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Le BiELLE Interviste
Pacifico: un reporter dei sentimenti dentro le case altrui
"Attraverso le sfumature fare un discorso pesante"
di Giorgio Maimone


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Pacifico di nome e anche di fatto. Sarebbe stato difficile trovare un altro nome d'arte che simboleggi al meglio l'essenza di Gino De Crescenzo. Grande autore in proprio, ma anche per conto terzi (Nannini, Morandi, Raf e tanti altri) e con un passato di rock alternativo alle spalle con i Rosso Maltese, la formazione nella quale ha militato per otto/nove anni assieme a Luca Gemma. Un intervista, quella sul lancio del suo ultimo disco, "Dentro ogni casa", pacifica, in assoluta linearità con il suo personaggio.

"Dentro ogni casa" è il titolo e sostanzialmente anche la chiave per capire quest’album. Tu dici che ha girato con un registratore e gli occhi aperti cercando di cogliere spunti e stimoli che sono confluiti nel lavoro.

Ho fatto questa specie di lavoro di cronista. Non ho avuto il coraggio di fare delle domande. Anche perché non avevo nulla da chiedere, ma avevo bisogno di sentire che non parlavo solo io. Quindi portavo questo registratore in ogni situazione: in taxi, alle cene con gli amici e l’ho fatto per mettere via una serie di appunti. Erano tutte frasi minuscole, ma lì ho capito che la chiave era il dettaglio quindi ho cercato una seire di dettagli che mi riportassero al tema della casa,. Perché la casa è più o meno il luogo intimo. Ho cercato di superare le protezioni che trovi entrando nelle case delle persone. Di abbattere gli schermi che sentivo c’erano. Da lì ho ricavato una mappa caotica, ma quasi certificata dalla somiglianza con quello che sentivo.

Un approccio molto letterario quasi che fosse una raccolta di racconti. Racconti costruiti quasi passando davanti alle finestre e immaginando la vita che scorreva dentro. Da quale canzone sei partito?

Ho scritto molto ed è stata un’avventura non semplice, anche perché stavo scrivendo per altri in quel momento e quindi mi impegnavo tutti i giorni con una disciplina precisa. Non mi ero accorto ma avevo messo via un sacco di canzoni, circa una quarantina e tutte canzoni del tipo sentimentale, nel modo più complesso e quasi impegnato tu possa intendere questa definizione. Quando io penso al sentimento non è il semplice “ti amo” ma un reticolo di sentimenti nei quali perdersi: da quelli per i famigliari alle amicizie, all’amore. Ci sono milioni di sfumature di trappole. Io sono andato a cercare tutte queste sfumature per farne un discorso pesante.

Uscendo un po’ dagli schemi consueti

Mi sembra di sì. Questa serie di pezzi è frutto di una scelta. Poteva anche essere un disco intero tutto sul rapporto di coppia. Avendo già 30 anni di carriera sentimentale alle spalle e sentendo la frase di Dori Grezzi su De André che forse adesso avrebbe scritto canzoni d’amore, mi è sembrata una coincidenza col mio lavoro. L’ho preso come un incoraggiamento involontario. Mi sembrava di essere su una strada interessante.

Mi ha ricordato Georges Perec: "La vita istruzioni per l’uso". Ti è mai venuta voglia, visto che hai così tanto materiale di farne pretesto narrativo?

E’ una cosa di cui ogni tanto parla qualcuno. Io non voglio fare un libro tanto per scrivere. Ho un gran rispetto per i romanzieri e infatti mi spaventa la dimensione. Il foglio è un ambito che bene o male maneggio. Anche se hai il problema opposto: in 5 nminuti dire un mondo. Però seguire un personaggio, raccontarne la vita è difficile. Tanti usano la tecnica di fare tanti piccoli racconti che confluiscono in un mosaico ma …

Ti sembra un po’ un trucco?

Un po’ sì. Quindi non sarò mai capace. Penso che farò un tentativo solitario a impatto zero, se trovo un personaggio adatto …

Musicalmente questo disco come ti sembra? Le tue influenze solite tra Battisti e i Beatles?

Sì, però questo disco è pieno di novità per me. Sono entrato alla Sugar. Prima tendevo a fare molto da solo, ma qui ho delegato molto: ho scritto i pezzi, li ho realizzati, poi sono entrate altre due persone: Roberto Vernetti e Vittorio Cosma, molto differenti: uno romantico,. Pianista, con molta armonia, l’altro apparentemente freddo che voleva portare il disco in un punto e non ha mollato fino in fondo. Da un certo punto di vista quindi ci sono delle decisioni che non mi appartengono, che io ho condiviso, ma che non avrei preso. Però è stato bello vedere arrivare queste cose, tant’è che il disco ascoltandolo ora non lo conosco ed ho ancora voglia di sentirlo.

Che musica ascolti e che musica hai ascoltato mentre scrivevi.

Mentre scrivo non ascolto se non brani occasionali. A meno che non esca un disco dei Radiohead. Ho visto concerti di gruppi proprio minuscoli perché mi interessava il suono.

Anche per non avere influenze?

Sì. Non sentivo di poter indirizzare attenzioni anche emotive ad altro. Metto cose molto dilatate o di conforto come la musica classica che ha un linguaggio e una complessità enorme, però sento che è la musica giusta per questo periodo.

Tra i brani che hai composto per quest’ultimo lavoro, che gettano tutti uno sguardo indiretto sulla società, ce n’è uno che sembra girato in prima persona “Tu che sei parte di me”. Sembra il più autobiografico. Vero o ti sei messo solo molto bene nella parte del personaggio?

No. Negli ultimi sette anni ho scritto un numero di canzoni enormi, per me e per gli altri. Ci sono sentimenti su cui un autore può scrivere moltissime canzoni, soprattutto perché lo conosci. Nel pop, nella musica leggera, se prendi la distanza nel tempo o fisico e la colmi di parole hai fatto una canzone. Così come pure l’appartenenza o prendersi cura di una persona. In realtà quando io scrivo una cosa non ho necessità di vedere e di provare. E’ come se avessi già un bagaglio relativo. Come può capitare per un dolore o un momento di rabbia: per descriverlo risento il profumo di qualcosa che ho provato. “Tu che sei parte di me” è sicuramente autobiografica, nel senso che mi sono sentito in quello stato d’animo. L’ho sentita intensamente, un sentimento assoluto e anche di abbandono. Di sicuro diverso da quello di miei amici di infanzia che sono già magari al terzo figlio.

Tu scrivi molto per gli altri. E’ molto differente?

Sì. E’ un po’ come, spero di farlo prima o poi, scrivere per il cinema. Ci sono delle suggestioni, degli stimoli provocati da altri. Nel cinema ancora di più perché ci sono le immagini. Anche quando scrivi per altri artisti è un lavoro più tecnico, apparentemente privo di emozioni perché ti si chiede un linguaggio particolare: due lampi, due intuizioni e poi un linguaggio formale ineccepibile. Questo è quello che serve. Però per me è molto importante perché sto a limare il linguaggio, cerco di non sovrappormi all’interprete. Provo molto il testo da solo per cercare le parole adatte, magari ce n’è una che mi piacerebbe molto però che la costringerebbe …

… Non sarebbe adatta …

Esatto. E allora magari la togli un po’ a malincuore e ne usi una apparentemente più banale che però la nota ci si appoggia. E poi scrivere per una cantante di 22anni o per la Vanoni che ne ha 74 vuol dire che ti arrivano già delle indicazioni molto precise. Mentre quando scrivi per te ci sono maggiori onori, ma anche la fatica, un dolore a volte, una commozione. Ho visto dei miei colleghi piangere come bambini per una riga ed è successo anche a me spesso. Sono due lavori diversi.

C’è una canzone scritta per gli altri che avresti voluto fare tu? Che ti piace più delle altre?

No, devo dire di no. E’ una cosa tipica dei cantautori questa, che più hanno peso come interpreti più fanno fatica a privarsi dei loro brani. Io non ho sentito questa esigenza, sono diviso in modo abbastanza schizofrenico su questo lavoro. O entro in un progetto già esistente o i pezzi che ho dato, ne ho dato uno a Morandi o a Raf, li ho dati volontariamente perché mi sembravano adatti a loro.

Tu viene da un gruppo rock che ha avuto una certa importanza, i Rosso Maltese. A posteriori cosa pensi dei Rosso Maltese?

Sì, hanno avuto importanza. C’è tutta l’anedottica della band che è un sogno. Io il sogno vero lo avevo lì. Quello di venire dal nulla, di essere una rockstar, sul palco, in tour. Per me sono0 stati fondamentali perché mi hanno dato un’esperienza di musica d’insieme, perché eravamo una band molto numerosa, coi fiati, le percussioni , quindi un apprendistato involontario costante, perché arrangiavo tutte le parti. Poi c’è una dinamica che non si ripeterà mai più. Alcuni di noi dormivano nella cantina dove si provava. Quel tipo di passione e di energia totalizzante. Che proprio sogni. Quando arriva una recensione positiva, un entusiasmo! Ma mi ricordo anche un paio di stroncature che ci hanno dato un dolore acuto. Diventa poi una scelta professionale, non hai più sette persone intorno che fanno casino che può anche essere un vantaggio in certe occasioni. Il rimpianto che ho sui Rosso Maltese è che sono stati insieme tanti anni, ma hanno prodotto poco, per un difetto di intraprendenza.

Cosa sono stati? Due dischi?

Due dischi in otto/nove anni, fatti con grande fatica. Molto amati ancora adesso. E avevamo un terzo disco praticamente pronto che era notevole, con una serie di pezzi molto belli.

Non è uscito?

Non ce l’abbiamo fatto perché sono successe le solite cose dei trent’anni. Uno si è sposato, è andato a vivere altrove, uno è andato in India. C’era uno spirito particolare. Rifarlo adesso? Non avrebbe senso.

Tra le canzoni di quest’album qual è quella che ti sembra indicare meglio il tuo percorso musicale attuale?

Paradossalmente “Tu che sei parte di me” è un pezzo che racchiude la mia tendenza a non volere essere scontato anche nell’ambito della canzone d’amore. Il sentimentalismo di questo tipo è stato lasciato in mano a persone che scrivono con molto cinismo, con molta furbizia che è una cosa che a me fa molto ridere, però mi affatica. Io non sono uno sprovveduto, ma è un carattera anche nazionale se vuoi che però rispetto a scrivere una canzone mi sembrerebbe il caso di non tirarla fuori. Bisogna trovare un po’ la quadratura del cerchio, che sia di impatto e impianto popolare in cui mi riconosco. Se no ci sono pezzi che mi vengono più naturali, anche più sperimentali come “Un ragazzo” che è un pezzo così drammatico o “Dentro ogni casa” che sono pezzi più labirintici, dove ti addentri e trovi tante cose. Quelle, per uno che la formazione musicale che ho io, indipendente, più tesa a cercale soluzioni inusuali, mi vengono più naturali.


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Intervista effettuata il 05-02-2009
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