|
Fabrizio
De André: la mostra |
| Il mondo di Fabrizio
visto attraverso una lanterna magica
A Palazzo Ducale a Genova, fino al 3 maggio
|
Sulle note delle canzoni,
i personaggi di Fabrizio si animano sugli schermi, "tarocchi
virtuali vivi", in un trittico video, che cambiano
a seconda della canzone con cui sono messi in relazione.
C'è anche una piccola concessione al gioco, con
la possibilità, per i visitatori, di costruire
il proprio tarocco, agendo su uno schermo a touchscreen.
Chiude il percorso la "sala del cinema", con
una proiezione non-stop, della durata di 4/5 ore (!),
di materiali video di tutta la vita di De André
(interviste, apparizioni televisive, concerti) realizzata
e curata da Vincenzo Mollica.
Fate due conti. Immaginate di voler vedere tutto quello
che c'è in questa mostra. Una giornata non vi
basterebbe. E allora, se amate Fabrizio, questa è
una mostra per la quale vi consigliamo caldamente di
dedicare un po' di tempo. Se ne avete la possibilità,
anche di tornarci un paio di volte. La stessa originalità
dell'allestimento ne costituisce un po' il limite: se
c'è molta gente (e sinora ce n'è sempre
stata moltissima), si fa fatica a soffermarsi troppo
sulle parti interattive, dovendo giustamente lasciare
spazio ad altri. Altro limite: l'audio. Che spesso è
troppo basso nei vari punti in cui ci si sofferma, proprio
per evitare che si sovrapponga a quello degli altri
punti, dato che lo spazio è grande ma non è
enorme. Peccato. Forse delle cuffie avrebbero potuto
ovviare all'inconveniente.
A questo punto due speranze. Che oltre il catalago cartaceo
(in vendita alla mostra, ma poco interessante) esca
presto un catalogo video che raccolta almeno una parte
dei materiali raccolti nella mostra. L'altra, forse
più difficile da realizzare. Che questa mostra
possa diventare il nucleo di un museo permanente su
Fabrizio De André. A Genova. Un museo che abbia
lo stesso spirito della mostra, per niente museale,
ma vivo e vitale. Come continuano a esserlo la musica
e le parole di Fabrizio De André.
Silvano
Rubino
|
|

09/01 - C'erano molti modi di allestire
una mostra su Fabrizio De André. Il più semplice,
quello più comunemente usato in questi casi, sarebbe
stato quello di esporre cimeli e memorabilia, chitarre,
spartiti, manoscritti, copertine di dischi, fotografie,
documenti e abbinarli a una serie di buone didascalie esplicative,
a qualche brano musicale diffuso dagli altoparlanti, a qualche
intervista video. Sarebbe stato comunque un successo,
perché l'ondata emotiva che sempre accompagna tutti
gli eventi legati alla figura e all'opera di Fabrizio è
sempre così trascinante da garantire la riuscita
anche di iniziative non proprio memorabili. Perché
è sempre un come ritrovarsi, un ritrovare le ragioni
di un legame profondo, di un'ammirazione mai sopita.
Questa sarebbe stata la strada facile. A Genova, però,
con la mostra organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per
la Cultura con la Fondazione Fabrizio De Andrè Onlus,
se ne è scelta un'altra. Quella di fare della mostra
un evento. Artistico, culturale, ma anche affettivo. Curata
da Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia,
è stata affidata, per il progetto e la realizzazione,
alle sapienti mani di Studio Azzurro di Milano, pioniere
della videoarte in Italia. Il risultato è entusiasmante.
L'opera di Fabrizio, la sua vita, i suoi personaggi, i suoi
temi, sono narrati in maniera autenticamente multimediale
e interattiva, lasciando ai visitatori la possibilità
di scegliere un percorso personalizzato. A ciascuno il suo:
chi vuole può passare veloce, raccogliere frammenti
di parole e immagini, ascoltare interviste, canzoni, guardare
i personaggi delle canzoni animarsi su grandi schermi, curiosare
tra manoscritti e appunti. Altrimenti, per chi vuole seguire
passo passo il percorso studiato dalla mostra, ci si può
passare anche una giornata intera. Nella "sala della
musica", per esempio, ci sono alcune scatole contenenti
gli Lp originali di Fabrizio.
|

"Evaporato
in una nuvola rossa / in una delle molte feritoie della notte
/ con un bisogno di attenzione e di amore / troppo "Se
mi vuoi bene piangi"
per essere corrisposti" |
Il visitatore ne può prendere uno, appoggiarlo
su un tavolo ed ecco partire delle vere e proprie monografie
video su quel disco, con il racconto di Fabrizio stesso,
quello dei collaboratori che di volta in volta si sono avvicendati
al fianco di quel grande maestro di bottega che ha saputo
essere Fabrizio (cosa buona e giusta mettere nella dovuta
luce il ruolo delle persone con cui ha scelto di collaborare,
nel corso degli anni). Con in più un flash sul contesto
storico e musicale in cui il disco vede la luce curato da
Riccardo Bertoncelli. Il tutto moltiplicato per 14 (i dischi
in studio più il live con la Pfm, che ha evidentemente
una storia tutta da raccontare). E attenzione, i frammenti
video non sono "i soliti", gli eterni già
visti degli archivi Rai. C'è molto di inedito, ci
sono molte chicche. Qualche esempio? Luigi Grechi che racconta
di come fu lui a favorire l'incontro tra Fabrizio e Francesco
De Gregori, incontro che poi diede vita a Volume VIII. O
un frammento audio di Roberto Dané che racconta la
fortunosa storia dell'inserimento della "Canzone del
Maggio" in Storia di un impiegato. O Ivano Fossati
che racconta come in 40 minuti sia nata "Ho visto Nina
volare", lui al pianoforte e Fabrizio in cucina a scrivere
il testo. O il discografico Lucio Salvini che rievoca tutte
le sue perplessità di fronte all'idea di un cantautore
che se ne
|
viene fuori con
l'idea di un disco tutto in lingua genovese. Insomma, una
storia dell'opera di Fabrizio completa, documentata e rigorosa.
Così come lo è la parte biografica, nella "sala
della vita", costruita secondo un meccanismo simile.
Al posto dei dischi, una serie di lastre fotografiche trasparenti
con frammenti di vita di Fabrizio (Genova, la Sardegna, Dori
ecc) che i visitatori possono inserire in tre banchi ottici
(tipo lanterne magiche) per far partire un breve racconto
video legato a quella foto. Una biografia in frammenti. Una
grande ricchezza di materiale, quindi. Che da sola però
non basterebbe a contribuire al fascino della mostra, che
è fatta anche di suggestioni, "meraviglie"
tecnologiche che veicolano intatto il fascino del mondo di
Fabrizio. La "sala degli schermi" per esempio è
fatta di musica, parole e immagini su sei schermi trasparenti,
a rappresentare sei punti cardinali della poetica: Genova,
le donne, l’anarchia, gli ultimi, la guerra, la morte.
Sulle pareti, manoscritti, appunti, libri annotati. La "sala
dei tarocchi" è quella in cui la creatività
dello Studio azzurro ha trovato più libero sfogo, con
risultati di grande suggestione.
|
|
|