Massimo
Bubola è appena uscito con una rilettura dei brani che aveva
scritto con Fabrio De André. Ha intitolato il disco "Dall'altra
parte del vento" per rimarcare che è il suo tipo di
lettura di questi brani ormai consegnati alla storia della canzone
d'autore italiana e ha provato a dar loro una veste nuova. Per completarel'opera
ha aggiunto tre scritti suoi: "Colline nere" dell'epoca
de "L'indiano" e due canzoni dedicate a De André:
"Invincibili", scritta con Cristiano De André e
"Dall'altra parte del vento" che dà il titolo all'album
ed è l'unico brano inedito.
Allora Massimo, come è nata l’idea di Dall’altra
parte del vento, nuova rilettura dei brani scritti da te con Fabrizio
De André?
Premessa,
io ho una formazione diversa da quella di De André. Ho
avuto una formazione elettrica, più legata alla letteratura
del rock anche se poi mi sono piaciute tante altre cose: i francesi,
il surrealismo etc. Io sono nato suonando la chitarra elettrica,
l’acustica l’ho imparata più tardi, quindi
ho voluto, a dieci anni di distanza riportare le canzoni a come
le avevo concepite. Perché poi, giustamente, un vestito
di scena, va adattato al tenore, al suo background. Senza nessun
intento di tipo competitivo. Qualche sciocchino ha pensato che
magari io volessi … invece io penso che le canzoni originarie
vadano più che bene così. Però credo che
essendo cofirmatario di tutte queste canzoni di poterne dare una
diversa lettura, che possa aggiungere qualcosa, che possa dare
delle chiavi di lettura che anche glia arrangiamenti possono contribuire
a dare. Anche le tonalità cambiano il colore dei testi.
La stessa parola può essere malinconica, tragica, un po’
più carica a seconda di come è contestualizzata.
Quindi mi interessava dare la mia versione. E poi c’era
anche l’aspetto filologico ….
Ecco
su questo vorrei puntare. Mi interessa molto. Vuoi dire che questa
è la forma con cui le canzoni sono nate?
Per quanto
riguarda la mia parte del vento sì. Perché poi Fabrizio
era molto più francofono, aveva riferimenti letterari anche
diversi e quindi ho dovuto un po’ mediare. Per fare un esempio
concreto, la canzone su Pasolini (“Una storia sbagliata”
– NdR) che per me era veramente un fuorilegge della parola,
ma soprattutto come direbbe Dylan di Lenny Bruce “era più
fuorilegge di quanto noi potremmo mai essere”. Ed era la
nostra coscienza civile: uno dei fari puntati sull’etica
di questo Paese. Io lo vedevo come una specie di Jesse James,
come un Billy The Kid. Quindi era un brano country. Per me già
solo a tre anni dalla morte era già un mito. Hotel Supramonte
che io scrissi con un’ottica diversa da Fabrizio, che poi
mischiò la storia del suo rapimento in Sardegna, è
una mia canzone amorosa e dal mio punto di vista è quindi
diventata una sorta di barcarola, di quelle serenate che si facevano
da una barca a Venezia a una fidanzata affacciata a una finestra.
Quindi ha questa sorta di controriff che ha qualcosa che fa ricordare.
Volta la carta che è una giga in originale, l’ho
riportata a una lullaby, una ninna nanna, perché mia nonna
me la cantava come ninna nanna. L’ho fatta in tre quarti
e a mo’ di valzer. Sono riletture che sono aggiuntive. Io
non ho mai pensato di confrontarmi con Fabrizio a questi livelli,
perche lui comunque rimane una persona inimitabile. Non mi è
mai interessato imitarlo. Io sono io e lui è lui. Diciamo
che quando abbiamo fatto canzoni insieme lui ha cambiato lievemente
il suo modo di cantare. Adesso sto preparando questo pezzo che
canterò da Fazio con Edoardo Bennato e mi sembra che le
divisioni musicali siano divisioni che appartengono più
al mondo rock/blues che a quello cantautorale.
Senti,
ma com’era organizzato generalmente il processo produttivo?
Tu portavi uno scheletro di canzone, voce e chitarra e Fabrizio
ci lavorava sopra, le migliorava, le ultimava? Era così?
Sì.
Più o meno. Diciamo che c’erano delle fonti ispirative
e da quelle si partiva. Su Don Raffaè invece la microsceneggiatura
e il soggetto era suo. Don Raffaé che poi fu fatta a distanza
di dieci anni dalle nostre precedenti collaborazioni. Però
c’era questo telaio per cui tutto Rimini e anche parte de
L’indiano ha la struttura a tre che, se permetti, è
abbastanza buboliana. Scusami la poca umiltà se me la passi.
La struttura a tre che pochi l’hanno letta come scheletro
compositivo. Sia in Coda di Lupo che in Sally che in Rimini stessa
si parte da un mondo arcaico, in cui c’è uno stato
di purezza. Poi le seconde strofe sono sulla storia come Colombo
o in Coda di Lupo gli indiani metropolitani e poi c’è
lo schiantasi nel quotidiano Teresa che rimane incinta …
un po’ questi romanzi di serie B … brutti finali.
E
poi ci sono queste tre canzoni tue e non di De André. Di
cui uno è proprio un inedito, quello che dà il titolo
al disco. Come è nato questo? Sembra quasi un quadro di
Hopper con quella visione del bar e lo specchio inclinato …
E’
nato, potremmo dire citando Dylan da a series of dream, da una
serie di sogni ricorrenti. Tutti quanti nel quartiere veneto di
Milano vicino a San Marco che tu conosci bene e dove abitava tra
l’altro anche Buzzati. Tutti i veneti abitavano lì.
Io andavo a volte in questo vecchio bar dove ci si suonava a volte
a fine concerto. Ci andavamo spesso le sere. C’erano i velluti
rossi e questo specchio inclinato e lì c’è
questa apparizione speculare, questa sorta di presenza che diventa
il fantasma col quale dialogo e diventa alla fine, si parva licet,
una sorta di dialogo Dante con Virgilio. Poi ci sono quelle immagini
come il silenzio verticale che a me piacciono onestamente, la
musica urgente. E come in quei discorsi oziosi che si fanno tra
compagni di liceo a fine estate: “Chissà se era vivo
John Lennon quante canzoni avrebbe scritto?” E allora a
volte te lo chiedi anche per Fabrizio: quante canzoni lasciate
a metà.
Invece
“Invincibili” è più vecchia, ma sempre
dedicata a Fabrizio e scritta con Cristiano.
Sì.
Cristiano ha scritto la musica, io ho scritto il testo, in forma
epistolare. E’ una lettera sulle notti di Genova e su un
momento di incomprensione. E’ vero che adesso è il
momento della beatificazione, però con Fabrizio si litigava
spesso e volentieri. Però credo che anche Keith Richards
e Mick Jagger abbiano litigato e lo facciano tuttora oggi.
Me
lo auguro
Se leggi
anche di Flajano con Fellini. Sono personalità molto forti
che si scontrano. Io tra l’altro sono di formazione cattolica
e lui era anarchico, io sono della media borghesia e lui era un
alto borghese e avevamo a volte delle differenze di visuale. Ogni
tanto mi dava del papista … E quindi era interessante questo
rapporto. E la canzone era questa specie di lettera che poi in
fin dei conti anche Cristiano condivideva, perché anche
lui con suo padre ha avuto i suoi bravi scontri. Però lo
facevano un po’ tutti. Anche Mauro Pagani. Era sempre un
confronto molto potente, molto dialettico. A volte lo si faceva
proprio per il gusto da sofisti di chi batteva l’altro dialetticamente.
Come quando giocavamo a chi faceva più rime.
Ho
appena letto il libro di Zanetti sui tour di De André,
dove racconta le stesse cose. Queste sue ire, questi litigi frequenti
che erano dettati però dall’ansia di prestazione,
dalla mania di perfezione. E’ vero? Lui voleva che le cose
andassero esattamente così e se non succedeva si incazzava
come una bestia?
Sì,
sì, sì, sì lui era così. Ma anche
se faceva un risotto era uguale! Se lui faceva un risotto doveva
fare il risotto più buono del mondo. Io ho imparato a cucinare
un po’ da mia madre e un po’ da lui. Li era alta cucina,
cucina francese. Aveva le pentole triangolari, a livelli altissimi.
Lui era un perfezionista. Poi sai, io sono nato con la chitarra
in mano, a dieci anni suonavo la chitarra elettrica, a 12 avevo
già una band. La mia mamma mi ricorda sempre conl a chitarra
in mano. Per noi la musica era una cosa naturale. Per Fabrizio
la musica era un po’ uno stress. Era impegnativa. Era un
confronto. Io ho sempre suonato più serenamente, per lui
un concerto era sempre un esame. Faceva tantissime prove. Preparava
tutto nel dettaglio. Aveva molto paura del giudizio. E poi conoscendo
suo papà che era una persona molto esigente, molto severa,
venendo da una famiglia in cui tutti erano primi della classe
è chiaro che per lui era un imperativo categorico di dare
il meglio di sé. Quante volte su un verso si diceva “andiamo
avanti”, perché la mia cultura (mio padre asburgico)
e quella di suo padre ci spingevano a continuare a cercare. Lasciando
così la canzone magari avremmo avuto più successo,
ma lavorandoci più sopra pensavamo che potesse durare di
più nel tempo. Era un po’ un imperativo morale di
dare il meglio di noi stessi. Per me è stato molto importante
e sarebbe ancora importante per questo Paese per avere il meglio
dagli altri, soprattutto. Lavorare sapendo che poi queste sono
canzoni che i ragazzi ascolteranno, analizzeranno … infatti
sono canzoni che durano da trent’anni! Come dei buoni scarponi
di montagna fatti a mano!
Siete
riusciti a fare qualcosa che è durato.
Sì,
di artigianale, che è molto rilevante. Il lavoro sul linguaggio,
sulle sonorità, sull’evitare le parole fonoassorbenti
… ce ne sarebbero di cose da dire …
Fabrizio
era un grande riferimento per la musica italiana in genere. Secondo
te come è adesso la situazione? Si è un po’
frammentata, non c’è più un riferimento così
forte?
Sì,
sono d’accordo con te. C’è un fenomeno …
Fabrizio se ha un’importanza storica è che ha dato
dignità alla canzone popolare e pure una dignità
letteraria. Prima c’era la canzonetta che si fischiettava
per strada. L’altra sera ho visto il Sorpasso di Risi e
c’era Guarda come dondolo. La musica era quelle canzonette
lì. Fabrizio ha dato una svolta. Poi non era solo lui,
c’era Paoli, Tenco e altri, ma Fabrizio ha dato un valore
forte e questo ha fatto sì che la canzone acquistasse dignità.
Come pure la scelta di fare album concept. Però adesso
mi sta che stiamo tornando agli anni ’50, Stiamo tornando
alla canzonetta. Soprattutto le radio e i network non amano le
canzoni. Anche se sono canzoni, passami il termine perché
sembra di parlare di una lavatrice, che a volte funzionano. Pensavo
a Don Raffaé o a Il cielo d’Irlanda che le radio
non volevano passare. Poi Fiorella si è impuntata, era
potente e l’hanno passata ed è stata amata. Ma se
le canzoni le radio non le passano come fanno i giovani a sentirle?
Non tutti hanno in casa il padre o lo zio o chissà chi.
Hanno solo informazioni da quelle fonti lì. Per cui poverini
hanno solo un tipo di musica da sentire!
Al
di là di Massimo Bubola ci sono in giro altri cantautori
che ti piacciono da sentire?
Italiani?
Italiani.
All’estero sarebbe più facile.
Beh ci sarebbe
Mark Lanagan o Andrew Dorff. Ma in Italia c’è un
ritorno a una scrittura massimalista, dove si affrontano i grandi
temi e si lasciano perdere quel minimalismo a volte esistenzialista
o intimista. C’è una scrittura più epica,
un po’ più grossa sui temi “la vendetta”,
“la morte”, “la malinconia”, il “ritorno
delle passioni”. Temi che abbiamo sempre trattato. C’è
in Italia ad esempio Massimiliano Larocca che è un cantautore
aretino …
Molto
bravo, lo conosco.
E’
un po’ come Johnny Cash, vocione, canzoni molto dritte.
Anche Richard Thompson potrebbe ricordare. E poi uno che scrive
molto bene e ha delle bellissime intuizioni è Andrea Parodi
che ha fatto il disco “Soldati” che per molti versi
è affascinante, con riletture di Dylan e conoscenza del
mondo del rock. Ai tempi del romanticismo era molto più
famoso Vincenzo Monti che Foscolo che pure era più avanzato.
In piena letteratura rock, che si riafferma anche come genere
letterario, basti pensare anche a McCormac, è bello che
ci sia qualcuno che introietti, metabolizzi questa cultura e naturalmente
la unisca all’italiano. In me ad esempio c’è
molto Veneto. Questo gusto melodico per le storie come “Volta
la carta” o “Andrea”. Io penso che chi metabolizzi
queste culture faccia un lavoro che segue un grande flusso occidentale.
Lo trovo interessante. In questo cocktail comunque bisogna mettere
un po’ di grappa! Togliamo il gin e mettiamo la grappa:
facciamo un gin tonic o un Negroni con la grappa. Bisogna mettere
comunque un ingrediente della tua cultura.