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Le BiELLE RECENSIONI
Gerardo Balestrieri: "Un turco napoletano a Venezia"
Canzoni napoletane col caffettano
di Silvano Rubino


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Musicisti:
Didem Dermen: Kanun-Santur
Arif Azerturk: oud, tar, saz, bouzuki, cumbus
Gerardo Balestrieri: voice, guitar, accordeon, daf, zill

Paola Fernandez Dell'Erba: voice
Loris Tagliapietra:c. bas
Muserref Dilek Zertunç:-bass kementche

Sinan Çelik: ney, kaval
Said Chavoshbaran: daf, tombak
Marzuk Mjeri: darbuka, riqq, mazhar

Tracklist

01. A Marechiare
02. Maruzzella
03. Canzone Appassiunata
04. Guapparia
05. ‘O guappo ‘nnammurato
06. Scetate
07. Nascette ‘mmiezz ‘o mare
08. ‘O Sarracino
09. Caravan petrol
10. Tammurriata Nera
11. Uocchie e’ arrraggiunate
12. Core ‘ngrato

La prima parola che viene in mente ascoltando “Un turco napoletano a Venezia” è fascino. È il fascino discreto della contaminazione, dell’incontro tra culture, atmosfere, facce e lingue. Quello che rende uniche città come Sarajevo, Gerusalemme. O come Venezia, Napoli, Istanbul. Queste ultime tre sono proprio le protagoniste della stravagante operazione imbastita da Gerardo Balestrieri per questo suo secondo disco. Canzoni napoletane della tradizione rivestite da sonorità mediorientali, per uno spettacolo (poi diventato disco) concepito e suonato a Venezia, città d’adozione del partenopeo Balestrieri.

Scrive lui stesso nelle note di copertina: «L'idea di questo disco mi è acquaticamente balenata in mente un giorno quando in barca da San Marco guardando il bacino, mi sono comparsi il Vesuvio e il Bosforo tra l'isola di San Giorgio e la Giudecca, Napoli, Venezia e Istanbul: armoniose, sincretiche, città….da far incontrare attraverso la musica. Ho scelto la forma canzone, quella napoletana che meglio conosco e che desideravo incidere da tempo per tentare il sogno: Napoli città storicamente aperta alle contaminazioni che s’imbatte nella Istanbul imperiale attraverso Venezia porta tra Oriente ed Occidente, questa volta non in guerra…ma in musica ».

Dichiarazioni di intenti ambiziosa. Per l’ennesima rivisitazione di un repertorio, quello della canzone napoletana, vitale quanto si vuole, ma che di certo non ha bisogno di essere riscoperto (basti pensare alla fortuna popolare delle interpretazioni di Renzo Arbore e allo splendore di quelle firmate dalla coppia Massimo Ranieri-Mauro Pagani)... In questo caso c’è il valore aggiunto di una scommessa, quella di tentare un azzardo, un esperimento musicale totalmente inedito.

Lo si capisce dagli strumenti utilizzati, che hanno i seguenti nomi: Kanun-Santur, oud, tar, saz, bouzuki, cumbus, accordeon, daf, zill, bass kementche, ney, kaval, daf, tombak, darbuka, riqq, mazhar. Niente mandolini, quindi. Immaginiamo, per esempio, che qualcuno di voi che non ha mai sentito prima “‘O guappo ‘nnammurato”, canzone di Raffaele Viviani del 1917 la ascolti per la prima volta nella versione (splendida) strumentale contenuta in questo disco senza sapere nulla prima del progetto. Non credo che direbbe che si tratta di una canzone napoletana, quanto piuttosto di un brano di provenienza mediorentale (per dirla con Balestrieri «un’area molto più ampia che va dal Maghreb alla Persia»). Stesso discorso per il finale di Core ‘ngrato.

Questo per dire che l’azzardo di un incontro mai sperimentato prima, in una maniera un po’ misteriosa, è riuscito. Forse perché, come dice ancora Balestrieri, «dalla struttura armonica, alle melodie, ai passaggi obbligati, all'uso di una scala musicale comune, ai ritmi, la canzone napoletana ha da sempre in sé qualcosa di profondamente “turco”». Forse semplicemente perché l’ensemble scelto da Balestrieri (l’Arif Azerturk ensemble è composto da musicisti dell’Azerbaijan, dell’Armenia, dell’Iran, della Tunisia, da Venezia, da Napoli, dalla Grecia, da Istanbul) ha saputo creare una miscela un po’ magica, un suono scabro ed evocativo, arcaico e coinvolgente, che calza e incalza le melodie napoletane.

Il repertorio è dei più classici e spazia lungo un arco temporale di quasi 100 anni, dal 1886 di “A Marecchiare” di Salvatore di Giacomo al 1975 di “Nascette ‘nmiezz ‘o mare” di Renato De Simone . Quest’ultima è “un lungo intermezzo”, tra le due parti del disco, una sorta di storia satirica di Napoli in versi, unico deragliamento dal repertorio più tradizionale, all’interno del quale figura a buon diritto anche Renato Carosone, autore di cui Balestrieri re-interpreta in questo disco tre canzoni (“Maruzzella”, “‘O Sarracino”, “Caravan petrol”). Un vero e proprio omaggio, quasi a marcare una particolare vicinanza con lo stile ironico e divertito del grande Renato. Poi ci sono le classiche canzoni d’amore, quelle da guapperia, in un viaggio senza preclusioni, senza confini («il repertorio nel suo preciso navigare tende a cancellare le differenze tra musica colta, popolare sceneggiata, macchietta ecc.», spiega Gerardo), che affida alle sonorità dipinte dall’ensemble il compito di dare una profonda unitarietà al lavoro.

Alla voce rauca e graffiante di Gerardo si affianca (e in un paio di canzoni viaggia anche da sola) quella di Paola Fernandez dell’Erba, cantante argentina di origini lucane. Ennesimo esempio di contaminazione in un lavoro che è qualcosa di più di un disco, è un’operazione culturale. Che non può non far tornare alla mente quella fatta da Fabrizio De André e Mauro Pagani 25 anni fa. E che, come quella, è un’operazione carica di rischi. Perché quasi sicuramente scontenterà i puristi della canzone napoletana, che faranno fatica a riconoscere i loro classici rivestiti di caffettano, pantaloni rigonfi e babbucce. Dall’altra parte i cultori delle sonorità mediorentali forse non gradiranno la scelta di piegarle alle melodie napoletane. Chi ama mischiare le carte, chi è abituato a scoprire il bello della contaminazione, invece, sarà piacevolmente coinvolto nell’invito al viaggio lungo l’immaginaria rotta tracciata da Balestrieri tra Venezia, Napoli e Istanbul. Bon voyage.

Gerardo Balestrieri
"Un turco napoletano a Venezia"
Interbeat/Egea - 2009
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Sito ufficiale

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Ultimo aggiornamento: 15-09-2009
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