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BiELLE Eventi

Woodstock, 4 decenni fa

40 anni di pace, amore e musica

Il popolo di Woodstock

di Giorgio Maimone
"Chi si ricorda perfettamente gli anni '70 non può averli vissuti". Questa massima viene attribuita a Robin Williams ed è indubbiamente è vera se a 40 anni di distanza e con tutte le celebrazioni che ci sono state e la documentazione di ogni tipo disponibile, nessuno è in grado di ricordare la scaletta precisa del festival di Woodstock. Gli artisti stessi si confondono, sia sull'ordine dei brani che hanno suonato, sia sull'ordine e la tempistica della loro performance. Jimi Hendrix ha suonato all'alba o alle otto del mattino? La Band è venuta prima o dopo i Ten Years After? E John Sebastian e Melanie quando mai sono andati in scena? Ma il fascino di Woodstock è proprio questo e, come dice Grace Slick "il bello del rock 'n roll è che non deve essere impeccabile". Come dicono peraltro Ernesto Assante e Gino Castaldo nel loro (bel) libro sul festival di Woodstock "L'underground, contraddicendo la sua stessa intrinseca definizione, aveva preso il potere. Le più folli e audaci sperimentazioni sonore erano ai vertici delle classifiche mondiali. Di sicuro per alcuni anni (e con una lunga scia durata per molto tempo) la migliore musica che si faceva al mondo era anche la più venduta". E la migliore musica si era data convegno a Woodstock.

"Woodstock" - Matthews Southern Comfort

Suite Judy Blue Eyes
Erano il 15, 16 e 17 agosto 1969. Un venerdì, sabato e domenica destinati a passare alla storia. Sia quella piccola della muisica, sia quella più grande del costume. Mezzo milione di giovani si radunarono per tre giorni in un posto che, pur portandone il nome, non era Woodstock, ma Bethel, nello stato di New York (e nelle vicinanze della vera Woodstock dove vivevano Bob Dylan e altri famosi musicisti): due chilometri e mezzo di terreno rurale messo a disposizione da Max Yasgur, un agricoltore della zona, e trasformati nella sede del più grande concerto del mondo: libero, gratuito (anche se inizialmente era previsto a pagamento), pacifico e sereno, per quanto funestato dal maltempo. Quei giovani, che saranno poi ricordati e celebrati come il popolo di Woodstock, e che saranno invidiati e imitati da milioni di altri giovani sparsi per l'orbe terracqueo che, a modo loro e ovunque possibile, cercarono di realizzare la loro Woodstock personale. A moltiplicare l'effetto del concerto un disco triplo (forse il primo della storia, ma non potrei giurarci) e un film, entrato nel mito. Il film è stato realizzato da Micheal Wadleigh ed è rimasto una pietra miliare: non un semplice documentario girato dall'esterno, ma una testimonianza palpitante e vibrante realizzato dall'interno. Il film che ha creato il mito.


"Suite Judy Blue Eyes" - Crosby, Stills & Nash
With a little help from my friends
La prima volta che ho visto il film, a 16 anni, è stato in un cinema che non esiste più in via Torino a Milano (il Vip, mi pare). La seconda volta al Rubino (sempre in via Torino) restai dentro sei ore per vedermi tutto due volte. Per conoscere le canzoni, per capire le immagini, per cogliere l'atmosfera. Sconvolgente "Judy Blue Eyes" degli ancora sconosciuti Crosby, Stills & Nash (nel film senza Young, che però a Woodstock c'era), coinvolgente "Freedom", improvvisata sul palco da Richie Havens, trascinante "Soul sacrifice" dei Santana, grintosa "With a little help from my friends" di Joe Cocker, energizzante "See me, feel me" degli Who e pastorale la Going up the country" the Canned heat. Solo dal disco scoprii Ravi Shankar, i Jefferson Airplane e la Paul Butterfield Blues Band, mentre dovettero passare anni prima di capire che al festival c'erano stati anche la Band, i Creedence Clearwater Revival, i Grateful Dead, la Incredible String Band, Johnny Winter, Tim Hardin, Janis Joplin, i Blood, sweat and tears. Il motivo? Una prestazione sul palco scadente, come si può finalmente vedere con i filmati persi presenti nell'edizione del quarantennale in dvd: quattro dischi con oltre 3 ore di contenuti speciali inediti, per un totale di 492 minuti. Ma carente nella parte documentaria, privo di libretto e in una confezione quantomeno modesta.

"With a little help from my friends" - Joe Cocker
Soul Sacrifice
Cionondimeno il dvd resta indispensabile per capire cosa fosse il festival, unito ai tre libri, usciti in contemporanea per celebrare degnamente i 40 anni: "Woodstock" dell'organizzatore principe del Festival Michael Lang (il più bello), "Taking Woodstock" di Elliot Tiber (che nel festival ebbe una parte marginale, ma fondamentale, per trovare il luogo dove farlo e che è "il più romanzo" dei tre. Non a caso da questo libro è stato tratto il film omonimo diretto da Ang Lee e di prossima uscita) e, sul versante italiano, "Il tempo di Woodstock" di Ernesto Ansante e Gino Castaldo, il più documentato dei tre e l'unico che tenta di inserire il festival nel contesto del periodo. Indispensabili tutti e tre? No. Ne basta uno. Ma di informazioni interessanti ce ne sono tante: in primo luogo la quasi totale improvvisazione dell'evento e la sua perfetta organizzazione (in gran parte per merito del pubblico), in secondo luogo i contatti con gli artisti, la mancata partecipazione di John Lennon a cui non è stato dato il visto per l'ingresso, le bizze degli Who (violenti e cialtroni) e di Jimi Hendrix (voleva il doppio del cachet degli altri e chiudere il festival), il "buco" degli Iron Butterfly, quelli di "In-a-gadda-da-vida" che chiedevano un elicottero per venire a suonare e gli fu risposto picche, il rifiuto di Jim Morrison e la scelta di rinunciare agli Stones perché troppo famosi.


"Soul sacrifice" - Santana


"See me, feel me" - The Who

"Star spangled banner" - Jimi Hendrix

Celebrazioni sì, celebrazioni no
Diciamolo, ci siamo un po' rotti delle celebrazioni. E' appena finito il '68 (come amarcord) che adesso arriva il '69. I quarant'anni di Sgt Pepper's sono appena agli archivi che già arrivano i 40 anni di Abbey road. E pure Woodstock ... hanno fatto i 25 anni (un buco nell'acqua), i 30 anni e adesso i 40. Però tutto questo è parte della nostra piccola storia. Il mezzo secolo abbondante di rock & roll e quello risicato della canzone d'autore. Un passato che è giàscritto, filmato e registrato, che adesso resta solo da riscoprire. Woodstock è stato certo un grande festival (non il primo, ma forse il più grande), ma soprattutto ha rappresentato la carftiona di tornasole di una generazione. Di sicuro in America e, in buona parte per luce riflessa, anche nel resto del mondo. Una generazione antimilitarista, di hippy, di pacifici sognatori, di gente comunque contro il sistema, di fricchettoni convinti, di "buoni viaggi" e di atterraggi morbidi. Un sistema che in quei tre giorni di metà agosto si è retto solo sulla convinzione di chi partecipava, di chi organizzava, di chi suonava e di chi solo assisteva, ma sostenuti da una colossale (e molto americana) buona fede in quello che stava succedendo. Forse proprio per questo il dissacrante inno americano eseguito da Jimi Hendrix a fine manifestazione, quando soltanto in 50 mila reduci erano rimasti ad ascoltarlo, rappresenta il vero suono del festival. Bombe, sirene e inno americano, protesta, ma fedeltà alla patria, manifestazioni di dissenso, ma con la speranza di arrivare oltre. Inquietudine e disorientamento. Woodstock è stato tutto questo e molto altro. Il punto più alto della controcultura ed anche l'inizio del suo declino. Il festival delle Hog Farms e dei Merry Pranksters di Ken Kesey, degli Yippies di Abbie Hoffman e delle droghe di ogni tipo, delle filosofie orientali e dell'integrazione (soprattutto sul palco) tra bianchi e neri. E poi un sacco di buona musica. Di cui forse non ci libereremo più.
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