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Era che così |

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Michele Gazich
La
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Giorgio Gaber
Prima del signor G. |

Flavio Oreglio
Giù |
Musicisti:
Fabrizio Canciani (voce); Stefano Covir
(voce, chitarre, cori, ukulele, basso e percussioni); Gino Carraviera
(batteria); Dario Polerani (contrabbasso); Andrea Rapisarda (Fender
Rhodes, pianoforte); Max De Bernardi (chitarra National, ukulele).
Ospiti: Andre Vandoni (violino); Angapiemage Galiano Persico (violino);
Raffaele Kohler (tromba)
Testi di Fabrizio Canciani
Musica di Stefano Covri
"La ballata del Cerutti" di Simonetta/Gaber
Prodotto da Fabrizio Canciani e Stefano Covri
Produzione artistica e arrangiamenti di Stefano Covri
Registrato, missato e masterizzato da Stefano Covri presso "La
stanza dei rumori" di Milano
Grafica: Daniela Basilico Comunicazione
Disegni e copertina: Tiziana Riverso
Il libro
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Tracklist
01. Non c'è Milano
02.
Esci Diabolik
03. Il tempo è dei filosofi
04. Divorzio messicano
05. Palacinka (La danza del pendolare)
06. Che il mondo se la cavi come vuole
07. Cronista di nera
08. La ballara del Cerutti
09. A volte sono i nomi
10. Sono sospettoso
11. L'assassino cantautore
12. L'ago di Piazza Cadorna
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Ecco
un piccolo disco delizioso, composto, suonato e pensato da Fabrizio
Canciani e Stefano Covri con una delicatezza a tutta prova. Canzoni
scritte in punta di ... corde di chitarra, assolutamente acustiche
e parte di un progetto più vasto. Innanzitutto un concept
album, questo che abbiamo in mano, in secondo luogo un libro,
dal titolo identico di cui parleremo in un secondo momento e in
terzo luogo uno spettacolo dal vivo dove convergono materiali
dal disco e dal libro. Il concept si regge sul tema enunciato
nel titolo: "Delitti e canzoni". In fin dei conti sarebbe
un album di "muder ballads", come le definirebbe Nick
Cave, ma qui non c'è niente né di teatro e nemmeno
di oscuro. Sono solari ballate di piccoli omicidi quotidiani.
E non solo. Sono belle ballate. Un album con pochi strumenti,
ma piazzati al punto giusto, con le chitarre di Stefano Covri che
coprono agevolmente lo spazio e le armonie vocali dei due Simon
& Garfunkel di casa nostra che raccontano, in rima e con buona
verve comica, storie che si agitano sullo sfondo di Milano. Storie
paradossali o reali, storie d'amore (finito male) e di passioni
(ancora peggio). Storie di banditi e marginali, di cronisti di nera
e di omicidi cantautori con la "r" arrotata alla Guccini.
In un piccolo viaggio notturno, pieno d'affetto e di profonda conoscenza
dell'ambiente, per questo spazio micidiale che ci ostiniamo a chiamare
Milano, come fosse ancora una città.
Ma la città che Fabrizio e Stefano cantano non è
quella dei De Corato, delle Moratti o dei La Russa: se c'è
una russa potrebbe essere una puttana, semmai spazio alle Muratti
e di decorato in fondo non ce n'è nessuno, nemmeno il pandolare
che affronta (eroico) la danza della Palacinka. I personaggi sono
il Cerutti Gino, ospite qui dalla canzone di Giorgio Gaber e Umberto
Simonetta, i filosofi, i pendolari, i cronisti, i reduci di una
generazione che ha sognato la rivoluzione, Peppino impastato,
il bravo cittadino sospettoso e benpensante, fino all'ago di piazza
Cadona: "Trafitta al cuore da un ago gigantesco, la piazza
al tramonto sembrava vittima di un delitto colorato".
chiosano i due presentando sul libretto questo breve brano solo
strumentale.
Si diceva che Fabrizio e Stefano (Fabrizio soprattutto, visto
che i due si dividono verticalmente musica e parole) utilizzano
le rime, spesso baciate e a volte alternate. Potrebbe essere un
appesantimento magistrale, ma quando si possiede una buona conoscenza
delle lingua, magari un buon rimario e ottima fantasia, si può
riuscire persino a scrivere in rima baciata senza dare fastidio:
basti pensare a frasi come "solo a Milano però
si tenta l'impossibile / fare passare un enorme sommergibile"
("Non c'è Milano"),
oppure "Non c'è Milano senza l'ultimo metrò
/ così la notte sfuma già a Sesto Rondò".
O ancora: "Adatto ai tempi di un impiegato / che nella
schedina ha sempre sperato / avanti e indietro su quel vagone
/ poche vignette di ribellione" ("Esci
Diabolik" ). O ancora più creative:
"Siamo qui per festeggiare con una tequila / un altro
bicchierino a lume di candela" ("Divorzio
messicano")
Si aprono le danze con il vero pezzo forte: "Non
c'è Milano", canzone d'amore senza se
e con qualche ma per la nostra città. "Non c'è
Milano senza lo spruzzo del Campari / o il vecchio tram che sferraglia
sui binari / al bar coi comiti appoggiati alla Gazzetta e fuori
il Ghisa che pedala in bicicletta". Ma il ritratto non
di maniera e così i due ci ricordano, tra nostalgia e un
sorriso che spunta sempre a fior di labbra de "l'elefante
con gli occhiali in via Manin" che persino Scerbanenco descriveva
tra i suoni notturni di Milano, e subito dopo ci ricordano che
"San Siro è anche dei Lodetti e dei Bedin", quelli
famosi che hanno trascorso una vita da mediano, come avrebbe poi
detto Ligabue. Una Milano che ha nascosto "Il fiume buono
con pudore / e nei tombini scorre lento il suo rancore".
Ogni immagine è un flash in bianco e nero di una Milano
che non c'è più, in buona parte, ma che c'è
stata ed ha contato assieme all'Arlecchino Soleri che "salta
sulle tavole del piccolo" e "forse lo osserva ancora
Strehler dalle nuvole".
Ma se "Non c'è Milano"
avrebbe i numeri per imporsi come nuovo inno cittadino, "Esci
Diabolik" e "Divorzio messicano"
si impongono per ironia e humor nera. Quest'ultima infatti è
la storia di un duplice omicidio tra ex amanti, condotto su un
vivace ritmo latinoamericano: "La tequila con cianuro comincia
a fare effetto" e "un sigaro all'arsenico l'avevo mai
fumato". Ancora per energia creativa si propone "Palacinka
(la danza del pendolare)". "Una sagoma
misteriosa che nella nebbia salta su un treno in corsa: chi sarà
mai? Una spia? Un agente segreto? Un genio del crimine? Un eroe
noir? No, è il pendolare!", cita la frase di lancio
della canzone sul libretto (bonus! Ogni canzone è introdotta
da qualche riga di commento assolutamente esplicativa).
Passiamo su un altro genere con "Che il mondo
se la cavi come vuole", canzone di una generazione
persa dietro ai suoi sogni di rivoluzione. Colpevole lei che ha
sognato? O le generazioni dopo che non hanno saputo prolungarne
le utopie? "Che il mondo se la cavi come vuole / non
saremo mai più così giovani / che il mondo si divori
le parole / non saremo mai più così poeti".
"Cerniere dei blue jeans che cedono lentamente / ma intanto
tutto scorre, il tempo va inclemente / il cielo sulla testa mentre
il gioco si fa duro / forse non sarà domani ma che cadrà
ormai è sicuro". Adesione totale, struggimento
e partecipazione. La mia canzone.
Che dire ancora? Che imbattersi in dischi simili fa piacere. Che
ha il sapore di cose artigianali, masticate con gusto e con gusto
meditate. Cultura, ironia, delicatezza, poesia. E poi? Un pugno
di ottime canzoni da legarsi strette strette al cuore.
Fabrizio
Canciani/Stefano Covri
"Delitti e canzoni"
ArciSana Records - 2009
Nei negozi di dischi e sul
sito
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