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Le BiELLE RECENSIONI
Mannarino: "Bar della rabbia"
Se c'entri n'esci 'mbriacato
di Fabio Antonelli


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Musicisti:
Alessandro Mannarino: voce (all tracks), chitarra classica (6, 11, 12)
Tony Canto: chitarre acustica, elettrica e portoghese (1, 2, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10,12, 13, 14), basso (4, 8, 10), tamorra (8, 10)
Luca Scorziello: percussioni ( 2, 3, 4, 5, 7, 9)
Giovanni Arena: contrabbasso (2, 3, 5, 7, 9)
Franco Barresi: batteria (2, 7, 8), percussioni (2, 5, 8, 10)
Tony Brundo: fisarmonica (4, 7, 10, 11), pianoforte (12), synt programming (5, 9), diamonica (9), fender rhodes (13), arrangiamento e orchestrazioni banda (14)
Simona Sciacca: voce (10)
Jacopo Fiorio: chitarra (6)
Matteo Montaldi: fisarmonica (6)
Cristina Pellegrino: voce (1)
Banda Stesicorea di Scordia (14)
Antonino Vitali: tromba (2, 4, 5, 7, 11)
Giuseppe Liggieri: eufonio (5, 11), trombone (1, 2, 7)
Salvatore Enrico Zapparatta: trombone (1, 2, 5, 11)
Gaetano Monforte: bassotuba (5)
Marco Monitto: sax tenore (2)

Testi e musiche di Alessandro Mannarino

Prodotto da Alberto Quaranta
Produzione artistica e arrangiamento: Tony Canto
Registrato e mixato presso lo studio “Sonoria Studio Rec” di Scordia (CT) da Vincenzo Cavalli
Il brano “Il bar della rabbia” è stato registrato presso lo studio “FM Records” di Alessandro Pinelli.
Masterizzato presso “Nautilus Mastering Studios” (MI)
Art direction: Nazario Graziano e David Aprea
Grapic Design: Nazario Graziano
Foto: Simona Mizzoni


Tracklist

01. Intro
02. Me so ‘mbriacato
03. Svegliatevi italiani
04. Elisir d’amore
05. Le cose perdute
06. Il bar della rabbia
07. Tevere Grand Hotel
08. Scetate vajò
09. Osso di seppia
10. La strega e il diamante
11. Il pagliaccio
12. L’amore nero
13. Soldi
14. The end


Ci sono dischi che come cibi sciapi o vini annacquati non lasciano in bocca alcun ricordo di sé, esattamente come non li avessimo mai assaggiati, ci sono invece dischi che prendono sin dal primo ascolto perdendosi però nei ripetuti ascolti il più delle volte perché sanno di già sentito, ci sono invece dischi che colpiscono per originalità creativa sin dal primo approccio e poi resistono anche all’usura inevitabile del tempo, non penso proprio di esagerare ad annoverare questo disco d’esordio di Alessandro Mannarino, o Mannarino e stop come si firma in copertina, tra questi ultimi.

Il disco, infatti, non difetta affatto di originalità, a partire dall’intro recitata con voce arrochita, un po’ da strega di Biancaneve, da Cristina Pellegrino qui accompagnata dai tromboni e che pare una sorta di scaramantica invocazione “Suona fanfara sgangherata per gli esiliati dal mondo delle favole, cantate ciurma di ribelli che al suono delle vostre voci, impaurita scappa la tarantola della disperazione”, qualcuno potrà forse obiettare che è suona un po’ caposseliana così come qualche altro passaggio del disco, io invece dico che questa suggestione ci può anche stare, ma resta un vago sentore, mentre il prodotto resta comunque spontaneo e genuino, direi con tanto di marchio “capitolino” Doc.

Superata l’intro, il disco parte alla grande, con uno dei pezzi più trascinanti dell’intero disco “Me so ‘mbriacato”, un continuo accelerare e decelerare, tra lente e sinuose movenze ed agitate danze che sanno di sole, di caldo e di sud, una canzone d’amore intenso, carnale e poetico al tempo stesso “Me so ‘mbriacato de na donna quanto è bono l’odore della gonna / quanto è bono l’odore der mare ce vado de notte a cercà le parole”, si vede che pesca bene Mannarino.

Con “Svegliatevi italiani” il livello di fruibilità non cala, si tratta di una morbida e sinuosa rumba in cui si affermano seppur con ironia, sacrosante realtà “Svegliatevi italiani brava gente qua la truffa è grossa e congeniata / lavoro intermittente solo un’emittente pure l’aria va pagata. / In giro giran tutti allegramente con la camicia nuova strafirmata / nessuno che ti sente parli inutilmente pensan tutti alla prossima rata”, appare evidente che non bisogna per forza tediare chi ascolta nel dire cose intelligenti, purché siano cuore ed anima ad ispirarle.

Ancor più trascinante è poi il sudamericano “Elisir d’amor”, un mambo che fa rimpiangere di non essere nati in Romagna, come affermava Nanni Moretti in “Caro diario”, il ritmo è di quelli da smuovere anche chi si considera da sempre una sorta di menhir preistorico, il testo narra di un portentoso elisir d’amore, prodotto da un fiore amazzonico “capace di curare tutte le ombre del cuore”. Proposta fresca e gustosa come una macedonia tropicale.

In “Le cose perdute” è lo stile manouche quello scelto per una strampalata, ma non troppo, raccolta di strane situazioni “Sulle briciole della tovaglia i Re Magi mangiavano a scrocco / un prete convinto dallo scirocco ripensò a quello che aveva fatto / e trovandosi sotto il giudizio né di un dio né di un tribunale / disse vino al vino pane al pane era meglio andare a puttane”, d’altronde ogni scelta che si compie non comporta forse ripensamenti, pentimenti, dubbi come si evince da “comunisti pieni di baffi… chi strinse i denti, chi i pugni chi il rosario prima di morire”.

Pittoresco, teatrale e grottesco è “Il bar della rabbia” che ci mostra un Mannarino “romanesco”, ma soprattutto abile nella veste non solo di cantante, ma anche di attore, miglior passaggio? “Ma se rinasco me vojo reincarnà in me stesso co’ la promessa de famme fa’ più sesso / e prego lo spirito santo der vino d’annata de metteme a venne i fiori per la strada / che vojo regalà ‘na rosa a tutte le donne che nun me l’hanno data come a dì: tiè che n’a so fa ‘na serenata”.

Sfrenata, con tromba e trombone a dar colore ricordando le atmosfere tipiche degli Aretuska di Roy Paci, “Tevere grand hotel” ci trattiene a Roma, sebbene sia cantata in italiano. Seppure non sia tra i brani migliori dell’intero lavoro, resta comunque un buon brano godibilissimo.

Scetate vajò” è una bella, calda e vitale taranta, che ci racconta le conseguenze disastrose di un amore ormai finito attraverso immagini molto originali, eccone una “Ho tagliato le mie unghie e c’ho fatto una lametta / la lascio sopra al cesso che ti possa depilare / ‘chè da quando non ti amo la tua pelle è ormai sospetta / t’è cresciuto forte il pelo sullo stomaco e sul cuore e ti da tanto dolore”.

Ironica, tragicomica, direi un po’ pasoliniana è “Osso di seppia”, canzone ancora una volta in stile manouche che ci porta a conoscere da vicino “osso di seppia” un uomo che è “nato da una scatola di cartone ha mosso i primi passi alla stazione / ha preso quattro calci e un po’ di sole fino alla mensa delle suore” e che vive di piccoli espedienti, infatti “inseguito dai pirati della strada nascose il tesoro in un’isola pedonale / una borsetta con la scritta Prada e un santino con due tette niente male”, un po’ pirata ed un po’ ingenuo fannullone “Una sera poi ha chiuso la sua giacca al suono dei tacchi di signora / ha spento gli occhi e ha detto: “porca vacca” mi sa che ho preso proprio una gran sola”.

Un po’ canzone, un po’ cabaret, un po’ teatro, forse teatro-canzone, anche se molto lontano da quello di Gaber, “La strega e il diamante” è davvero difficile da raccontare in poche righe, è un po’ struggente canzone d’amore con la splendida e languida voce di Simona Sciacca, ma è anche uno stralunato, onirico e surreale racconto di un ubriaco d’amore e di vino, interpretato con maestria da Mannarino.

Il sipario non si chiude affatto, anzi ecco arrivare un altro momento di gustoso e saporito teatro-canzone, “Il pagliaccio” è però una triste e malinconica canzone, o meglio un monologo su un misero e triste pagliaccio che finirà per affermare con sarcasmo “so’ insensibile? so’ razionale? so amorale? Signori miei io non posso piagne / per questioni di sicurezza nazionale: che se me metto a piagne io, … s’allagherebbe er paradiso, cor pianto mio! Oh, so un pagliaccio, mica Dio!”.

Un triste e sconsolato violoncello ci accompagna per mano dentro “L’amore nero”, malinconico ed amaro canto d’amore o meglio d’amore illusorio, come evidenzia questa poetica immagine “E sono andato dentro al deserto che rivuole sempre tutto indietro / e sono un’illusione le more sui rami del roveto!”. Un bel brano che stacca con decisione dalla parentesi teatrale precedente.

Segue “Soldi”, introdotto da una sognante chitarra slide, un brano ipnotico non solo musicalmente per il suo lento incedere, ma per lo srotolarsi del recitato-cantato che dimostra grande abilità nella scrittura dei testi, degna del miglior Capossela, è un’impresa cogliere il frame migliore di questa accorata e al contempo contenuta ribellione, io ci provo “Questi borghesi cuccioli cuccioli riccioli riccioli pieni di spiccioli con le bocche a somiglianza del buchino sotto la panza della gallina del contadino che essendo mio cugino diverrà latifondista con una lista parlamentare tanto a parlare lui ci sa fare costruire una pista privata capolista la squadra comprata per niente rubata sarà la partita sa chi più paga è pur chi più spera e chi spara di più”.

E’ ora di chiudere il sipario, ciò avviene con un breve pezzo strumentale, suonato dalla Banda Stesicorea di Scordia, un po’ come accade nei migliori spettacoli circensi e di strada, in fondo tutto il disco oscilla tra realismo e surrealismo, tra vita e spettacolo, tra sogno e realtà e Mannarino dimostra di sapersi muovere con grande abilità tra le molteplici sfaccettature di questo bel progetto che ha il grande pregio di non stancare mai, neppure dopo tanti e ripetuti ascolti, anzi diverte ed appassiona con gran leggerezza, senza mai scadere di qualità.

Più di così, grande esordio!

Mannarino
"Bar della rabbia"
Leave/Universal Music - 2009
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Ultimo aggiornamento: 11-09-2009
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