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Sulutumana
La Danza |

Sulutumana
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Sulutumana
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Sulutumana
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L'albero dei bradipi |

Piccola Bottega Baltazar
Il disco dei miracoli |
Musicisti:
Andrea Aloisi: violino e cori
Francesco Andreotti: pianoforte, tastiere, rhodes, organo Hammond,
cori
Nadir Giori: contrabbasso, basso elettrico, chitarra classica,
chitarra semiacustica, programmazione
Gian Battista Galli: voce, fisarmonica
Angelo Galli: cori, voce
Marco Castiglioni: batteria
Samuel Elazar Cereghini: percussioni, steel drum
Raffaele Cogliati: chitarra elettrica, chitarra acustica
Ospiti: Silvio Pozzoli (cori)
Maité Reyes Barò: cori, voce
Testi: Gian Battista Galli
musiche: Francesco Andreotti, Nadir Giori, Gian Battista Galli
(1 e 3 anche Michele Bosisio)
Produzione artistica: Sulutumana e Dario Ravelli
Produzione esecutiva: Sulutumana e Claudio Ongaro
Progetto grafico:Stefano Farina
Il brano Farfalla sucullo è stato composto per l'omonimo
spettacolo teatrale scritto, diretto e interpretato da Giuseppe
Adduci, con musiche di Giuseppe Adduci e Sulutumana
I brani 3,9, 4,1 sono stati composti per lo spettacolo Pianoforte
vendesi, tratto da un racconto di Andrea Vitali
I brani Canzone di Iole e Viaggio sono liberamente ispirati al
romanzo di Andrea Vitali "Un amore di zitella"
I versi in spagnolo del brano "Canzone dell'amante che se
ne va" sono citazione di un testo del poeta spagnolo Simon
Diaz
Parte del testo del ritornello di "Viaggio" è
una citazione tratta dalla canzone "Quando quando quando"
di Tony Renis
Il brano "Ogni volta che tace" è liberamente
ispirato alla lettura del libro di Paolo Monelli "Le scarpe
al sole"
Il brano "Di pace e di pane" è ispirato alla
figura di Gabriele Moreno Locatelli, colpito a morte da un cecchino
a Sarajevo (1993) durante la missione umanitaria dell'associazione
Beati i costruttori di pace (Brescia).
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Tracklist
01 - Appeso per la luna
02 - Liberi tutti
03 - Canzone del calzolaio ubriaco
04 - Lègura
05 - Il temporale
06 - Un po' come
07 - Viaggio (Intro)
08 - Viaggio
09 - Canzone dell'amante che se ne va
10 - Di pace e di pane
11 - Farfalla sucullo
12 - Canzone di Iole
13 - Ogni voce che tace

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La cucina è grande, poco ammobiliata. Una stufa a legna su
cui bolle dell'acqua. Alla finestra tendine di mussola. Sopra un
centrino traforato una radio a valvole illumina di verde col suo
occhio magico l'aria circostante, mentre la musica si diffonde per
l'aria. E' musica fatta di pochi strumenti: un pianoforte, un violino,
un contrabbasso, una voce. Una musica che sembra venire da lontano,
portata dalle onde radio, ma che ricorda anche la musica da camera.
All'antica italiana. Musica adatta per giorni di pioggia. Se non
fate attenzione potrebbe farvi scivolare via sulle onde dei rigagnoli.
Diavoli di Sultumana! Ce
l'avevano quasi fatta a convincermi che loro i concept album non
li facevano, ma si "limitavano" a fare raccolte di canzoni.
Di splendide canzoni. E quest'album più di tutti si annunciava
frammentario. Basta leggere qui di fianco. Una canzone viene da
uno spettacolo teatrale, altre 4 da un altro spettacolo, due sono
ispirate a un libro di Vitali, un'altra a un libro di Paolo Monelli
... Insomma, questa volta sembrava che non avessero scritto niente
di loro. E invece, ma lo capirete solo dopo qualche ascolto, questo
album ha un'unità interna intensa. Abbandonate le caute sperimentazioni
di "Di segni e di sogni" e l'ansia di
viaggio di "Decanter" che profumava di
altre spezie, "Arimo" (ed il titolo in
questo caso è esplicito) mette un punto a capo e ritorna
dalle parti de "La danza", da dove tutto
è partito. E' un disco localistico e laghèe, pur senza
quasi mai ricorrere al dialetto (unica eccezione "Lègura"
che vuol dire "lepre"), è un disco meravigliosamente
fuori dal tempo che fa correre piacevoli brividi lungo la schiena,
come la nebbia, la pioggerella fine, l'umido del lago. I Sulutumana
sono andati avanti tornando indietro. Nel tempo, nell'ispirazione,
nel nome e nel clima.
E' un disco dominato dal suono del piano di Francesco Andreotti,
che con Nadir Giori è anche uno degli autori delle musiche,
e dove chitarre e fisarmoniche hanno fatto un passo indietro rispetto
agli ultimi album. Ne deriva un suono molto meno folk e meno rock,
più raffinato e rarefatto, ma perfettamente in grado di accompagnare
i racconti per musica scritti da Gian Battista Galli, che a loro
volta sono raffinati, rarefatti ed elittici. Evocativi in alto grado,
quindi destinati ad affascinare per contatto, per sfioramento, per
accenni. Non a convincere, affermare, pretendere. Ne emerge, elevata
all'ennesima potenza, quella tendenza da sempre presente nella musica
dei Sulutumana e da noi a suo tempo definita "musica gentile".
Canzoni fatte di suggestioni e di sprazzi poetici, forse minimaliste
come impostazione generale, nel senso che parlano di piccole cose
di tutti i giorni: quelle cose che poi sono la vita.
Si tratta di 12 brani (più un intro) per un totale di 47'39":
si parte con "Appeso per la luna",
il brano che per qualche mese è stato proposto per il download
nel sito dei Semi-suite, il nome provvisorio che
hanno assunto i Sulutumana poco più di un anno fa (il 28
gennaio 2007) dopo l'uscita di Michele Bosisio. Nonostante fosse
già noto e anche già eseguito spesso dal vivo, "Appeso
per la luna" è una perfetta introduzione
per il disco che seguirà. "Per la strada c'è
chi piscia, c'è chi va a passo di sbronza / C'è qualcuno
che si struscia, c'è chi coglie già l'essenza / C'è
un villaggio tromortito, pillole sui comodini / lampi blu di polizia
e semafori arancioni". Un esempio riuscito di come si
possano cercare rime senza forzare le strutture poetiche.
Il secondo brano "Liberi tutti",
che contiene la parola "arimo" che dà il titolo
all'album, è il manifesto del lavoro e di sicuro anche uno
dei punti più alti. Il quadro di riferimento è quello
proposto dalla foto di copertina. Ricordi di fanciullezza, di un
tempo remoto, trascorso, ma non passato: "C'erano le sere
che d'estate mamme e nonne se ne stavano sedute a chicchierare e
i bambini a ce l'hai e nascondino facevamo più casino del
baccano di cascata grosso dopo che ha piovuto". Come volevasi
dimostrare. Le capacità di scrittura dei testi da parte di
Giamba vanno facendosi sempre più sicure e pochi tocchi bastano
a dare una situazione intera, soprattutto per chi situazioni simili
se le ricorda benissimo. Piccoli paesi, la provincia, il mondo degli
adulti e quello dei bambini, i personaggi del paese, i piccoli episodi
di vita che si raccontano per sempre e che sono destinati a perpetuarsi
anche nella loro insignificanza che, a distanza di tempo, diventa
leggenda: "C'era che si andava giù a manetta e una
volta mio fratello è finito con la faccia sopra un sasso,
c'era il fiume appena sotto che era diventato rosso per il sangue
e alla fine non è morto". E c'è anche questo
magnifico modo di raccontare all'imperfetto, col lessico preciso
che si usa da bambini.
Parliamo delle punte: "Lègura"
è un bizzarro brano che pare scritto da Paul Simon per "Graceland"
e invece siamo nella brughiera lombarda. Un effetto spiazzamento
simile al canto maori di Davide Van De Sfroos per "Il
minatore di Frontale" o al mantra pellerossa
di Luigi Maieron con "Mori".
Come si ci fosse una frontiera comune tra le lingue minoritarie
italiane e le culture minoritarie di tutti i sud del mondo. Senza
farla lunga, è un divertissement perfettamente calibrato
e coinvolgente. Uno degli episodi più divertenti del disco:
come il proverbio citato nel finale (altra costante il ricorso ai
proverbi da parte dei Sulu): "La sa ciapa a tüt i
ur la lègura sensa cur" (si prende a tutte le ore
la lepre senza correre). In realtà il dialetto viene usato
solo nel coro del ritornello. La strofa è in lingua.
Imperdibili risultano anche la "Canzone dell'amante
che se ne va", col finale affidato alle note
in spagnolo tratte dalla poesia di Simon Diaz, un po' come avveniva
ne "L'Eclissi".
"Si aprono e si chiudono / cigolando sbattono le porte
del cuore / Io ti sento bussare solitudine". E' un brano
che ha un incedere classico. Musica senza tempo che arriva dalle
remote vie del cuore. Che ti scivola sulla pelle, portandoti un
sussulto di tristezza, una nota umida, una corda di violino che
vibra, ma che non si spezza. Applauso obbligatorio. E liberatorio.
Grande anima, grande respiro.
"Canzone di Iole" è un'altra
canzone di non piccolo momento, che rappresenta quasi il simmetrico
identico della "Canzone dell'amante che se ne va".
"Da uno scampolo di cielo si è tuffato il sole /
il vento gonfia le vele / le montagne intorno si colorano di miele
/deve essere così l'amore". Il pianoforte che detta
la linea e gli altri strumenti che entrano solo nella seconda strofa.
Romantico forse, decadente no. Antico certamente. Eterno probabilmente.
Come l'amore. "Dimmi che lo incontrerò / cerca di
raggiungerlo / o magari inventalo / angelo dei sogni".
Ma è difficile non citare e non raccontare anche "Di
pace e di pane", la canzone dedicata a un amico
morto durante una missione umanitaria nel 1993, del tutto scevra
di retorica o la magnifica "Ogni voce che tace",
ispirata dal libro di Paolo Monelli con le sue onomatopee accennate.
Tra gli altri brani "La canzone del calzolaio ubriaco"
è la vecchia "Il funerale",
mai finita su disco, con il testo rifatto. "Viaggio"
merita un bonus speciale per il modo in cui viene resa la citazione
di "Quando quando quando" di
Tony Renis: una piccola esitazione prima di pronunciare "l'anno,
il giorno, l'ora in cui ... forse ... tu mi bacerai".
Resta un po' un oggetto estraneo all'album "Farfalla
sucullo" che è un bellissimo brano tratto
dallo spettacolo omonimo di Giuseppe Adducci, e per quello scritta
dai Sulu, che però parla della Shoa e della persecuzione
degli zingari. Bello, ma andava probabilmente messa a fine disco,
come bonus track, perché si esce dal clima concettuale coerente
creato dagli altri pezzi.
Come chiudere? Cresce lentamente e si prende posto sempre più
negli angoli della memoria, della passione e della nostalgia. E'
un disco che matura e piano piano si apre a nuovi sapori, come tutti
i lavori del gruppo di Canzo e dintorni. Ma è opera coerente
e matura. Un salto di qualità che rappresenta anche un ritorno
a casa, sulle sponde del lago, in quella cucina con l'acqua sul
fuoco, dove la vecchia radio a valvole irradia melodie per l'aria.
Che non si spegneranno presto.
Sulutumana
"Arimo"
Venus/ Alternative Produzioni - 2008
In qualche negozio di dischi, ai concerti o sul
sito
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