo a prenderti sempre qui e ti regalerò / un'anima con le mutande di cera che presto incendierò / sintomi di un mercoledì che non vuole arrivare mai". Una canzone sola ma con un pieno di idee a disposizione.

Chiudiamo con "Mano nella mano" di Amerigo Verardi e Marco Ancora. Chitarre e voci, con basso e batteria suonate sempre dagli stessi due. Una slide e una pedal steel che introducono la strada per l'America e un canto delicato che sembra alludere più agli America che all'America. Una lunga coda musicale di oltre due minuti chiude la canzone ed il disco. Degno finale per un'opera che non può lasciare indiferenti. Insomma, se il prezzo per andare a Sanremo è poi riuscire a dare una degna vetrina a buona parte del migliore nuovo rock italiano non riesco a vedere un solo motivo per cui non si debba fare. Una nota di merito grande agli Afterhours che conducono in porto un'operazione da quattro stellette di critica e cinque di pubblico. Un film da srotolare a lungo sotto le orecchie.

Afterhours
"Il Paese è reale"
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Ultimo aggiornamento: 04-03-2009
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