
Ascolti collegati

Pino Marino
Acqua
luce gas |

Tonino Carotone
Ciao umani |

Simone Cristicchi
Fabbricante
di canzoni |

Roberto Angelini
La vista concessa |

Roy Paci
Parola d'onore |

Bugo
Dal Cisei al Lofai |
Musicisti:
Alessandro Mannarino: voce (all tracks),
chitarra classica (6, 11, 12)
Tony Canto: chitarre acustica, elettrica e portoghese (1, 2, 3,
4, 5, 7, 8, 9, 10,12, 13, 14), basso (4, 8, 10), tamorra (8, 10)
Luca Scorziello: percussioni ( 2, 3, 4, 5, 7, 9)
Giovanni Arena: contrabbasso (2, 3, 5, 7, 9)
Franco Barresi: batteria (2, 7, 8), percussioni (2, 5, 8, 10)
Tony Brundo: fisarmonica (4, 7, 10, 11), pianoforte (12), synt
programming (5, 9), diamonica (9), fender rhodes (13), arrangiamento
e orchestrazioni banda (14)
Simona Sciacca: voce (10)
Jacopo Fiorio: chitarra (6)
Matteo Montaldi: fisarmonica (6)
Cristina Pellegrino: voce (1)
Banda Stesicorea di Scordia (14)
Antonino Vitali: tromba (2, 4, 5, 7, 11)
Giuseppe Liggieri: eufonio (5, 11), trombone (1, 2, 7)
Salvatore Enrico Zapparatta: trombone (1, 2, 5, 11)
Gaetano Monforte: bassotuba (5)
Marco Monitto: sax tenore (2)
Testi e musiche di Alessandro Mannarino
Prodotto da Alberto
Quaranta
Produzione artistica e arrangiamento: Tony Canto
Registrato e mixato presso lo studio “Sonoria Studio Rec”
di Scordia (CT) da Vincenzo Cavalli
Il brano “Il bar della rabbia” è stato registrato
presso lo studio “FM Records” di Alessandro Pinelli.
Masterizzato presso “Nautilus Mastering Studios” (MI)
Art direction: Nazario Graziano e David Aprea
Grapic Design: Nazario Graziano
Foto: Simona Mizzoni
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Tracklist
01. Intro
02. Me so ‘mbriacato
03. Svegliatevi italiani
04. Elisir d’amore
05. Le cose perdute
06. Il bar della rabbia
07. Tevere Grand Hotel
08. Scetate vajò
09. Osso di seppia
10. La strega e il diamante
11. Il pagliaccio
12. L’amore nero
13. Soldi
14. The end
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Ci sono
dischi che come cibi sciapi o vini annacquati non lasciano in bocca
alcun ricordo di sé, esattamente come non li avessimo mai
assaggiati, ci sono invece dischi che prendono sin dal primo ascolto
perdendosi però nei ripetuti ascolti il più delle
volte perché sanno di già sentito, ci sono invece
dischi che colpiscono per originalità creativa sin dal primo
approccio e poi resistono anche all’usura inevitabile del
tempo, non penso proprio di esagerare ad annoverare questo disco
d’esordio di Alessandro Mannarino, o Mannarino e stop come
si firma in copertina, tra questi ultimi.
Il disco, infatti, non difetta affatto di originalità,
a partire dall’intro recitata con voce arrochita, un po’
da strega di Biancaneve, da Cristina Pellegrino qui accompagnata
dai tromboni e che pare una sorta di scaramantica invocazione
“Suona fanfara sgangherata per gli esiliati dal mondo delle
favole, cantate ciurma di ribelli che al suono delle vostre voci,
impaurita scappa la tarantola della disperazione”, qualcuno
potrà forse obiettare che è suona un po’ caposseliana
così come qualche altro passaggio del disco, io invece
dico che questa suggestione ci può anche stare, ma resta
un vago sentore, mentre il prodotto resta comunque spontaneo e
genuino, direi con tanto di marchio “capitolino” Doc.
Superata l’intro, il disco parte alla grande,
con uno dei pezzi più trascinanti dell’intero disco
“Me so ‘mbriacato”,
un continuo accelerare e decelerare, tra lente e sinuose movenze
ed agitate danze che sanno di sole, di caldo e di sud, una canzone
d’amore intenso, carnale e poetico al tempo stesso “Me
so ‘mbriacato de na donna quanto è bono l’odore
della gonna / quanto è bono l’odore der mare ce vado
de notte a cercà le parole”, si vede che pesca bene
Mannarino.
Con “Svegliatevi italiani”
il livello di fruibilità non cala, si tratta di una morbida
e sinuosa rumba in cui si affermano seppur con ironia, sacrosante
realtà “Svegliatevi italiani brava gente qua la truffa
è grossa e congeniata / lavoro intermittente solo un’emittente
pure l’aria va pagata. / In giro giran tutti allegramente
con la camicia nuova strafirmata / nessuno che ti sente parli
inutilmente pensan tutti alla prossima rata”, appare evidente
che non bisogna per forza tediare chi ascolta nel dire cose intelligenti,
purché siano cuore ed anima ad ispirarle.
Ancor più trascinante è poi il
sudamericano “Elisir d’amor”,
un mambo che fa rimpiangere di non essere nati in Romagna, come
affermava Nanni Moretti in “Caro diario”, il ritmo
è di quelli da smuovere anche chi si considera da sempre
una sorta di menhir preistorico, il testo narra di un portentoso
elisir d’amore, prodotto da un fiore amazzonico “capace
di curare tutte le ombre del cuore”. Proposta fresca e gustosa
come una macedonia tropicale.
In “Le cose perdute”
è lo stile manouche quello scelto per una strampalata,
ma non troppo, raccolta di strane situazioni “Sulle briciole
della tovaglia i Re Magi mangiavano a scrocco / un prete convinto
dallo scirocco ripensò a quello che aveva fatto / e trovandosi
sotto il giudizio né di un dio né di un tribunale
/ disse vino al vino pane al pane era meglio andare a puttane”,
d’altronde ogni scelta che si compie non comporta forse
ripensamenti, pentimenti, dubbi come si evince da “comunisti
pieni di baffi… chi strinse i denti, chi i pugni chi il
rosario prima di morire”.
Pittoresco, teatrale e grottesco è “Il
bar della rabbia” che ci mostra un Mannarino
“romanesco”, ma soprattutto abile nella veste non
solo di cantante, ma anche di attore, miglior passaggio? “Ma
se rinasco me vojo reincarnà in me stesso co’ la
promessa de famme fa’ più sesso / e prego lo spirito
santo der vino d’annata de metteme a venne i fiori per la
strada / che vojo regalà ‘na rosa a tutte le donne
che nun me l’hanno data come a dì: tiè che
n’a so fa ‘na serenata”.
Sfrenata, con tromba e trombone a dar colore
ricordando le atmosfere tipiche degli Aretuska di Roy Paci, “Tevere
grand hotel” ci trattiene a Roma, sebbene
sia cantata in italiano. Seppure non sia tra i brani migliori
dell’intero lavoro, resta comunque un buon brano godibilissimo.
“Scetate vajò”
è una bella, calda e vitale taranta, che ci racconta le
conseguenze disastrose di un amore ormai finito attraverso immagini
molto originali, eccone una “Ho tagliato le mie unghie e
c’ho fatto una lametta / la lascio sopra al cesso che ti
possa depilare / ‘chè da quando non ti amo la tua
pelle è ormai sospetta / t’è cresciuto forte
il pelo sullo stomaco e sul cuore e ti da tanto dolore”.
Ironica, tragicomica, direi un po’ pasoliniana
è “Osso di seppia”,
canzone ancora una volta in stile manouche che ci porta a conoscere
da vicino “osso di seppia” un uomo che è “nato
da una scatola di cartone ha mosso i primi passi alla stazione
/ ha preso quattro calci e un po’ di sole fino alla mensa
delle suore” e che vive di piccoli espedienti, infatti “inseguito
dai pirati della strada nascose il tesoro in un’isola pedonale
/ una borsetta con la scritta Prada e un santino con due tette
niente male”, un po’ pirata ed un po’ ingenuo
fannullone “Una sera poi ha chiuso la sua giacca al suono
dei tacchi di signora / ha spento gli occhi e ha detto: “porca
vacca” mi sa che ho preso proprio una gran sola”.
Un po’ canzone, un po’ cabaret, un
po’ teatro, forse teatro-canzone, anche se molto lontano
da quello di Gaber, “La strega e il diamante”
è davvero difficile da raccontare in poche righe, è
un po’ struggente canzone d’amore con la splendida
e languida voce di Simona Sciacca, ma è anche uno stralunato,
onirico e surreale racconto di un ubriaco d’amore e di vino,
interpretato con maestria da Mannarino.
Il sipario non si chiude affatto, anzi ecco arrivare
un altro momento di gustoso e saporito teatro-canzone, “Il
pagliaccio” è però una triste
e malinconica canzone, o meglio un monologo su un misero e triste
pagliaccio che finirà per affermare con sarcasmo “so’
insensibile? so’ razionale? so amorale? Signori miei io
non posso piagne / per questioni di sicurezza nazionale: che se
me metto a piagne io, … s’allagherebbe er paradiso,
cor pianto mio! Oh, so un pagliaccio, mica Dio!”.
Un triste e sconsolato violoncello ci accompagna
per mano dentro “L’amore nero”,
malinconico ed amaro canto d’amore o meglio d’amore
illusorio, come evidenzia questa poetica immagine “E sono
andato dentro al deserto che rivuole sempre tutto indietro / e
sono un’illusione le more sui rami del roveto!”. Un
bel brano che stacca con decisione dalla parentesi teatrale precedente.
Segue “Soldi”,
introdotto da una sognante chitarra slide, un brano ipnotico non
solo musicalmente per il suo lento incedere, ma per lo srotolarsi
del recitato-cantato che dimostra grande abilità nella
scrittura dei testi, degna del miglior Capossela, è un’impresa
cogliere il frame migliore di questa accorata e al contempo contenuta
ribellione, io ci provo “Questi borghesi cuccioli cuccioli
riccioli riccioli pieni di spiccioli con le bocche a somiglianza
del buchino sotto la panza della gallina del contadino che essendo
mio cugino diverrà latifondista con una lista parlamentare
tanto a parlare lui ci sa fare costruire una pista privata capolista
la squadra comprata per niente rubata sarà la partita sa
chi più paga è pur chi più spera e chi spara
di più”.
E’ ora di chiudere il sipario, ciò
avviene con un breve pezzo strumentale, suonato dalla Banda Stesicorea
di Scordia, un po’ come accade nei migliori spettacoli circensi
e di strada, in fondo tutto il disco oscilla tra realismo e surrealismo,
tra vita e spettacolo, tra sogno e realtà e Mannarino dimostra
di sapersi muovere con grande abilità tra le molteplici
sfaccettature di questo bel progetto che ha il grande pregio di
non stancare mai, neppure dopo tanti e ripetuti ascolti, anzi
diverte ed appassiona con gran leggerezza, senza mai scadere di
qualità.
Più
di così, grande esordio!
Mannarino
"Bar della rabbia"
Leave/Universal Music - 2009
Nei negozi di dischi
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