| Vecchioni
si dà alla classica |
| "Ho sessantasei
anni. Posso anche decidere le sfide
che voglio permettermi. Dopo il jazz la musica sinfonica"
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| L'emozione è
la stessa a ricantarla adesso?
"L'emozione è sempre la stessa. Le canzoni
hanno questa validità. Non tutte. Se ricanto
"Alessandro e il mare"
non ho la stessa emozione che se canto "Le rose
blu", così se canto "Velasquez"
che per me è una canzone carissima, una specie
di mio manifesto, ma non ho la stessa emozione".
Il disco è partito per iniziativa di Beppe D'Onghia
che ha espresso il desiderio di realizzare un disco
simile con Roberto Vecchioni (che non conosceva personalmente.
"Creato il contatto, siamo partiti e ci siamo trovati
in perfetto accordo. E devo dire che non mi è
mai capitato - dice il maestro D'Onghia - di lavorare
con un artista che riesce a emozionarsi sempre sullo
sesso passaggio della stessa canzone. Qual è
il passaggio e qual è la canzone? Ascoltando
il disco ve ne accorgerete".
Con Roberto Vecchioni, solo voce, cantante o recitante,
hanno suonato Beppe D'Onghia, pianoforte e direzione,
il Nu Ork String Quintet (composto da Anton Berovksy,
primo violino; Alessandro Bonetti, violino; Giuseppe
Donnici, viola; VIncenzo Taroni, violoncello e Daniele
Roccato-Maurizio Bucci, contrabbasso), a cui si è
aggiunta Ilaria Biagini (flauto e cori), storica collaboratrice
di Roberto. "In cantus" ("che
ha il doppio significato - spiega il professor Vecchioni
- di incanto e nei canti. Perché è un
accusativo plare e non un nominativo! Cantus è
della quarta declinazione!") è stato registrato
dal vivo nella piazza del Duomo di Spoleto nell'agosto
2009 e sarà seguito adesso da un tour nazionale
per la presentazione del disco.
E dopo Roberto? Hai già pensato a nuove
sfide? Rap, balletto?
"Certo che ci ho pensato! La musica etnica, la
world music! Ma anche la musica popolare italiana, che,
con l'eccezione del disco di De Gregori con la Marini,
non è mai uscita da uno stretto ambito. Ma il
prossimo, tra un paio d'anni, sarà un disco da
cantautore. E poi, perché no, il teatro. Devo
dire che mi incuriosisce".
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30/10 - "Io ho 66 anni, quindi ho anni e anni
di canzoni alle spalle. Tutti sapete che ho fatto questo
disco con Fariselli e Dalla Porta di impronta jazz, adesso
ho accettato la sfida con la musica sinfonica, ma non ho
la presunzione di cantare arie d'opera. Io sono un cantantucolo,
un cantautore. Però mi sono detto, vediamo di fare
un disco che sia un miscuglio di tanti generi musicali diversi:
non solo il canto, ma anche il parlato, l'espressione, la
sceneggiata. E per quanto riguarda i contenuti eliminiamo
la forma soggettiva del cantutore, lalmeno nella parte di
canzoni nuove, Vediamo di parlare dell'uomo. Della sua nostalgia
di eterno, della sua piccolezza qua, delle sue debolezze.
Una piccola Spoon River da vivo, mi è venuto di pensare"
Così Roberto Vecchioni, nella splendida cornice della
Pinacoteca Ambrosiana di Milano, espone le idee che stanno
alla base della sua ennesia fatica discografica: l'album
"In cantus", composto da 14 brani, 8 classici
vecchioniani riproposti in forma sinfonica e sei nuove composizioni
letterarie che si appoggiano su brani celebri di musica
classica.
"La Patetica" di Tchaikovsky diventa così"Il
nostro amore", con testo di Vecchioni,
o "Le quattro stagioni"
di Vivaldi che diventano cinque nella revisione vecchioniana.
O ancora come "Di te",
poesia già edita di Vecchioni proposta sull'aria
della "Cavalleria rusticana" di Mascagni o, infine,
"Se tornassi indietro"
che si basa sul "Concerto n.2 in Do Minore" di
Sergei Rachmaninoff. Completano l'album "A
Dio", poesia di Vittorio Gassman e "Vissi
d'arte" dalla Tosca di Giacomo Puccini.
"Non c'è un pezzo che parli di me veramente.
E' un piccolo canto sinfonico dell'uomo. Che mi ha aiutato
a esprimere questa voglia di trascendere, di andare un po'
in là. Se vogliamo fare un discorso un po' più
colto possiamo dire che Aristotile è un cazzone perché
ha pensato di dividere i generi artistici con pareti rigide,
quando non è vero che sia così. L'opera stessa
è un miscuglio di generi. Sono contento di pensare
che si posa comunicare mettendo assieme cose diverse. E'
un episodio, il prossimo disco che farò sarà
un disco da cantautore, ma mi ha divertito farlo. Ho sempre
cercato di andare oltre, anche di superare le impostazioni.
Sulla Patetica che è un pezzo tristissimo io ho messo
una storia d'amore doclissa e le parole danno a questa musica
un'altra valenza".
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Per le mie
canzoni siamo partiti, io e il maestro D'Onghia che ha ideato
il progetto, arrangiato e prodotto il disco, dalle tre che più
si collocavano in questo filone: "Viola d'inverno",.
"La stazione di Zima" e
"Le rose blu", Ci sono nel
disco anche canzoni che non c'entrano niente".
Come è stata la scelta tra le canzoni tue?
"Quelle che volevo, che sono inerenti al concetto sono
quelle tre. Poi ne abbiamo fatte altre 20! E abbiamo fatto anche
altri pezzi di musica classica. La scelta dei miei pezzi è
stata di non rimettere le canzoni già uscite con Fariselli
e Dalla Porta. Sono andato a riprendere "L'uomo
che gioca il cielo a dadi", perché
è praticamente nuova. Sono andato a riprendere "Sogna
ragazzo sogna" perchè sinfonicamente
mi faceva gioco. Ho poi un patto con Dio per mettere in ogni
disco "Samarcanda" e "Luci
a San Siro" anche se hanno rotto i coglioni
(ridiamo). Poi "Milady"
perché è bello rendere il rock solo con l'uso
dei violini".
Come si collega questo disco al tuo percorso spiriturale?
"Io sono nato di sinistra e profondamente laico. La nostra
vita si gioca qua. Poi potrebbe anche esserci qualcosa d'altro,
ma lo vedremo poi. Il mio percorso è già iniziato
da tanto tempo e non terminerà, perchè tutta la
vita è un percorso. Ma non permetto mai che la mia fede
soppianti la mia carnalità umana. Prima sta l'uomo. "Viola
d'inverno" per esempio, sì, parla
della morte, ma è soprattutto un inno alla propria donna.
Cosa c'è di più umano?"
Come vivi a qualche anno di distanza "Rose blu",
canzone così carica di significati immediati?
"Non la considero neanche una canzone. E' molto di più.
E' una cosa che viene una volta nella vita. Per chi non sapesse
l'ho scritta per mio figlio a cui avevano dato poche speranze
di vita. L'ho scritta una sera , l'ho incisa e l'ho lasciata
lì. Non credevo di aver fatto un grande pezzo. La mattina
dopo l'ho ascoltata e ho pensato: ma questa non l'ho scritta
io! Non so come ho fatto. Poi devo dire che a mio figlio è
andata bene. E allora mi resta la sensazione di poter dire.
vuoi vedere che qualcuno lassù l'ha ascoltata e magari
gli è anche piaciuta?". |
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"Il
contastorie "
Un
disco piacevolissimo, tratto da una serie di concerti deliziosi:
quelli del lungo tour "Luci a San Siro di questa sera".
L'idea che sta alla base è quella di rivisitare l'ampio
canzoniere vecchioniano con l'aiuto di un piccolo combo jazz.
Idea vincente!
Anche
perché i due sodali di Roberto in questo disco sono
due nomi più che consolidati: Patrizio Fariselli, che
ha curato anche gli arrangiamenti, anzi le "riscritture",
oltre a suonare magistralmente il piano e Paolino Dalla Porta
al contrabbasso. A questi due strumenti si unisce, di tanto
in tanto, la chitarra di Roberto Vecchioni. Quindici brani
dal vivo e uno solo in studio, ossia "Stagioni nel sole",
traduzione da "Le moribond" di Jacques Brel, che
poi è anche l'unico inedito.
Per il
resto assistiamo a una selezione che non va a formare il classico
"The best of". Uno dei punti che ho imparato ad
apprezzare, ascoltando Vecchioni da trent'anni esatti (da
"Ipertensione", uscito appunto nel 1975) è
che il cantautore milanese non abbandona mai le sue vecchie
canzoni. E' come un papà affettuoso, un amante fedele,
uno che non ci sta a passare avanti e a non tornare più
sui suoi passi. E questo ci permette, ad esempio in questo
disco, di riscoprire piccole perle dimenticate o mai scoperte
come "Parabola" (1971!), oppure "Alighieri"
(Da "Ipertensione", '75) o ancora pezzi più
recenti, ma poco praticati come "Canto notturno"
(Da "El bandolero stanco" del '97") o "Ritratto
di signora in raso rosa" (da "Sogna ragazzo, sogna"
del 1999).
(segue)
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