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Le BiELLE Interviste
Skiantos: "Dio ci deve delle spiegazioni"
E speriamo che siano convincenti
di Giorgio Maimone


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Intervistare gli Skiantos è molto più bello che ascoltare il loro disco. E, dopo aver sentito le spiegazioni il disco sembra comunque più bello di prima. Perché hanno una storia alle spalle, di pregio. La conoscono e ne sono degni portavoce. Incontro Roberto "Freak" Antoni e Fabio "Dandy Bestia" Testoni negli accoglienti studi di Parole e dintorni, ma Freak è completamente atterrato da un violento attacco di mal di pancia. L'intervista a due voci si trasforma in un monologo di Dandy Bestia, affascinante. Peccato che restano i dubbi di fondo su un disco che sembra fuori dal tempo; gli anni '70 sono così lontani ...

"Dio ci deve delle spiegazioni". Quali?

Un sacco di cose. La prima che mi viene in mente è che deve dare una spiegazione agli italiani su perché siamo l’unico Paese al mondo dove non si può fare sperimentazione sulle cellule staminali adulte. E poi l’ingerenza del Vaticano. E’ vero che uno potrebbe rispondere “Cosa c’entra il Vaticano con Dio?”. Questa è una battuta e questa una provocazione. Poi siamo differenti anche tra noi: Freakantoni è un credente, a modo suo, sui Genesis (non so se si nota la battuta) e io invece sono un agnostico. Però il titolo mi piaceva molto. Il sottotitolo deve essere “Possibilmente convincenti”. Dio ci vede delle spiegazioni, possibilmente convincenti. Senza saperlo ci siamo inseriti in questa polemica tra atei e credenti sulla pubblicità che in questi giorni gira sugli autobus: gli atei dicono la cattiva notizia è che Dio non c’è, la buona è che non ce n’è bisogno. I credenti replicano “Dio c’è e anche gli atei lo sanno”. A noi piace inserirci in questo gioco: Dio esiste, ma ci deve delle spiegazioni.

Il titolo è serissimo

Il titolo è serissimo, ma la nostra cifra è l’ironia. Ma come tutte le cose che gli Skiantos hanno fatto nella loro vita vuole essere una provocazione che fa pensare. Non l’ironia fine a se stessa.

Sono 32 anni che ci sono gli Skiantos, ma prima di questo disco c’è stata una pausa …

Da “Sogno improbabile” sono passati quattro anni. E’ uscito nel 2005. Sono passati 4 anni perché nona avevamo le canzoni. Noi non facciamo dischi se non abbiamo canzoni buone.

Gli Skiantos non si sono mai sciolti?

Si sono sciolti nel 1980 e sono tornati insieme nel 1984, paradossalmente si sono sciolti nel momento di maggior successo. Perché noi quando facciamo qualcosa la vogliamo fare alla grande. Se vogliamo fare la parte dei cretini la facciamo davvero! (ridiamo). Siamo seri in questo. Poi non ci siamo più sciolti.

Anche se della formazione originale …

… siamo rimasti io e lui sì. Però siamo i due che hanno sempre fatto le canzoni.

Le note sono molto esaurienti. I pezzi sono stati scritti nell’arco di questi cinque anni. Man mano che venivano pronti.

Alcuni pezzi risalgono a parecchio tempo fa: che sono Io sono un perdente che è dell’89/90 e che proponemmo a Guido Elmi nel momento in era il nostro produttore. Lui disse “bello”, ma il titolo non va. Porta sfiga. Il pezzo è rimasto lì e adesso gli abbiamo messo un altro vestito e l’abbiamo pubblicato. Senza vergogna è un altro pezzo antico. E’ il valzer provocatorio sulla coppia di dorgatai che coinvolgono anche la mamma alla fine. E’ nata molti anni fa per Raul Casadei che ovviamente si rifiutò di farla.

Il più recente?

Tutti recenti. Poi ci sono molti scarti. Sono dieci pezzi, ma ne avevamo fatti venti. Abbiamo scelto la crema.

Mi è sembrato molto un disco Skiantos

Certamente. Ce lo sentiamo nostro fino in fondo. Io mi sento completamente rappresentato e anche Roberto credo.

Una cosa che mi piaceva sottolineare: gli Skiantos quando sono usciti hanno fatto rumore, mi piacevano molto. Non c’era nessuno come loro. Lo stesso tipo di ironia, umorismo e suono adesso non rischia di essere fuori tempo? Che non c’è più il movimento del ’77, che non c’è più Bologna.

Se non ci fosse stato quel movimento non saremmo nemmeno stati noi così. Noi eravamo figli di quella situazione. Non riesco a immaginarmi una cosa simile adesso, perché ci vogliono dei presupposti perché nascano delle robe simili.

Però un disco così adesso ricorda Zelig!

Zelig è più una barzelletta. Io mi picco di essere presuntuoso: noi facciamo ironia cercando di far pensare la gente. Quando facciamo le canzoni, non usiamo l’ironia come barzelletta. Puoi pensarci sopra mille volte e trovi altri significati alle nostre canzoni che ci sono e sono plausibili e credibili e convincenti. Abbiamo sempre lavorato così. O vengono bene o non le mettiamo fuori. E’ addirittura più facile lavorare sopra adesso a quello che sta succedendo. Non so quanta gente comprerà questo disco, penso poca perché è un momento che la gente sta pochissimo attenta a questi temi. Però visto che le cose sono venute fuori le abbiamo scritte e pubblicate. Il nostro gioco non è più quello di vendere dischi. Ormai credo più per nessuno. Questo è un disco che ci aiuterà a fare le serate del vivo: noi non abbiamo mai smesso di farle e vogliamo continuare a farle. Non credo che sia possibile oggi fare le stesse cose di allora. Monotono oggi non si potrebbe fare. Tutto trattato con estrema leggerezza e un filo di cattiveria.

Le note a margine vostre sono molto importanti. Il disco si gusta di più così. Non avete mai pensato di vendere il disco con un libretto corposo, uno scritto vostro?

L’avremmo voluto fare, ma ce l’hanno chiesto dopo e le abbiamo scritto dopo, quando la copertina era già pronta. Eravamo fuori tempo massimo.

In questo momento chi possono essere referenti che vi stanno vicini? Sia sul piano interno che internazionale. Negli anni si parlava di Frank Zappa ed era un riferimento calzante.

Anche i Ramones allora. Oppure se vuoi i Blink 182, gruppo punk ironico o i Red Hot Chili Pepper.

In Italia si è invece un po’ perso lo stampo.

Ci sono Elio e le storie tese che però anche loro fanno più delle barzellette. Ecco, Daniele Silvestri invece è uno tosto.

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Intervista effettuata il 10-02-2009
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