Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
Le BiELLE Interviste
Massimo Bubola: "De André? Difficile anche sul risotto"
"L'imperativo morale di dare il meglio di noi"
di Giorgio Maimone


Ascolti collegati


Massimo Bubola
Il Cavaliere elettrico I e II

Massimo Bubola
Segreti trasparenti

Massimo Bubola
Neve sugli aranci

Massimo Bubola
Personaggi

Massimo Bubola
Ballate di terra e acqua

Michele Gazich
La nave dei folli



Massimo Bubola è appena uscito con una rilettura dei brani che aveva scritto con Fabrio De André. Ha intitolato il disco "Dall'altra parte del vento" per rimarcare che è il suo tipo di lettura di questi brani ormai consegnati alla storia della canzone d'autore italiana e ha provato a dar loro una veste nuova. Per completarel'opera ha aggiunto tre scritti suoi: "Colline nere" dell'epoca de "L'indiano" e due canzoni dedicate a De André: "Invincibili", scritta con Cristiano De André e "Dall'altra parte del vento" che dà il titolo all'album ed è l'unico brano inedito.

Allora Massimo, come è nata l’idea di Dall’altra parte del vento, nuova rilettura dei brani scritti da te con Fabrizio De André?

Premessa, io ho una formazione diversa da quella di De André. Ho avuto una formazione elettrica, più legata alla letteratura del rock anche se poi mi sono piaciute tante altre cose: i francesi, il surrealismo etc. Io sono nato suonando la chitarra elettrica, l’acustica l’ho imparata più tardi, quindi ho voluto, a dieci anni di distanza riportare le canzoni a come le avevo concepite. Perché poi, giustamente, un vestito di scena, va adattato al tenore, al suo background. Senza nessun intento di tipo competitivo. Qualche sciocchino ha pensato che magari io volessi … invece io penso che le canzoni originarie vadano più che bene così. Però credo che essendo cofirmatario di tutte queste canzoni di poterne dare una diversa lettura, che possa aggiungere qualcosa, che possa dare delle chiavi di lettura che anche glia arrangiamenti possono contribuire a dare. Anche le tonalità cambiano il colore dei testi. La stessa parola può essere malinconica, tragica, un po’ più carica a seconda di come è contestualizzata. Quindi mi interessava dare la mia versione. E poi c’era anche l’aspetto filologico ….

Ecco su questo vorrei puntare. Mi interessa molto. Vuoi dire che questa è la forma con cui le canzoni sono nate?

Per quanto riguarda la mia parte del vento sì. Perché poi Fabrizio era molto più francofono, aveva riferimenti letterari anche diversi e quindi ho dovuto un po’ mediare. Per fare un esempio concreto, la canzone su Pasolini (“Una storia sbagliata” – NdR) che per me era veramente un fuorilegge della parola, ma soprattutto come direbbe Dylan di Lenny Bruce “era più fuorilegge di quanto noi potremmo mai essere”. Ed era la nostra coscienza civile: uno dei fari puntati sull’etica di questo Paese. Io lo vedevo come una specie di Jesse James, come un Billy The Kid. Quindi era un brano country. Per me già solo a tre anni dalla morte era già un mito. Hotel Supramonte che io scrissi con un’ottica diversa da Fabrizio, che poi mischiò la storia del suo rapimento in Sardegna, è una mia canzone amorosa e dal mio punto di vista è quindi diventata una sorta di barcarola, di quelle serenate che si facevano da una barca a Venezia a una fidanzata affacciata a una finestra. Quindi ha questa sorta di controriff che ha qualcosa che fa ricordare. Volta la carta che è una giga in originale, l’ho riportata a una lullaby, una ninna nanna, perché mia nonna me la cantava come ninna nanna. L’ho fatta in tre quarti e a mo’ di valzer. Sono riletture che sono aggiuntive. Io non ho mai pensato di confrontarmi con Fabrizio a questi livelli, perche lui comunque rimane una persona inimitabile. Non mi è mai interessato imitarlo. Io sono io e lui è lui. Diciamo che quando abbiamo fatto canzoni insieme lui ha cambiato lievemente il suo modo di cantare. Adesso sto preparando questo pezzo che canterò da Fazio con Edoardo Bennato e mi sembra che le divisioni musicali siano divisioni che appartengono più al mondo rock/blues che a quello cantautorale.

Senti, ma com’era organizzato generalmente il processo produttivo? Tu portavi uno scheletro di canzone, voce e chitarra e Fabrizio ci lavorava sopra, le migliorava, le ultimava? Era così?

Sì. Più o meno. Diciamo che c’erano delle fonti ispirative e da quelle si partiva. Su Don Raffaè invece la microsceneggiatura e il soggetto era suo. Don Raffaé che poi fu fatta a distanza di dieci anni dalle nostre precedenti collaborazioni. Però c’era questo telaio per cui tutto Rimini e anche parte de L’indiano ha la struttura a tre che, se permetti, è abbastanza buboliana. Scusami la poca umiltà se me la passi. La struttura a tre che pochi l’hanno letta come scheletro compositivo. Sia in Coda di Lupo che in Sally che in Rimini stessa si parte da un mondo arcaico, in cui c’è uno stato di purezza. Poi le seconde strofe sono sulla storia come Colombo o in Coda di Lupo gli indiani metropolitani e poi c’è lo schiantasi nel quotidiano Teresa che rimane incinta … un po’ questi romanzi di serie B … brutti finali.

E poi ci sono queste tre canzoni tue e non di De André. Di cui uno è proprio un inedito, quello che dà il titolo al disco. Come è nato questo? Sembra quasi un quadro di Hopper con quella visione del bar e lo specchio inclinato …

E’ nato, potremmo dire citando Dylan da a series of dream, da una serie di sogni ricorrenti. Tutti quanti nel quartiere veneto di Milano vicino a San Marco che tu conosci bene e dove abitava tra l’altro anche Buzzati. Tutti i veneti abitavano lì. Io andavo a volte in questo vecchio bar dove ci si suonava a volte a fine concerto. Ci andavamo spesso le sere. C’erano i velluti rossi e questo specchio inclinato e lì c’è questa apparizione speculare, questa sorta di presenza che diventa il fantasma col quale dialogo e diventa alla fine, si parva licet, una sorta di dialogo Dante con Virgilio. Poi ci sono quelle immagini come il silenzio verticale che a me piacciono onestamente, la musica urgente. E come in quei discorsi oziosi che si fanno tra compagni di liceo a fine estate: “Chissà se era vivo John Lennon quante canzoni avrebbe scritto?” E allora a volte te lo chiedi anche per Fabrizio: quante canzoni lasciate a metà.

Invece “Invincibili” è più vecchia, ma sempre dedicata a Fabrizio e scritta con Cristiano.

Sì. Cristiano ha scritto la musica, io ho scritto il testo, in forma epistolare. E’ una lettera sulle notti di Genova e su un momento di incomprensione. E’ vero che adesso è il momento della beatificazione, però con Fabrizio si litigava spesso e volentieri. Però credo che anche Keith Richards e Mick Jagger abbiano litigato e lo facciano tuttora oggi.

Me lo auguro

Se leggi anche di Flajano con Fellini. Sono personalità molto forti che si scontrano. Io tra l’altro sono di formazione cattolica e lui era anarchico, io sono della media borghesia e lui era un alto borghese e avevamo a volte delle differenze di visuale. Ogni tanto mi dava del papista … E quindi era interessante questo rapporto. E la canzone era questa specie di lettera che poi in fin dei conti anche Cristiano condivideva, perché anche lui con suo padre ha avuto i suoi bravi scontri. Però lo facevano un po’ tutti. Anche Mauro Pagani. Era sempre un confronto molto potente, molto dialettico. A volte lo si faceva proprio per il gusto da sofisti di chi batteva l’altro dialetticamente. Come quando giocavamo a chi faceva più rime.

Ho appena letto il libro di Zanetti sui tour di De André, dove racconta le stesse cose. Queste sue ire, questi litigi frequenti che erano dettati però dall’ansia di prestazione, dalla mania di perfezione. E’ vero? Lui voleva che le cose andassero esattamente così e se non succedeva si incazzava come una bestia?

Sì, sì, sì, sì lui era così. Ma anche se faceva un risotto era uguale! Se lui faceva un risotto doveva fare il risotto più buono del mondo. Io ho imparato a cucinare un po’ da mia madre e un po’ da lui. Li era alta cucina, cucina francese. Aveva le pentole triangolari, a livelli altissimi. Lui era un perfezionista. Poi sai, io sono nato con la chitarra in mano, a dieci anni suonavo la chitarra elettrica, a 12 avevo già una band. La mia mamma mi ricorda sempre conl a chitarra in mano. Per noi la musica era una cosa naturale. Per Fabrizio la musica era un po’ uno stress. Era impegnativa. Era un confronto. Io ho sempre suonato più serenamente, per lui un concerto era sempre un esame. Faceva tantissime prove. Preparava tutto nel dettaglio. Aveva molto paura del giudizio. E poi conoscendo suo papà che era una persona molto esigente, molto severa, venendo da una famiglia in cui tutti erano primi della classe è chiaro che per lui era un imperativo categorico di dare il meglio di sé. Quante volte su un verso si diceva “andiamo avanti”, perché la mia cultura (mio padre asburgico) e quella di suo padre ci spingevano a continuare a cercare. Lasciando così la canzone magari avremmo avuto più successo, ma lavorandoci più sopra pensavamo che potesse durare di più nel tempo. Era un po’ un imperativo morale di dare il meglio di noi stessi. Per me è stato molto importante e sarebbe ancora importante per questo Paese per avere il meglio dagli altri, soprattutto. Lavorare sapendo che poi queste sono canzoni che i ragazzi ascolteranno, analizzeranno … infatti sono canzoni che durano da trent’anni! Come dei buoni scarponi di montagna fatti a mano!

Siete riusciti a fare qualcosa che è durato.

Sì, di artigianale, che è molto rilevante. Il lavoro sul linguaggio, sulle sonorità, sull’evitare le parole fonoassorbenti … ce ne sarebbero di cose da dire …

Fabrizio era un grande riferimento per la musica italiana in genere. Secondo te come è adesso la situazione? Si è un po’ frammentata, non c’è più un riferimento così forte?

Sì, sono d’accordo con te. C’è un fenomeno … Fabrizio se ha un’importanza storica è che ha dato dignità alla canzone popolare e pure una dignità letteraria. Prima c’era la canzonetta che si fischiettava per strada. L’altra sera ho visto il Sorpasso di Risi e c’era Guarda come dondolo. La musica era quelle canzonette lì. Fabrizio ha dato una svolta. Poi non era solo lui, c’era Paoli, Tenco e altri, ma Fabrizio ha dato un valore forte e questo ha fatto sì che la canzone acquistasse dignità. Come pure la scelta di fare album concept. Però adesso mi sta che stiamo tornando agli anni ’50, Stiamo tornando alla canzonetta. Soprattutto le radio e i network non amano le canzoni. Anche se sono canzoni, passami il termine perché sembra di parlare di una lavatrice, che a volte funzionano. Pensavo a Don Raffaé o a Il cielo d’Irlanda che le radio non volevano passare. Poi Fiorella si è impuntata, era potente e l’hanno passata ed è stata amata. Ma se le canzoni le radio non le passano come fanno i giovani a sentirle? Non tutti hanno in casa il padre o lo zio o chissà chi. Hanno solo informazioni da quelle fonti lì. Per cui poverini hanno solo un tipo di musica da sentire!

Al di là di Massimo Bubola ci sono in giro altri cantautori che ti piacciono da sentire?

Italiani?

Italiani. All’estero sarebbe più facile.

Beh ci sarebbe Mark Lanagan o Andrew Dorff. Ma in Italia c’è un ritorno a una scrittura massimalista, dove si affrontano i grandi temi e si lasciano perdere quel minimalismo a volte esistenzialista o intimista. C’è una scrittura più epica, un po’ più grossa sui temi “la vendetta”, “la morte”, “la malinconia”, il “ritorno delle passioni”. Temi che abbiamo sempre trattato. C’è in Italia ad esempio Massimiliano Larocca che è un cantautore aretino …

Molto bravo, lo conosco.

E’ un po’ come Johnny Cash, vocione, canzoni molto dritte. Anche Richard Thompson potrebbe ricordare. E poi uno che scrive molto bene e ha delle bellissime intuizioni è Andrea Parodi che ha fatto il disco “Soldati” che per molti versi è affascinante, con riletture di Dylan e conoscenza del mondo del rock. Ai tempi del romanticismo era molto più famoso Vincenzo Monti che Foscolo che pure era più avanzato. In piena letteratura rock, che si riafferma anche come genere letterario, basti pensare anche a McCormac, è bello che ci sia qualcuno che introietti, metabolizzi questa cultura e naturalmente la unisca all’italiano. In me ad esempio c’è molto Veneto. Questo gusto melodico per le storie come “Volta la carta” o “Andrea”. Io penso che chi metabolizzi queste culture faccia un lavoro che segue un grande flusso occidentale. Lo trovo interessante. In questo cocktail comunque bisogna mettere un po’ di grappa! Togliamo il gin e mettiamo la grappa: facciamo un gin tonic o un Negroni con la grappa. Bisogna mettere comunque un ingrediente della tua cultura.

Sul web
Sito ufficiale
Intervista effettuata il 10-01-2009
HOME