Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
Le BiELLE RECENSIONI
Luca De Nuzzo: "Jòmene e jòmene"
Musica che straripa, dialetto che incespica
di Leon Ravasi


Ascolti collegati


Radicanto
Il mondo alla rovescia

Nidi d'Arac
Salento senza tempo

Loris Vescovo
Borderline

Tetes de bois
Avanti Pop

Acustimantico
Numero 4

Girotto, Servillo, Manglavite
L'amico di Cordoba

Musicisti:
Luca De Nuzzo (voce)
Federico Ferrandina (chitarra acustica)
Carlo Cossu (violino)
Angelo Santisi (violoncello)
Luca Di Carlo (tromba)
Paolo Sturniolo (basso) ; Masimiliano Natale, Alessandro Marzi (batteria); Toni Armetta (voce recitante); Federico Di Maio (percussioni, flauto): Ludovica Valori (trombone); Tommaso manera (pianoforte); Stefano napoli (contrabbasso); Toni Amodio (basso tuba); Umberto Papadia (tamburelloduff, bendir, nosaxofone, effetti, campionamenti)

Ospiti: Andrea Satta (Tetes de bois) - voce; Raffaella Misiti (Acustimantico) - voce; Javier Girotto - sax soprano

Testi e musiche Luca De Nuzzo
Arrangiaemnti: Federico Ferrandina (eccetto * arrangiamenti Stefano Scatozza)
Direzione artistica: Luca De Nuzzo

Produzione: Associazione culturale Controversi
Registrato missato e masteriazzato /marzo/luglio 2009) da Associazione Mia - viale Mazzini 119 - Roma
Ripreesa ed editing Toni Armetta
Assistenza ripresa ed editing Cristiano Ciccone
Missaggio e masterizzazione Toni Armetta
Progetto grafico Monica Fabrizio, Riccardo Aloisio
Copertina Beatrice Scaccia



Tracklist

01. Cenere
02. Dall'Amereche
03. 'A nascite de Venere
04. 'U vente de Villa Pamphili
05. L'opereje d'u vendunesime secule
06. 'l pruverbije
07. 'U scrittore contre
08. N'drete au pedre *
09. Gine 'u pazze fatije au giurnele
10. C.B.
11. L'ome l'uere *
12. Fiete p'u ciele



Come se fosse musica popolare, ma sia i testi che le musiche sono originali (tranne una canzone di Matteo Salvatore, "'l pruverbije"), tutta farina del sacco di Luca De Nuzzo e i percorsi musicali, pur prendendo il via da un'ispirazione contigua alla musica popolare, si allargano e distendono, vanno oltre i confini dei generi per fornire un calderone sonoro composito, in cui si fondono liberamente elementi diversi. Questi gli ingredienti di base di "Jòmene e jòmene", disco pieno di accenti , ricco di stimoli e cantato in una lingua a tratti del tutto incomprensibile che scopro trattarsi di pugliese di San Severo. Lingua scabra e ostica, poco musicale, eppure piegata alla musicalità del verso, nonostante i suoi eccessi consonantici.

Ebbene sì, è uno di quei dischi che bisogna seguire con a fianco il libretto e solo grazie al fatto che ill libretto porta le traduzioni. Potrebbe essere un effetto respingente, ma se si supera il primo ostacolo il percorso poi è in discesa. Merito delle differenti stanze musicali che siamo chiamati ad attraversare, degli eccellenti accompagnamenti musicali e dell'impressione di ascoltare comunque, attraverso le dodici tracce, un discorso coerente, che sa di Sud e di di strade bianche, ma soprattutto di storie di uomini (quelli del titolo: "Uomini e uomini"), sa di storie popolari e colte, in una narrazione che progressivamente affascina.

Gli episodi non sono omogenei: se "Cenere", il brano iniziale, è un frammento poetico di 1'33" ("bianco, grigio, grigio e nero / questi i colori / per volare un minuto / ma rimane in un mucchio"), "Dall'Amereche" è invece un brano narrativo e storico, l'assassinio di Umberto I da parte di Gaetano Bresci, che richiede tutt'altro approccio: "Vado a ucciderlo per uccidere il potere di un re / e se non l'avessi ucciso chissà i morenti di fame / Non uccido il primo dei poteri di un re / che ha deciso come scrivere la storia mia". "La nascita di Venere" è addirittura un canto a rispetto dove un uomo e una donna (sempre De Nuzzo) interloquiscono d'amore.

Molto più bello è "'U vente de Villa Pamphili", dove pianoforte e violino tracciano la strada per una riflessione intimistica: "Siccome avevo ancora una pena / non riuscivo più a cantare, a innam,orarmi delal luna / ... / Siccome poi ho avuto due pene / un amore finito e un amore mai cresciuto / /(siccome tu non hai mai voluto oltrepassare il confine che si oltrepassa per un'altra vita)". Bella e delicata.

"L'opereje d'u vendunesime secule" è invece una storia sociale di morti bianche, di morti sul lavoro: "Andavo a morire senza preavviso / io sono un operaio morto e andato in paradiso / Zappavo la terra dove nasce l'ulivo / io sono un operaio morto senza fare guerre". "'l pruverbije" è invece una canzone di Matteo Salvatore, interpetata a due voci con Andrea Satta, primo degli ospiti illustri del disco (gli altri sono Raffaella Misiti degli Acustimantico, che suonano comunque un po' tutti nel disco) e Javier Girotto- Su una base di pure percussioni si intervallano le frasi da saggezza popolare contenute nei proverbi.

Arriviamo a metà del disco con "'U scrittore contro", che, neanche velatamente, parla di Roberto Saviano: "ieri sera fuori pioveva e in cielo la luna si nascondeva / lui guardava e scriveva del gioco del vento / con l'acqua che scende / aveva sempre rabbia da scrivere come una tempesta / che sfoga a riva / e viveva alla vecchia maniera / quando tra uomini si discuteva ancora". Canzone sentita e civile a un tempo, canzone d'affetto, nobilitata dal sax di Girotto

"Dietro il padre" è una canzone dedicata al suo proprio padre che "fino all'ultimo momento mi ha chiamato "il pesciolino" (u piscitille, vezzeggiativo sanseverese). E il padre è una figura importante di uomo, questi uomini e uomini che popolano il disco. Tutt'altra figura è qualla di Gino in "Gine 'u pazze fatije au giornele" (Gino il pazzo lavora al giornale). Un pezzo in fondo semplice: il pazzo, anche al giornale, può dire le cose che gli altri non osano dire. tanto è pazzo. Un altro brano di impianto teatrale, che serve per esprimere, sempre nel faticoso dialetto sanseverino, del Gargano profondo, l'indignazione di chi vede girare un mondo che non approva e ne resta fuori.

"C.B.", potrebbe sembrare misteriosa senza il sottotitolo ("Parlando di Carmelo Bene"), illustre compaesano, a sua volta passato a vivere sotto il cielo di Roma: un'altra grande figura d'uomo. Ma a fine disco, complice il dialetto così ostico si arriva con una certa fatica. E se "C.B." passa de "L'ome l'uere" mi sfuggono proprio i significati e riferimenti: "ma l'uomo vero dove andrà a guardare se passano / una femmina, due femmine o tre femmine? / è l'uomo vero che va ad annusare un odore così antico".

Dopo una fase di appannamento momentaneo viene però opportuno l'ultimo grande brano, forse il più bello del disco assieme all'iniziale "Cenere". Si tratta di "Fiete p'u ciele" con l'aiuto di Raffaella Misiti che concede una pausa anche alla voce di De Nuzzo, interessante sì, ma che non brilla per eclettismo. "Fiato per il cielo" è la canzone manifesto dell'album, quella programmatica: "Io con gli uomini voglio sentirmi unito / e aloro raccontare le mie visioni / storie che nè oggi e né domani ascolterete fiato per il cielo". Il canto, in dialetto, si alterna a strofe recitate in italiano e alla fine la sentenza: "Il dialetto contadino non nasconde impicci!".

Luca De Nuzzo, di San Severo, ma romano d'azione da quasi dieci anni, è al terzo disco: Canta in dialetto programmaticamente per lasciare solo al linguaggio dell'emozione lo spazio che merita e spesso non trova. Nel 2004 ha vinto il Premio De André. Canta in dialetto "per non scambiare l'impudenza di un dialetto con le corruzioni continue nelle quali vive una llingua madre", perché crede nei valori genuini, nella gioia dietro le parole crude e sgarbate e nella solitudine dietro le parole potenti. "Jòmene e jòmene" esprime bene questa necessità, questa volontà, questo credo. Certo che è un credo impegnativo almeno quanto è ostico questo dialetto. La musica vola alta sempre, le parole a volte incespicano, si fanno roccia, si fanno ostacolo.

Luca De Nuzzo
"Jòmene e jòmene"
Controversi - 2009
Nei negozi di dischi

Sul web
Sito ufficiale
MySpace

Ultimo aggiornamento: 14-09-2009
HOME