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Le BiELLE Interviste
Claudio Trotta: "Non esistono spazi per la musica"
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di Giorgio Maimone


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Ho conosciuto Claudio Trotta sul finire degli anni '70. Lavoravamo insieme in una radio libera e democratica, un piccolo sogno di autogestione comunista che si chiamava Canale 96 a Milano: una delle prime a sorgere, una delle prime a tramontare (non ha visto l'alba degli anni '80). Claudio ha iniziato allora a occuparsi di concerti (John Martyn, Iggy Pop, ma anche De André e la Pfm e tanti altri) e ne ha fatto la propria professione. Ora con la Barley Arts è una delle massime autorità nel campo, tanto che, per dirne una, i tour di Bruce Springsteen in Italia passano da lui. La persona giusta per fare il punto sullo stato della musica. Disatroso. A Milano e non solo.

Claudio, ma Milano è proprio la piazza più difficile dove fare musica in Italia.

No, non penso che il problema si limitato a Milano. Nel maggio 2009 io celebro 30 anni di attività imprenditoriale indipendente con la mia azienda, la Barley Arts e in questi 30 anni ahimè non ho visto costruire una sola struttura adatta alla musica popolare contemporanea, perché tutti i luoghi nei quali celebriamo i nostri concerti sono luoghi sostanzialmente destinati ad altro. Stadi dove si gioca a calcio, palazzi dello sport per la pallacanestro, teatro dove si prosa, auditorium dove si fa musica da camera o sinfonica o altro. Quindi noi non abbiamo, oltre a non avere un legge in questo Paese, perché non c’è una legge che regolamenti la diffusione, la formazione e l’informazione della musica popolare contemporanea, oltre a non avere nesusna reale promozione istituaizonle all’estero, in generale la musica non ha spezi dove fare concerti., Gli organizzatori sono stati molto creativi, molto italiani in questo, sono stati capaci di riadattare degli spazi, nonostante una burocrazia che in Italia è tra le più feroci e le norme di sicurezza sono tra le più valide, ma ogni tanto anche eccessivamente valide. E quindi l’idea di riattare degli spazi abbandonati apposta per la musica popolare contemporanea, come viene fatto in Germania, in Francia o in altri Paesi europei, ex spazi industriali, per intenderci. E’ una cosa troppo onerosa e complicata

E quindi non lo fa nessuno?

L’esempio ce l’abbiamo davanti agli occhi, la Fabbrica del vapore è lì ferma da anni.

Che sarebbe un’ottima opportunità.

Quello che io denuncio è anche che in questi 30 anni ho visto le amministrazioni locali, comunali, provinciali, regionali, di tutti i colori politici, ma pure le istituzione centrali investire molti soldi in una logica effimera un po’ alla Nicolini.

L’evento, il concerto in piazza …

Io credo che se tutti quei soldi fossero stati investiti per creare delle strutture polivalenti per la musica popolare contemporanea, dove non solo fare esibire artisti conosciuti, ma permettere ai giovani di ritrovarsi a suonare, un posto per ritrovarsi e crescere. Questo è un problema tipicamente italiano, perché, io vado spesso in giro per il mondo, e non è così nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali.

Gli spazi ci sono e vengono sfruttati.

Gli spazi ci sono e ci sono le iniziative per i giovani,. Le sale prove, uffici informazioni per i giovani

E anche il sostegno pubblico per queste iniziative

Per le iniziative che meritano. Non a pioggia! Invece qui paradossalmente sia le amministrazioni pubbliche gli sponsor in questi primi 30 anni della mia attività hanno soprattutto sostenuto chi non ne aveva bisogno: gli artisti famosi, le facce conosciute, mai e poi mai hanno avuto l’intelligenza e l’ardore , il coraggio e il cuore di associarsi al nuovo. E questo trovo che sia non solo sbagliato, ma anche stupido, perché associarsi a un nome famoso è comunque limitativo, mentre contribuire a lanciare qualcosa di nuovo ha sicuramente una forza differente.

Ma a Milano quali sono i posti dove si può fare e ascoltare meglio musica?

A Milano c’è uno dei posti migliori del mondo che è l’Alcatraz di via Valtellina, che ovviamente è stato costruito da un privato: Enrico Rovelli assieme a Citterio. L’Alcatraz è indiscutibilmente uno dei migliori locali del mondo, sia per chi ci suona, sia per chi organizza, visto che è un luogoa cui si può facilmente accedere e lavorare, anche con produzioni notevoli, sia per il pubblico che viene ad ascoltare: ottima acustica e ottima visibilità quasi dovunque. E’ il posto migliore ce c’è in Italia.
Ci sono poi al momento un florilegio di Auditorium perché abbiamo il Dal Verme, il Conservatorio …

L’Auditorium di Largo Mahler …

E in questo momento io e gli altri organizzatori siamo molto preoccupati che la longa manu della Scala e i poteri forti a loro vicino, sia molto intenzionata a mettere la loro gestione sugli Arcimboldi. Questo a mio parere sarebbe un fatto molto grave. A parte il fatto che costerebbe tre volte quello che già costa alla comunità: al momento gli Arcimboldi vivono con un contributo di due milioni di euro dal Comune e dalla Regione e la richiesta della Scala è esattamente il triplo. Già solo da un punto di vista economico è una questione che non sta né in cielo né in terra. Dal punto di vista artistico, di fatto andrebbero a fare le produzioni secondarie. E onestamente con tre o quattro Audirium già attivi in città proprio non ne vedo la necessità.

Poi a Milano chiudono i pochi locali che facevano musica dal vivo: come il Rolling Stone, il Rainbow. Il Rolling Stone si sposa, in realtà.

Questo è Enrico Rovelli che è un uomo di altri tempi, un pioniere che ha ancora la voglia nonostante i tempi decisamente difficili di cimentarsi nell’apertura di un nuovo locale. Se ce la farà lo sosterrò con tutte le mie forze perché se lo merita. Però di fatto il Rolling Stone storico che ha visto tanti e tanti concerti chiude. Come ha chiuso il Rainbow, come hanno chiuso tanti piccoli club. C’è una tendenza a chiudere, non ad aprire gli spazi. D’altra parte questo fa parte del momento politico, come quando chiudono i negozi e aprono i centri commerciali. È un problema di natura sociale: è oggettivo che una dimensione più raccolta favorisce lo scambio sociale, mentre è altrettanto oggettivo che una dimensione più di massa, come uno stadio, ha un ruolo omologante. Non è un bel segnale una società che chiude gli spazi culturali.

Solo per tornare un attimo sulla questione Springsteen a Milano. Come mai è saltata la data. O meglio, avete deciso di non farla?

Non è saltata nessuna data, perché non era prevista. Quest’anno suoniamo in altre città. E’ anche vero che c’è un procedimento inc orso nei miei confronti che si basa su normative che risalgono al Codice Rocco. E’ un dato di fatto che in questo Paese disturbare la quiete pubblica e nel mio caso di organizzatore di eventi e concerti per farlo basta uscire dagli orari che la licenza ti concede …

… di mezzora nel tuo caso …

No, di 22 minuti! E avere un volume di suono superiore alle normative e questa colpa non è solo sanzionata economicamente. Se ci sono delle regole vanno rispettate. Uno semmai può discutere se è giusto o meno che ci siano. A mio parere è impensabile una città che alle 11,30 spenga le proprie luci. A mio modo di vedere una metropoli che rinunci a fare spettacolo è una cosa che non sta in piedi, ma questa è un’opinione. Ma che sia un reato penale lo trovo assolutamente inquietante. Non per me, ma in generale. Se ci sono giovani in questo momento che pensano di diventare imprenditori in capo spettacolare, ma anche di aprire un ristorante, un bar, una birreria, devono sapere che oltre alle pastoie della burocrazia e dei rischi imprenditoriale, corrono anche il rischio di essere condannati dal punto di vista penale se non rispettano orari o volumi. La domanda è:è questo sensato? È la società che vogliamo? La risposta è nel vento.

I piccoli concerti si pagano o sono destinati a essere in perdita?

Mah, questa è una buona domanda e ti ringrazio di averla fatta. I piccoli e medi concerti sono il tessuto fondamentale della musica e dell’interesse verso la musica. In questo Paese non solo non si sono costruite strutture per la musica popolare contemporanea, ma di fatto se esistono montagne di strutture per la dimensione grande, se esistono molti teatri di tradizione con una capienza che però non arriva mai oltre le duemila, quello che manca sono sostanzialmente due cose: uno un circuito di sale nei licei e nelle università che vengano usate né più né meno come si usano le sale nei college di Francia, negli Stati Uniti, in Canada, in Inghilterra, dove poter far suonare ragazzi e ragazze giovani. L’altra cosa che manca è la dimensione da tremila/cinquemila posti sia al chiuso che all’aperto, che è una dimensione fondamentale. Manca perché proprio non esistono queste strutture. Quindi sicuramente la mancanza di strutture crea problemi di mancanza di abitudine e oggettivamente andare a fare artisti che muovono tremila in spazi più ampi, chiudendoli, mettendo delle tende, spostando il palco non è la stessa cosa. Crea un senso di mancata riuscita del concerto. Che ovviamente poi si propaga in una forma di mancato interesse verso gli artisti medi. Inoltre più crescono i prezzi dei biglietti degli artisti “hot” come U2, Bruce Springsteen, Madonna, più viene depauperata la possibilità per le persone di spendere soldi per andare a sentire artisti di medio calibro. In tutto questo ci sono due altre problematiche: la sempre superiore distanza tra le persone ricche e le persone povere, due il concetto che la musica è o un gadget, perché è regalata coi quotidiani, con i telefonini …

L’abitudine al costo zero. Sta diventando tendenza.

Esatto. O è un lusso, perché per una famiglia di quattro persone andare a vedere un concerto degli U2 o di Bruce Springsteen (e dico apposta Bruce Springsteen perché sono coinvolto) diventa un lusso.

Per non parlare di Tom Waits o Leonard Cohen agli Arcimboldi!

E non ho parlato infatti di artisti che sono veramente andati sulla luna. Anche gli Eagles! Li puoi entra un altro argomento legato alla competitività tra noi produttori e alle filosofie. Io personalmente cerco di non andare oltre certi limiti. Altri organizzatori forse la pensano in maniera diversa.

E gli è anche andata bene!

Fino a un certo punto, perché Leonard Cohen non era esaurito. Tom Waits sì, ma suona ogni morte di Papa. La volta precedente lo avevo fatto io a Firenze. Ma io credo che l’eccezione ci può anche stare. Come nei libri c’è differenza di prezzo tra un esordiente e uno scrittore affermato, può esserci un senso nel fatto che un cd di Ray LaMontagne costa una cifra e di un cd di Dylan costa di più. Io non ho problema a spendere più soldi per qualcosa che credo sia di maggior valore. Credo sia un concerto sacrosanto, però non bisogna esagerare. Su questo si innesta un altro problema, ancora più grave. Il secondary ticketing o dinamic pricing.

Spiega meglio.

Praticamente si tratta di questo: ci sono biglietti di concerti che finiscono in siti dove vengono rivenduti a prezzi stratosferici. La favoletta che vene raccontata è che i biglietti li rivendono i fans. In minima parte è anche vera. C’è qualcuno che compra il biglietto, poi non lo vuole più e lo rivende. Ma nella maggioranza dei casi ….


… è la struttura stessa che fa così?

E lo dimostra il fatto che all’interno di società multinazionali importanti sono stati comprati dei portali che fanno secondary ticketing. Sono loro stessi che fanno questa operazione che in pratica è un lauto bagarinaggio. Adesso lo chiamano dinamic pricing. La filosofia è: se il pubblico vuole spendere facciamolo spendere. Facendo un paragone improprio con i biglietti degli aerei organizzazione le options. Mettono all’asta i biglietti e chi offre di più li prende. In una società in cui la differenza tra i ricchi e i poveri aumenta sempre di più, sempre di più la musica diventerà un lusso. Ovviamente io a questo gioco non ci sto. Sennò non avrei fatto per trent’anni quello che ho fatto.

Ma ci sono gli estremi del penale?

E’ una cosa che stanno facendo le multinazionali in tutto il mondo, ma a Toronto, ho stampato la notizia appena adesso, stanno pensando di proibire il mercato secondario dei biglietti. Se si può fare in Canada non c’è motivo per cui non si possa fare anche in Italia. Proprio la settimana scorsa all’International Live music conference che è una conferenza internazionale sulla musica, quest’anno arrivata al 21esimo anno e io sono uno dei 23 che è stato a tutte le 21 edizioni (siamo mille persone in tutto il mondo), a questa riunione insomma il rappresentante dell’associazione dei promotori inglesi ha detto testualmente: “If you don’t beat them, you join them” (se non puoi batterli, unisciti a loro). Io mi sono alzato è ho detto: “mi sembra una buona teoria: if you dont’ beat the mafia, you join the mafia, if you dont’ beat the drug dealers, join the drug dealers”. Tutti i 500 presenti hanno applaudito. Il mondo della musica però si sta muovendo verso quella direzione, ossia fare il bagarino di se stesso.

Pensa te che ero già scandalizzato per la questione dei diritti di prevendita che pare solo qui siano più alti dei biglietti alla cassa …

Guarda che non è vero. Si dice, ma non è così. I diritti di prevendita si pagano dappertutto. Ci sono delle eccezioni in alcuni festival e in alcuni locali di alcuni Paesi dove in prevendita per un certo periodo si paga di meno. Sono operazioni commerciali. Ma non è la norma. Sennò Ticket master che è presente in tutto il mondo come farebbe a stare in piedi? Anzi, il booking fee arriva fino al 20/25% che è più del 15% praticato in Italia. Però credimi, il discorso della prevendita diventa un particolare irrilevante rispetto all’altro discorso che dice la gente vuole pagare di più, facciamola pagare di più. Ma io mi chiedo, chi sarà a controllare che dei centomila biglietti messi in vendita per quel particolare concerto quanti vengono messi in vendita al prezzo nominale e quanti vanno in option? Con questa logica potremmo mandare in option le medicine o qualsiasi altra cosa. Sono problemi molto seri. Personalmente li sto combattendo.

Madonna, che pentola che si scoperchia!

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Intervista effettuata il 25-03-2009
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