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Le BiELLE Interviste
Patrizio Fariselli: un dottorato di ricerca chiamato Area
"Con Demetrio da rockstar a ricercatori musicali"
di Giorgio Maimone


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Intervistare Patrizio Fariselli è sempre un piacere. Disponibilità, simpatia e la capacità di non prendere troppo sul serio anche quelle parti della musica che ormai sono storia, come la vicenda degli Area. Il personaggio giusto con cuii affrontare un discorso su Demetrio Stratos che non sappia di muffa o di vuota celebrazione.

Patrizio, tu hai lavorato con Demetrio negli Area dal 1972 al 1979. Anni molto importanti. Come è stato l'incontro? Li avete fondati assieme, no?

Guarda parlare degli Area non è semplice come raccontare la favoletta dei fratelli che tracciano un solco e da lì fanno nascere una città. E' una cosa sfumata nel tempo. Nel corso di un anno Demetrio, Patrick Djvas, Giulio Capiozzo e Paolo Tofani hanno fondato il gruppo, un'esperienza durata dieci anni.

Un'esperienza molto forte. Gli Area quando sono usciti erano un gruppo di "rottura", come si diceva allora.

Devo dire che l'effetto che facevamo era proprio questo (ridiamo). Noi avevamo il problema di fare la nostra musica e seguire i nostri spazi artistici e l'impatto con i nostri ascoltatori non è stato del tutto semplice agli inizi.

Non c'erano gruppi come voi in Italia

Uhm, mah, sì e no. No, diciamo la verità. Poi sembra che uno voglia incensarsi... (ridiamo)

Magari ce n'eran di migliori, ma come voi nessuno!

Ecco, bravo. Il problema è che noi ci siamo formati attorno a un progetto intransigente nei confronti della propria arte e questo era nel Dna di tutti quelli che sono entrati in questo collettivo. Non era difficile incontrare delle difficoltà nella comunicazione. Alla fin fine quando introduci delle personalità così particolari è possibile che il progetto stesso sia abbastanza dirompente.

Anche perché eravate un gruppo di forti personalità ...

Eh sì, diciamo di sì. Abbastanza.

Tant'è che tutti quanti siete poi andati per direzioni diverse.

Mah sai un po', e lo dico a posteriori, era il fatto di avere un background non dico divergente, ma estremamente differente e il fatto di sapere tenere queste tendenze in rapporto dialettico, con il collante della stima reciproca e della curiosità verso un prodotto che fosse la risultante delle tendenze di tutti. Questo era il risultato. Un vero lavoro di gruppo, un vero collettivo che sapeva macinare informazioni sempre attento alle iniziative dei singoli, a che poi filtrava il tutto per raggiungere un risultato "altro" ed era questo risutlato "altro" che ci interessava.

Il 13 giugno è l'anniversario della scomparsa di Demetrio. A me interesserebbe non un ritratto agiografico, ma un ricordo da parte di chi ci ha lavorato insieme. Secondo te qual era la sua importanza musicale? Nel gruppo ed esterna. E qual è la sua attualità.

Una domanda così implica una risposta lunga un libro! (ridiamo) L'importanza di Demetrio... Penso che la sua possa essere la storia anche di tanti ragazzi: lui cominciò da giovanissimo, appena arrivato in Italia a cantare per il piacere di farlo. E trovò subito il successo. Grande. Con il gruppo dei Ribelli e divenne una rockstar in qualche modo. Andando avanti col tempo questo successo si ridimensionò come succede sempre con la musica popolare e lui entrò nel gruppo degli Area o meglio gli si formò attorno il gruppo degli Area. Come le forze che si catalizzano attorno a un polo. Demetrio si trovò attorno questo collettivo di persone che innescarono un meccanismo di ricerca individuale. E quindi cosa succede? Abbiamo visto nel giro di pochissimi anni, quattro o cinque anni, un ragazzo i cui interessi erano divertirsi, fare successo e fare delle buona musica, diventare un ricercatore. Arrivare all'età adulta con un grandissima curiosità, una grande umiltà e la capacità di andare a esplorare nel profondo uno strumento musicale che tutti quanti gli umani si portano dietro: la voce. E in questo senso è interessante vedere il percorso. Io lo so perché l'ho visto fin dall'inizio. Siamo cresciuti assieme in questo senso. Io ho condiviso la crescita, perché gli Area sono un po' stati il nostro dottorato di ricerca.

In quella stessa data, in occasione della scomparsa di Demetrio, c'è stato il famoso concerto di Milano all'Arena che doveva essere un concerto di raccolta fondi che poi è arrivato fuori tempo massimo. Com'era il clima? Voi siete andati in scena ...

Noi siamo andati in scena con la morte nel cuore. Ho un ricordo veramente sfumato di quel concerto. Eravamo completamente fuori di noi stessi. La beffa terribile di un momento di grande solidarietà perché si mobilitò tutto l'ambiente musicale italiano nel tentativo di trovare i fondi per curare un amico fraterno ... perché sai, quelle teste di cazzo di americani, se tu non paghi la retta, non importa come tu stia, non iniziano neanche a curarti. Ti mettono il letto fuori in strada! E lui era un po' in queste condizioni. Quindi il concerto della speranza si trasformò improvvisamente nel concerto della disperazione. Nessuno se l'aspettava : una doccia fredda terribile. Il concerto si fece ugualmetne perché era anche importante dare spazio a questo grande momento di solidarietà che si era creato, ma io ho un ricordo terribile di quel concerto. Abbiamo suonato non so neanche come e cosa! Terrificante.

C'è stato chi ha detto che quel concerto ha segnato la fine di una generazione. Da lì in poi gli anni più belli sono finiti.

L'ha detto Mauro Pagani, lo so! (ride) Non ho ancora letto il suo libro, ma so che finisce con Demetrio.

Più o meno però ci siamo ...

No, è vero. E'stato forse l'unico grande raduno non legato a scopi commerciali che si sia mai fatto in Italia. Era l'ultimo dei grandi raduni che abbiamo mai visto. Prima c'erano altre motivazioni che spingevano a fare raduni come quello del Parco Lambro: il tentativo di vivere una nuova progettualità, il tentativo di cercare una qualità della vita migliore. Insomma, effettivamente si è chiusa un'era con quel concerto.

Tu qualche anno fa hai preso in mano il patrimonio musicale degli Area con un bellissimo disco. Suoni ancora quel repertorio? Cosa stai facendo adesso? A che punto sei nelle tua ricerca che va avanti?

Ah, io sto facendo un sacco di cose! All'insegna di una sigla che si chiama Slm ossia Sa La Madonna! (ridiamo) Si va avanti a cercare delle cose presumibilmente intelligenti e speriamo interessanti! Questo lavoro sulle musiche degli Area è stato molto divertente, una sfida che io ho raccolto un po' per gioco, ma sono quei giochi molto serie che poi ti pigliano un sacco di energia e di tempo e quant'altro. E l'ho racchiuso in un disco che è nato per gioco tranne scoprire così che questi materiali potevano essere un punto di partenza per un ulteriore lavoro di approfondimento. E farlo a 30 anni dalla loro prima stesura era una cosa che mi interessava parecchio. Continuo a fare concerti, a volte con una danzatrice e a volte no e parallelamente a questo conduco vari tipi di ricerca. Il mio ultimo disco si chiama "Notturni" ed è un lavoro completamente elettronico: una variazione totale dall'uso delle sonorità che ho fatto in questi ultimi anni che sono state tutte legate a materiale acustico: il mio lavoro con un trio jazz in "Liquida suite" che ho fatto qualche anno fa. Insomma, cambia completamente il panorama sonoro. E sto lavorando a diverse cose. Devo dire che sono in periodo della mia vita estremamente attivo!

Buono! Meno male che c'è attività! C'è stato anche il lavoro con Vecchioni in questi anni ...

Dura anche quello lì! Perché poi ci vogliamo bene! Con Vecchioni, io e Paolino Dalla Porta al contrabbasso siamo partiti un po' per scherzo, per vedere cosa poteva succedere accompagnando un autore come lui è, alla nostra maniera. Lui non è abituato al nostro tocco, alla nostra maniera di reinterpretare le melodie e le armonie e gli è piaciuto un casino, tant'è che abbiamo fatto quasi due anni di tournée con un disco e adesso stiamo ricominciando con il professore, perché è sempre molto stimolante.


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Intervista effettuata il 12-06-2009
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