Una Brigata
di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
Le
BiELLE Interviste
Pacifico:
un reporter dei sentimenti dentro le case altrui "Attraverso
le sfumature fare un discorso pesante" di
Giorgio Maimone
Ascolti
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Pacifico Dolci
frutti tropicali
GianMaria Testa Altre
latitudini
Gianna Nannini
Grazie
Afterhours
Il Paese è reale
Pippo Pollina
Caffè Caflisch
Roberto Angelini
La vista concessa
Pacifico
di nome e anche di fatto. Sarebbe stato difficile trovare un altro
nome d'arte che simboleggi al meglio l'essenza di Gino De Crescenzo.
Grande autore in proprio, ma anche per conto terzi (Nannini, Morandi,
Raf e tanti altri) e con un passato di rock alternativo alle spalle
con i Rosso Maltese, la formazione nella quale ha militato per otto/nove
anni assieme a Luca Gemma. Un intervista, quella sul lancio del
suo ultimo disco, "Dentro ogni casa", pacifica, in assoluta
linearità con il suo personaggio.
"Dentro
ogni casa" è il titolo e sostanzialmente anche la
chiave per capire quest’album. Tu dici che ha girato con
un registratore e gli occhi aperti cercando di cogliere spunti
e stimoli che sono confluiti nel lavoro.
Ho fatto questa specie
di lavoro di cronista. Non ho avuto il coraggio di fare delle
domande. Anche perché non avevo nulla da chiedere, ma avevo
bisogno di sentire che non parlavo solo io. Quindi portavo questo
registratore in ogni situazione: in taxi, alle cene con gli amici
e l’ho fatto per mettere via una serie di appunti. Erano
tutte frasi minuscole, ma lì ho capito che la chiave era
il dettaglio quindi ho cercato una seire di dettagli che mi riportassero
al tema della casa,. Perché la casa è più
o meno il luogo intimo. Ho cercato di superare le protezioni che
trovi entrando nelle case delle persone. Di abbattere gli schermi
che sentivo c’erano. Da lì ho ricavato una mappa
caotica, ma quasi certificata dalla somiglianza con quello che
sentivo.
Un
approccio molto letterario quasi che fosse una raccolta di racconti.
Racconti costruiti quasi passando davanti alle finestre e immaginando
la vita che scorreva dentro. Da quale canzone sei partito?
Ho scritto molto ed
è stata un’avventura non semplice, anche perché
stavo scrivendo per altri in quel momento e quindi mi impegnavo
tutti i giorni con una disciplina precisa. Non mi ero accorto
ma avevo messo via un sacco di canzoni, circa una quarantina e
tutte canzoni del tipo sentimentale, nel modo più complesso
e quasi impegnato tu possa intendere questa definizione. Quando
io penso al sentimento non è il semplice “ti amo”
ma un reticolo di sentimenti nei quali perdersi: da quelli per
i famigliari alle amicizie, all’amore. Ci sono milioni di
sfumature di trappole. Io sono andato a cercare tutte queste sfumature
per farne un discorso pesante.
Uscendo
un po’ dagli schemi consueti
Mi sembra di sì.
Questa serie di pezzi è frutto di una scelta. Poteva anche
essere un disco intero tutto sul rapporto di coppia. Avendo già
30 anni di carriera sentimentale alle spalle e sentendo la frase
di Dori Grezzi su De André che forse adesso avrebbe scritto
canzoni d’amore, mi è sembrata una coincidenza col
mio lavoro. L’ho preso come un incoraggiamento involontario.
Mi sembrava di essere su una strada interessante.
Mi
ha ricordato Georges Perec: "La vita istruzioni per l’uso".
Ti è mai venuta voglia, visto che hai così tanto
materiale di farne pretesto narrativo?
E’ una cosa di
cui ogni tanto parla qualcuno. Io non voglio fare un libro tanto
per scrivere. Ho un gran rispetto per i romanzieri e infatti mi
spaventa la dimensione. Il foglio è un ambito che bene
o male maneggio. Anche se hai il problema opposto: in 5 nminuti
dire un mondo. Però seguire un personaggio, raccontarne
la vita è difficile. Tanti usano la tecnica di fare tanti
piccoli racconti che confluiscono in un mosaico ma …
Ti
sembra un po’ un trucco?
Un po’ sì.
Quindi non sarò mai capace. Penso che farò un tentativo
solitario a impatto zero, se trovo un personaggio adatto …
Musicalmente
questo disco come ti sembra? Le tue influenze solite tra Battisti
e i Beatles?
Sì, però
questo disco è pieno di novità per me. Sono entrato
alla Sugar. Prima tendevo a fare molto da solo, ma qui ho delegato
molto: ho scritto i pezzi, li ho realizzati, poi sono entrate
altre due persone: Roberto Vernetti e Vittorio Cosma, molto differenti:
uno romantico,. Pianista, con molta armonia, l’altro apparentemente
freddo che voleva portare il disco in un punto e non ha mollato
fino in fondo. Da un certo punto di vista quindi ci sono delle
decisioni che non mi appartengono, che io ho condiviso, ma che
non avrei preso. Però è stato bello vedere arrivare
queste cose, tant’è che il disco ascoltandolo ora
non lo conosco ed ho ancora voglia di sentirlo.
Che
musica ascolti e che musica hai ascoltato mentre scrivevi.
Mentre scrivo non ascolto
se non brani occasionali. A meno che non esca un disco dei Radiohead.
Ho visto concerti di gruppi proprio minuscoli perché mi
interessava il suono.
Anche
per non avere influenze?
Sì. Non sentivo
di poter indirizzare attenzioni anche emotive ad altro. Metto
cose molto dilatate o di conforto come la musica classica che
ha un linguaggio e una complessità enorme, però
sento che è la musica giusta per questo periodo.
Tra
i brani che hai composto per quest’ultimo lavoro, che gettano
tutti uno sguardo indiretto sulla società, ce n’è
uno che sembra girato in prima persona “Tu che sei parte
di me”. Sembra il più autobiografico. Vero o ti sei
messo solo molto bene nella parte del personaggio?
No. Negli ultimi sette
anni ho scritto un numero di canzoni enormi, per me e per gli
altri. Ci sono sentimenti su cui un autore può scrivere
moltissime canzoni, soprattutto perché lo conosci. Nel
pop, nella musica leggera, se prendi la distanza nel tempo o fisico
e la colmi di parole hai fatto una canzone. Così come pure
l’appartenenza o prendersi cura di una persona. In realtà
quando io scrivo una cosa non ho necessità di vedere e
di provare. E’ come se avessi già un bagaglio relativo.
Come può capitare per un dolore o un momento di rabbia:
per descriverlo risento il profumo di qualcosa che ho provato.
“Tu che sei parte di me” è sicuramente autobiografica,
nel senso che mi sono sentito in quello stato d’animo. L’ho
sentita intensamente, un sentimento assoluto e anche di abbandono.
Di sicuro diverso da quello di miei amici di infanzia che sono
già magari al terzo figlio.
Tu
scrivi molto per gli altri. E’ molto differente?
Sì. E’
un po’ come, spero di farlo prima o poi, scrivere per il
cinema. Ci sono delle suggestioni, degli stimoli provocati da
altri. Nel cinema ancora di più perché ci sono le
immagini. Anche quando scrivi per altri artisti è un lavoro
più tecnico, apparentemente privo di emozioni perché
ti si chiede un linguaggio particolare: due lampi, due intuizioni
e poi un linguaggio formale ineccepibile. Questo è quello
che serve. Però per me è molto importante perché
sto a limare il linguaggio, cerco di non sovrappormi all’interprete.
Provo molto il testo da solo per cercare le parole adatte, magari
ce n’è una che mi piacerebbe molto però che
la costringerebbe …
…
Non sarebbe adatta …
Esatto. E allora magari
la togli un po’ a malincuore e ne usi una apparentemente
più banale che però la nota ci si appoggia. E poi
scrivere per una cantante di 22anni o per la Vanoni che ne ha
74 vuol dire che ti arrivano già delle indicazioni molto
precise. Mentre quando scrivi per te ci sono maggiori onori, ma
anche la fatica, un dolore a volte, una commozione. Ho visto dei
miei colleghi piangere come bambini per una riga ed è successo
anche a me spesso. Sono due lavori diversi.
C’è
una canzone scritta per gli altri che avresti voluto fare tu?
Che ti piace più delle altre?
No, devo dire di no.
E’ una cosa tipica dei cantautori questa, che più
hanno peso come interpreti più fanno fatica a privarsi
dei loro brani. Io non ho sentito questa esigenza, sono diviso
in modo abbastanza schizofrenico su questo lavoro. O entro in
un progetto già esistente o i pezzi che ho dato, ne ho
dato uno a Morandi o a Raf, li ho dati volontariamente perché
mi sembravano adatti a loro.
Tu
viene da un gruppo rock che ha avuto una certa importanza, i Rosso
Maltese. A posteriori cosa pensi dei Rosso Maltese?
Sì, hanno avuto
importanza. C’è tutta l’anedottica della band
che è un sogno. Io il sogno vero lo avevo lì. Quello
di venire dal nulla, di essere una rockstar, sul palco, in tour.
Per me sono0 stati fondamentali perché mi hanno dato un’esperienza
di musica d’insieme, perché eravamo una band molto
numerosa, coi fiati, le percussioni , quindi un apprendistato
involontario costante, perché arrangiavo tutte le parti.
Poi c’è una dinamica che non si ripeterà mai
più. Alcuni di noi dormivano nella cantina dove si provava.
Quel tipo di passione e di energia totalizzante. Che proprio sogni.
Quando arriva una recensione positiva, un entusiasmo! Ma mi ricordo
anche un paio di stroncature che ci hanno dato un dolore acuto.
Diventa poi una scelta professionale, non hai più sette
persone intorno che fanno casino che può anche essere un
vantaggio in certe occasioni. Il rimpianto che ho sui Rosso Maltese
è che sono stati insieme tanti anni, ma hanno prodotto
poco, per un difetto di intraprendenza.
Cosa
sono stati? Due dischi?
Due dischi in otto/nove
anni, fatti con grande fatica. Molto amati ancora adesso. E avevamo
un terzo disco praticamente pronto che era notevole, con una serie
di pezzi molto belli.
Non
è uscito?
Non ce l’abbiamo
fatto perché sono successe le solite cose dei trent’anni.
Uno si è sposato, è andato a vivere altrove, uno
è andato in India. C’era uno spirito particolare.
Rifarlo adesso? Non avrebbe senso.
Tra
le canzoni di quest’album qual è quella che ti sembra
indicare meglio il tuo percorso musicale attuale?
Paradossalmente
“Tu che sei parte di me” è un pezzo che racchiude
la mia tendenza a non volere essere scontato anche nell’ambito
della canzone d’amore. Il sentimentalismo di questo tipo
è stato lasciato in mano a persone che scrivono con molto
cinismo, con molta furbizia che è una cosa che a me fa
molto ridere, però mi affatica. Io non sono uno sprovveduto,
ma è un carattera anche nazionale se vuoi che però
rispetto a scrivere una canzone mi sembrerebbe il caso di non
tirarla fuori. Bisogna trovare un po’ la quadratura del
cerchio, che sia di impatto e impianto popolare in cui mi riconosco.
Se no ci sono pezzi che mi vengono più naturali, anche
più sperimentali come “Un ragazzo” che è
un pezzo così drammatico o “Dentro ogni casa”
che sono pezzi più labirintici, dove ti addentri e trovi
tante cose. Quelle, per uno che la formazione musicale che ho
io, indipendente, più tesa a cercale soluzioni inusuali,
mi vengono più naturali.