Ci sono
tanti modi possibili per ricordare Fernanda Pivano, o la Nanda come
la chiamavano tutti. Ognuno è valido e meritevole. Neabbiamo
scelto uno in linea con la nostra specificità. La famosa
intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio De André riportata
sulla copertina di "Non al denaro, non all'amore nè
al cielo" ed effettuata il 25 ottobre 1971. Racconta la Pivano
che quando De André, mi pare con Roberto Dané è
andato da lei per parlarle dell'album tratto dalle poesia di Edgar
Lee Masters, abbia lasciato la chitarra sul pianerottolo di casa
della Pivano e sia andato a prenderla solo quando lei le ha chiesto
di sentirle queste canzoni. Tra gli anedotti circola anche questo:
che l'intervista sia stata registrata di nascosto dalla Pivano con
un registratore a cassette celato sotto il letto. Ultimo aneddoto:
la Pivano è diventata famosa per aver tradotto l'"Antologia
di Spoon River", ma sosteneva che le canzoni di De André
avessero un valore poetico molto superiore all'opera di Masters.
Intervista di Fernanda
Pivano a Fabrizio de André
Pivano
Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di
fare questo disco?
Fabrizio Spoon River
l'ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto,
e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché
in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è
capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che
non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto:
nella vita, si è costretti alla competizione, magari si
è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri,
nella morte, invece, i personaggi si Spoon River si esprimono
con estrema sincerità, perché non hanno più
da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare.
Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di
fare.
P.
Cioè, tu hai sentito in queste poesie che nella vita non
si riesce a "comunicare"? Quella che a me pare la denuncia
più precorritrice di Masters, la ragione per la quale queste
poesie sono ancora attuali, specialmente tra i giovani?
F. Sì, decisamente
sì. A questo punto ho pensato che valesse la pena ricavarne
temi che si adattassero ai tempi nostri, e siccome nei dischi
racconto sempre le cose che faccio, racconto la mia vita, certo
di esprimere i miei malumori, le mie magagne (perché penso
di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose
possano interessare anche agli altri, perché gli altri
sono abbastanza simili a me), ho cercato di adattare questo Spoon
River alla realtà in cui vivo io. Perché ho scelto
Spoon River e non le ho addirittura inventate io, queste storie?
Dal punto di vista creativo, visto che c'era stato questo Signor
Lee Masters che era riuscito a penetrare così bene nell'animo
umano, non vedo perché avrei dovuto riprovarmici io.
P.
Sicché le grosse manipolazioni che hai fatto sui testi
sono state come delle operazioni chirurgiche per rendere il libro
attuale, contemporaneo?
F. Sì. Addirittura
per rendere più attuali i personaggi, per strapparli alla
piccola borghesia della piccola America del 1919 ed inserirli
nel nostro tipo di vita sociale. Quando dico borghesia non dico
babau, dico la classe che detiene il potere e ha bisogno di conservarselo,
no? il suo potere. Ma anche nel nostro tipo di vita sociale abbiamo
dei giudici che fanno i giudici per un senso di rivalsa, abbiamo
uno scemo di turno di cui la gente si serve per scaricare le sue
frustrazioni (è tanto comodo a tutti, uno scemo...)
P.
Dal libro hai preso nove poesie, scegliendole tra le più
adatte a spiegare due temi che sembravano le più insistenti
costanti della vita di provincia: l'invidia (come molla del potere
esercitata sugli individui e come ignoranza nei confronti degli
altri) e la scienza (come contrasto tra l'aspirazione del ricercatore
e la repressione del sistema). Perché proprio questi due
temi?
F. Per quanto riguarda
l'invidia perché direi che è il sentimento umano
in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività,
il tentativo dell'uomo di misurarsi continuamente con gli altri,
di imitarli o addirittura superarli per possedere quello che lui
non possiede e crede che gli altri posseggando. Per quanto riguarda
la scienza, perché la scienza è un classico prodotto
del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel
potere che crea l'invidia e, secondo me, la scienza non è
ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali.
P.
Chi ha fatto questa scelta dei temi e delle poesie?
F. Dopo aver fatto
la scelta ne ho parlato con Bentivoglio al quale ho proposto di
aiutarmi in questo lavoro. Tra noi ci sono state molte discussioni,
come è ovvio e come è giusto. Bentivoglio tendeva
a fare un discorso politico e io volevo fare un discorso essenzialmente
umano. Alla fine la fatica più dura è stata, mai
rinunciando a esprimere dei contenuti, quella di accostarsi il
più possibile alla poesia. Fatica a parte devo dire che
vorre incontrare un centinaio di Bentivoglio nella vita: se vivessi
cent'anni, un disco all'anno, sarei l'autore di canzoni più
prolifico del mondo.
P.
Puoi spiegarmi meglio l'idea del malato di cuore come alternativa
all'invidia?
F. Se ci riuscissi.
Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall'invidia e
in qualche maniera l'hanno risolta, positivamente o negativamente
(lo scemo che per invidia studia l'enciclopedia britannica a memoria
e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza
potere da umiliare chi l'ha umiliato, il blasfemo che è
un esegeta dell'invidia e per salirne alle origini la va a cercare
in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni
ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e...
P.
Possiamo dire che ha scavalcato l'invidia perché a spingerlo
non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla
dell'amore?
F. Ma sì, l'avrei
detto io se non lo avessi detto tu.
P.
E allora possiamo concludere con la vecchia proposta di Masters,
che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace
di amore?
F. Sì, a trionfare
sono i "disponibili".
P.
Anche per il gruppo della scienza hai trovato un'alternativa,
vero? Bentivoglio mi diceva che per rappresentare il tema della
scienza hai scelto il medico che ha cercato di curare i malati
gratis ma non c'è riuscito perché il sistema non
glielo ha permesso, il chimico che per paura si rifugia nella
legge e nell'ordine come fatto repressivo e l'ottico che vorrebbe
trasformare la realtà in luce e nel quale hai visto una
specie di spacciatore di hashish, una specie di Timothy Leary,
di Aldous Huxley. In che modo il suonatore di violino è
un'alternativa?
F. Il suonatore di
violino (che è diventato per ragioni metriche di flauto)
è uno che i problemi esistenziali se li risolve, e se li
risolve perché, ancora, è disponibile. E' disponibile
perché il suo clima non è quello del tentativo di
arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è
uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti.
Non ti pare perché ha fatto una scelta? La scelta di non
seppellire la libertà?
P.
Allora si può dire che è questo il messaggio che
hai voluto trasmettere con questo disco? Perché siamo abituati
a pensare che tutti i tuoi dischi hanno proposto un messaggio:
quello libertario e non violento delle tue prime ballate, come
nella "Guerra di Piero", quello liberatorio della paura
della morte come in "Tutti morimmo a stento", quello
demistificante dei personaggi del Vangelo, come nel "Testamento
di Tito". Qual è il messaggio di questo Spoon River?
F. Direi, tutto sommato,
che siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine
sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra
realtà, anche se sono i personaggi di Masters.
P.
E' chiaro che le poesie le hai tutte rifatte. Per esempio, nella
poesia del blasfemo, tu hai aggiunto un'idea che non era in Masters,
quella della "mela proibita", cioè della possibilità
di conoscenza, non più detenuta da Dio ma detenuta dal
potere poliziesco del sistema.
F. Non mi bastava il
fatto traumatico che il blasfemo venisse ammazzato a botte: volevo
anche dire che forse è stato il blasfemo a sbagliare, perché
nel tentativo di contestare un determinato sistema, un determinato
modo di vivere, forse doveva indirizzare il suo tipo di ribellione
verso qualcosa di più consistente che non un'immagine così
metafisica.
P.
Mi diceva Bentivoglio che se la "mela proibita" non
è in mano a un Dio ma al potere poliziesco, è il
potere poliziesco che ci costringe a sognare in un giardino incantato.
Cioè, il giardino incantato non è più quello
divino dove secondo Masters l'uomo non avrebbe dovuto sapere che
oltre al bene esiste il male.
F. Sì, in realtà
per il blasfemo il giardino incantato non è stato creato
da Dio ma è stato addirittura inventato dall'uomo e comunque
la "mela proibita" è ancora sulla terra e noi
non l'abbiamo ancora rubata. A questo punto hai capito che cosa
voglio dire io per sognare: voglio dire pensare nel modo in cui
si è costretti a pensare dopo che il sistema è intervenuto
a staccarci decisamente dalla realtà.
P.
Mi pare che la tua aggiunta non sia una forzatura, perché
anche nella denuncia della manipolazione del pensiero, del lavaggio
mentale esercitato dal sistema, Masters è un precorritore
dei nostri problemi. Cerca di dirmi in che modo, quando eri ragazzo,
a un ragazzo della tua generazione Masters è sembrato un
contestatore.
F. Perché denuncia
i difetti di gente attaccata alle piccole cose, che non vede al
di là del proprio naso, che non ha alcun interesse umano
al di fuori delle necessità pratiche.
P.
Cioè più che la sua contestazione politica ti ha
interessato la sua contestazione umana?
F. Sì, secondo
me il difetto sostanziale sta nella natura umana.
P.
Ritornando alle tue manipolazioni del testo, possiamo dire che
l'aggiunta di questo concetto della "mela proibita"
non detenuta da Dio ma dal potere del sistema è la manipolazione
più grossa. D'altronde è passato mezzo secolo da
quando Masters ha scritto queste poesie, sicché se questa
galleria di ritratti la potesse riscrivere adesso non c'è
dubbio che la sua vena libertaria gli farebbe inserire elementi
che si è limitato a sfiorare come precorritore. Questo
vale anche per l'altra grossa manipolazione che hai fatto, quella
dell'ottico visto come proposta di un'espansione della coscienza.
Ma proprio dal punto di vista stilistico, perché hai sentito
la necessità di cambiare la forma poetica di Masters? Bentivoglio
mi diceva che il verso libero di queste poesie non ti serviva,
avevi bisogno di ritmo e di rima, questo è chiaro. Ma sembra
quasi che tu abbia voluto divulgare, spiegare a tutti i costi.
F. Sì. Mi pareva
necessario spiegare queste poesie; poi c'era la necessità
di farle diventare delle canzoni. Cioè delle storie e una
storia non è un pretesto per esprimere un'idea, dev'essere
proprio la storia a comprendere in sé l'idea.
P.
Ma come spieghi per esempio il fatto di aver usato parole di un
linguaggio contemporaneo quasi brutale, per esempio nel verso
della poesia del giudice "un nano è una carogna di
sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo."
e di avere per esempio inserito immagini come "le cosce color
madreperla" in poesie che pur essendo piene di sesso sono
espresse per lo più in forma asettica, quasi asessuata?
F. Perché anche
il vocabolario al giorno d'oggi è un po' cambiato, e io
ero spinto soprattutto dallo sforzo di spiegare il vero significato
di queste cose. Quanto alla definizione del guidice, questo è
un personaggio che diventa carogna perché la gente lo fa
diventare carogna: è un parto della carogneria generale.
Questa definizione è una specie di emblema della cattiveria
della gente.
P.
Tutto sommato mi pare che queste siano state le manipolazioni
più pesanti che hai fatto ai concetti e al testo di Masters;
e d'altra parte quando il libro è uscito, ai suoi contemporanei
è sembrato tutt'altro che asettico e asessuato: il gruppo
dei Neo-Umanisti lo aggredì come "iniziatore di una
nuova scuola di pornografia e sordido realismo".
F. Capirai.
P.
Comunque sono certa che non deluderai i tuoi ammiratori, perché
le poesie le hai proprio scritte tu, con quella tua imprevedibile,
patetica inventiva nelle rime e nelle assonanze, proprio come
nelle poesie dell'antica tradizione popolare. Ma fino a che punto,
per esempio, ti sei identificato col suonatore di violino (Jones,
che nel '71 suona il flauto) che conclude il disco? E non voglio
alludere al fatto che da ragazzo ti sei accostato alla musica
studiando il violino.
F. Non c'è dubbio
che per me questa è stata la poesia più difficile.
Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti
e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi
in questo personaggio così sereno da suonare per pure divertimento,
senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica
è stato tutt'altro che facile. Capisci? Per Jones la musica
non è un mestiere, è un'alternativa: ridurla a un
mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo
momento non so dirti se non finirò prima o poi per seguire
il suo esempio.
Fernanda PIVANO
Intervista registrata
a Roma il 25 ottobre 1971.
F. Ti sei dimenticata
di rivolgermi una domanda: chi è Fernanda Pivano? Fernanda
Pivano per tutti è una scrittrice. Per me è una
ragazza di venti anni che inizia la sua professione traducendo
il libro di un libertario mentre la società italiana ha
tutt'altra tendenza. E' successo tra il '37 e il '41: quando questo
ha significato coraggio.