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Terzo
libro della serie dedicata al Festival di Woodstock è
"Il tempo di Woodstock" di Ernesto Assante e Gino
Castaldo. Terzo sia in ordine di uscita, sia perché è
l'unico libro che sia stato critto da gente che non ha partecipato
direttamente alla tre giorni epocale. Castaldo e Assante si
limitano a citare fatti, raccontare episodi, anche spezzoni
di interviste, ma tutte già edite e uscite su altri libri,
riviste o pubblicazioni. Niente di originale sotto il profilo
documentario quindi, ma indubbiamente questo è "il"
libro di cui non si può fare a meno se si vuole avere
un'idea di cosa successe a Woodstock.
In primo luogo è il libro più interessato alla
musica e ai musicisti, quindi anche il più completo sotto
questo aspetto. In secondo luogo Assante e Castaldo cercano
di contestualizzare Woodstock all'interno della cultura e della
macrocultura del periodo, compresi i versanti più marcatamente
politici, su cui Lang, ad esempio, svicola un po'. A onor del
vero "Il tempo di Woodstock" sembra che la prenda
un po' troppo da lontano, perché tutte le prime 80 pagine
sono dedicate al contesto e in particolare alla controcultura
della West Coast, da San Francisco in qua, zone che stanno a
migliaia di chilometri da Bethel e dintorni. Fatto sta però
che i gruppi partecipanti invece, dai Grateful Dead, ai Jefferson
Airplane, ai giovani (allora) Csn&Y vengono dalla California
e la California ha indubbiamente funzionato un po' come il terreno
di cultura su cui è nata, è germinata e si è
concretizzata l'idea di Woodstock.
Al lungo prologo fa segue peraltro una cronaca del tutto dettagliata
dei tre giorni del concerto: da Richie Havens fino a Jimi Hendrix,
dilengandosi anche a spiegare (e raccontare) tutti quelli che
nel film non hanno trovato spazio, sia per ovvi motivi di durata,
sia, forse soprattutto, perché le loro esibizioni non
erano state all'altezza della loro fama e delle attese. Il "buco"
più grosso lo hanno forse fatto i Grateful Dead, non
solo perché pionieri della cultura underground, ma perché
devono quasi tutta la loro fama alle esibizioni dal vivo (immortalate
su una tonnellata di album), ma che a Woodstock, per motivi
vari, droghe, maltempo e nervosismi assortiti, non sono riusciti
a fornire una prestazione degna.
Nettamente sotto tono anche Janis Joplin, penalizzata dal fatto
di suonare con una band nuova. Un po' frenati, anche se molto
professionali, i Creedence Clearwater Revival e i Blood, Sweat
and Tears. Completamente fuori parte The Band, nonostante avesse
il vantaggio di giocare in casa (abitavano a pochi chilometri
da lì), penalizzata anche da una scaletta che li schiacciava
tra due macinasuono come i Ten Years After e Johnny Winter.
Non brillanti neanche i Jefferson Airplane, che hanno la scusante
di aver suonato all'alba (ma allora cosa doveva dire Jimi Hendrix
che si è esibito davanti a 50 mila persone quando altre
450 mila avevano già preso o stavano prendendo la strada
di casa. Fiacchi anche la maggior parte dei gruppi acustici.
Alcune considerazioni del Castaldo-Assante pensiero vanno tenute
in risalto: "In quel periodo la musica era il costante
sottotesto della rivoluzione: vera o presunta che fosse. Disegnava
il profilo dei tempi, aveva acceleerato le pulsioni del mondo
alternativo, generava una irripetibile ezuione creativa, sembrava
davvero l'agognata scienza dell'uomo nuovo. La musica era diventata
a tutti gli effetti il nuovo vangelo, ovviamente apocrifo, del
tumulto generazionale". "Per lungo tempo i concerti
sono stati occasione di cambiamento. Si poteva arrivare in un
modo e uscire in qualche modo trasformati". "L'underground,
contraddicendo la sua stessa intrinseca definizione, aveva preso
il potere. Le più folli e audaci sperimentazioni sonore
erano ai vertici della classifiche mondiali. Di sicuro per alcuni
anni la migliore musica che sia faceva al mondo era anche la
più venduta".
Ernesto
Assante/Gino Castaldo
"Il tempo di Woodstock"
Editori Laterza- 2009
(finito di stampare nel giugno 2009)
170 pagine - € 15,00
Nelle librerie
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