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Le BiELLE RECENSIONI
Max Manfredi: "Luna Persa"
Imboccando a tratti strade inesplorate
di Marco Marenco


Ascolti collegati


Max Manfredi
Live in Blu

Max Manfredi
L'intagliatore
di Santi

Max Manfredi
Le parole
del gatto

Max Manfredi
Max

Musicisti:

Max: voce , silent guitar (3),
chitarra classica (7, 12)

Marco Spiccio: pianoforte (3, 7, 9, 11)

Matteo Nahum: glockenspiel (3, 7, 10), chitarre classiche (5, 6, 9, 12), bouzuki irlandese (8), melodica (8), dobro (11),
slide guitar (11)

Fabrizio Ugas: chitarre classiche (5, 6, 8, 10), chitarra semiacustica (7, 9), voce (7, 10), chitarre acustiche (11), dobro (12)

Federico Bagnasco: contrabbassi (2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12), floor tom (2), tamburello (2), tam tam (2), campioni di gocce (2), diapason (2), rumori vari (2), cimbali (7), sonagliera (7), piatti (7, 10),
voci (10, 12)

Roberto Piga: violini (2, 5, 9, 12)

Corrado “Dado” Sezzi: tam-tam (3), piatti (3, 8, 12), bidoni (3, 8), cajon (8), congas (8), darbuka (12), timbales (12), djembe (12), flloor tom (12), jamblocks (12),
triangolo (12), cabasa (12)

Marino Lagomarsino: violini (2, 3, 6, 9, 12)

Marco Diatto: viole (2, 3, 6, 9, 12)

Alberto Pisani: violoncelli (2, 3, 6, 9, 12)

Gianmarco Gaviglio: cromorni

Vladimiro Cainero: corni (2, 12)

Marian Serban: zimbalom (2, 8, 10)

Emanuele Le Pera: spring drum (3), tubi (3), ranocchie giocattolo (3), ududrum (5), ocean drum (6), piatti (6), zarb (8), acvigliere indiane (8), batteria di barattoli (10),
def (12), danmoi (12)

Eugenia Amisano: voci (6)

Gruppo Flamenco Almudena
(Bruna Learchi, Chiara Parisi,
Romina Parisi): taconeo (6), palmas (6), nacchere (6), voci (6)

Carlo Aonzo: mandolino (5, 6)

Edmondo Romano: piffero (6), clarinetto (6, 8), flauti dolci (8), sax soprano (12), mizmar (12), zurne turche (12)

Silvia Manfredi: clarinetto (5)

Filippo Gambetta: organetti (5, 8, 12)

Marcello Bagnasco: fisarmonica (7)

Maurizio Dehò: violino (8, 10)
Fanfara (8)

Edmondo Romano, sassofoni e clarinetti,

Emanuele Le Pera, davul e piatti

Daviano Rotella
: batteria (9, 11)

Paolo Maffi
: sax contralto (9)

Matteo Rabolini: rullante (10),
tamburone (10)

Fabio “Kid” Bommarito
: armonica (11)

Elias Nardi
: oud (12)

Banda Musicale S. O. C. Nostra Signora della Guardia
Genova – Pontedecimo (12)


Registrato e missato negli studi Maccaja di Genova da maggio a luglio 2008, tranne i sei contrabbassi di “Terralba tango” e i campionamenti de “L’ora del dilettante” registrati da Alessandro Paolini al Goblin Music Studio di Genova
Missaggio: Marco Canepa
Tecnico del suono ed editing:
Alessandro Caforio
Masterizzazione: Mastering-online, Berlino
“La fiera della Maddalena” è tratta dal cd “Max” (BMG Ariola/ Cantare in italiano), 1994, e cantata da Fabrizio De André e Max Manfredi. Registrata a Mulino Recording (Acquapendente) da Francesco Luzzi. Arrangiamento di Michele Ascolese, produzione artistica di Ezio Zaccagnini
Filippo Gambetta appare per gentile concessione di Felmay
Corrado “Dado” Sezzi usa percussioni Meinl e piatti e metalli Ufip, Matteo Nahum e Fabrizio Ugas suonano chitarre di Davide Castellaro, Max suona una chitarra di Antonino Airenti
Progetto grafico: Guido Castagnoli
Fotografie: Guido Castagnoli
Foto della Staffa di Pierpaolo Rinaldi, tratta dal recital ‘Batrax’ alla Galleria d’Arte Moderna di Genova Nervi.

Tracklist

01 Au clair de la lune
02 L’ora del dilettante
03 Il regno delle fate
04 Terralba tango
05 Retsina
06 Libeccio
07 Quasi
08 Zimbalom
09 Aprile
10 Il morale delle truppe
11 Il treno per Kukuwok
12 Luna persa
13 [bonus track] La fiera della Maddalena (con Fabrizio De André)

Superfluo è confessare che l’emozione di avere finalmente tra le mani il nuovo lavoro del maestro Max Manfredi è tanta; emozione che si può ben comprendere anche considerando che il precedente lavoro in studio di Max risale al lontano 2001 e che già da quasi un anno a questa parte, sul suo sito trapelano notizie e anteprime riguardanti l’incisione dei nuovi pezzi. E’ quindi con la suddetta emozione e con una timorosa riverenza che mi appresto a inserire il cd fresco, fresco di stampa nell’apposito lettore.

Il primo ascolto è spiazzante. Spiazzante per tanti motivi, primo fra tutti perché è un disco che non si riesce a inquadrare. Conosciamo il Max Manfredi ermetico de “Le parole del gatto”, quello di “Max”, elettrico ma che inizia a contaminarsi con ritmi e strumenti provenienti da altre culture, per arrivare a “L’intagliatore di santi”, pienamente immerso in quel clima mediterraneo nel quale Genova spesso accoglie i suoi artisti. Ci si aspetta quindi che il nuovo lavoro di Max sia la continuazione di questo percorso, o si collochi almeno in uno dei tre contesti esplorati nei precedenti album: invece no. Nulla di tutto questo. Luna persa è un disco incredibilmente eterogeneo, che spiazza l’ascoltatore a ogni traccia. Un disco che, a volerlo forzatamente inquadrare, si percepisce in equilibrio instabile tra gli echi elettrico-apocalittici di “Max” e lo spirito acustico-mediterraneo del successivo disco. Equilibrio instabile, si diceva, perché muta a ogni ascolto, spostandosi alternativamente da una posizione all’altra, per imboccare talvolta strade non ancora battute ed esplorate. E questa è una prerogativa dei grandi album.

Il disco inizia con un brano tradizionale francese “Au clair de la lune” che, cantato da una voce femminile, dolcemente accompagna l’ascoltatore all’inizio del secondo brano “L’ora del dilettante”. E già qui si assiste alla prima brusca virata, al primo “cambiamento di equilibrio”. Dopo una breve introduzione, il brano prende all’improvviso vita, violento e solenne grazie agli archi, al corno, ai cromorni (uno dei più antichi strumenti ad ancia): bella l’orchestrazione di Federico Bagnasco (storico contrabbassista della Staffa, qui anche produttore del disco insieme a Max e Fabrizio Ugas) che viene affiancata dall’elettronica a metà della traccia, per conferire ancora di più quel carattere apocalittico a questo brano che può ricordare nella sua liricità pezzi come “I segni della fine” dell’album “Max”. Il collegamento all traccia successiva, delicato, quasi a richiamare “Au clair de la lune”, è affidato ad uno zimbalom, uno strumento a corde percosse che interviene più volte nel disco e al quale Max dedicherà addirittura una canzone.

Il pezzo successivo è già un brano di culto per i manfrediani doc: “Il regno delle fate” infatti già da tempo caratterizza le scalette dal vivo di Max (è stato anche eseguito nel famoso concerto al teatro Blu di Milano, ma non incluso in “Live in Blu”) ed è il brano che la premiata ditta Max-Spiccio-Bagnasco ci ha regalato allo scorso Premio Tenco in una versione bellissima quanto minimale. Versione riproposta sul disco solo all’inizio e alla fine del pezzo: è nella parte centrale che infatti avviene un’altra virata, un altro cambiamento che riporta per un attimo all’atmosfera apocalittica del brano precedente. Alla chitarra di Max, al pianoforte di Marco Spiccio, al contrabbasso di Federico Bagnasco, al glockenspiel di Matteo Nahum, si aggiungono archi e percussioni in un crescendo di intensità e dissonanze che esplodono sulla frase centrale “Emergeranno tutti i topi dai tombini fra la gente che si fa le ultime pere, occuperanno tutti quanti i posti chiave delle leve del potere” per poi piano, piano dissolversi in un finale di nuovo delicatissimo e leggero.

Con “Terralba tango” si cambia totalmente direzione: come recita il titolo si tratta di un tango, folle e geniale, tanto nel testo quanto nell’arrangiamento di Federico Bagnasco, totalmente affidato al contrabbasso che viene pizzicato, strofinato, percosso al fine di creare linee melodiche, armoniche, base ritmica e tutto ciò che serve per accompagnare la voce di Max.

Si cambia poi improvvisamente contesto con le due tracce successive che ci prelevano dall’oceano Atlantico per ricondurci nel Mar Mediterraneo con i suoi odori, i suoi sapori, le sue luci, la sua gente. Temi cari a Max che ci proiettano in atmosfere de “L’intagliatore di santi”. Ed è proprio su queste immagini che prende vita “Retsina”, brano dolcissimo e tipicamente mediterraneo, a partire dal titolo (la Retsina è un vino greco), impreziosito dal mandolino di Carlo Aonzo, che già aveva ricamato con i suoi plettri “L’intagliatore di santi”, e dall’organetto di Filippo Gambetta.

Segue la bellissima “Libeccio” dove esplode la musicalità delle parole di Max che davvero “intaglia” le strofe inserendo espressioni in genovese che rincorrono altre in italiano in un brano serrato che si apre e si chiude con due strofe in lingua spagnola cantate da Eugenia Amisano (una delle voci dell’Accademia Viscontea della quale anche Max fa parte). Questa danza di lingue differenti, dedicata a quel vento ben noto alle genti che popolano le coste del mediterraneo, è un flamenco, scandito da battiti e percussioni del Gruppo Flamenco Almudena e dalle chitarre di Fabrizio Ugas e Matteo Nahum, contaminato però da piffero, clarinetto, mandolino ed archi che echeggiano armonie balcaniche.

Sulla scia del tamburo del mare (o dell’oceano, come scritto sul libretto) parte “Quasi”, brano minimale, diametralmente opposto al sonoro e fragoroso “Libeccio”: dolcissimo il cantato, con il glockenspiel che inventa atmosfere da carillon.

Quasi a riprendere il finale del secondo pezzo lasciato in sospeso, riparte l’”arpeggio” dello Zimbalom che questa volta accompagna un violino: è l’inizio dell’ottava traccia che porta proprio il nome di questo strumento a corda dell’europa centro-orientale. All’improvviso un “cambiamento di equilibrio”: archi, bouzouki e organetto interrompono con violenza il suono di Zimbalom e violino imponendosi prepotenti con i loro “tempi dispari che battono le strade”. Ritmi e melodie balcaniche quindi anche in questo pezzo, arricchito da percussioni indiane e persiane, clarinetti, violini che dipingono immagini di popolazioni lontane, e flauti dolci che vestono la canzone di atmosfere popolari. Infine una fragorosa fanfara ripete il tema trascinando via con se l’intero pezzo.

Altro improvviso cambiamento. Inizia “Aprile”, delicatissimo sulle note del pianoforte di Spiccio e dell’orchestra d’archi: si scorgono delle piccole spruzzate di jazz qua e là fino ad arrivare alla conclusione del pezzo con l’esplosione del sax contralto di Paolo Maffi: forse l’unico momento dichiaratamente jazz dell’album.

Ma non c’è tempo di sostare in questi “territori” e subito ritmi marziali di rullanti e tamburoni scandiscono “Il morale delle truppe” per giungere in fretta a fine pezzo e scoprire la morale della truppa.

Ci si sposta ancora per il pezzo successivo: si va a Pavia, si prende “Il treno per Kukuwok” e ci si ritrova dritti dritti in America. Non in quella del sud di “Terralba tango” ma da qualche parte là nel nord, in una riserva indiana dove ci sono “nonni sciamani e orsi di stoppa, praterie con aziende vinicole doc, dove urla il coyote e l’Alzheimer galoppa”. E allora ai clarinetti, agli zimbalom, agli organetti, ai bouzouki si sostituiscono le slide guitars, le chitarre dobro e le armoniche a bocca che avvolgono il brano in un'atmosfera da vecchio west.

Ora ci si ferma. Per la prima volta nell’album Max ci lascia raccogliere i pensieri, ci concede di riflettere, anche se per un brevissimo istante, su quello che è successo finora, su quello che abbiamo ascoltato: alcune frequenze radio disturbate ci preparano a “Luna persa”, l’ultima traccia.
E qui sta la genialità del maestro Max Manfredi: appena percepiamo che l’album “Luna persa” che stiamo finendo di ascoltare è un disco sfaccettato, mutevole, fatto di brani eterogenei, di improvvise virate, di contrasti ricercati,… prende il via il brano “Luna persa” che racchiude in se l’intero lavoro: e quale modo migliore di rendere ciò se non “intagliare” una folle suite di oltre dodici minuti, un’unica canzone che racchiuda al suo interno tante canzoni differenti? Un’orchestra di corni dà il via alla suite, solenne e lirica, si prosegue con atmosfere cupe, apocalittiche; ora le chitarre improvvisamente cambiano accompagnamento e il tutto si trasforma in un flamenco che ora si interrompe per un potente strumentale di oboi turchi e percussioni. Riprende il cantato accompagnato da un organetto e da fiati, tutto è molto minimale; si cambia di nuovo, l’atmosfera si addolcisce, si inserisce l’orchestra, ma dura poco perché passa una banda cittadina che intona una lode di chiesa, e si inizia tutto da capo: di nuovo i corni, atmosfere apocalittiche con oud e percussioni turche, flamenco e via dicendo in un vortice “clandestino” che disorienta poco per volta fino a che non ci si perde del tutto, e non si perde tutto. Bellissima: probabilmente è il capolavoro del disco!

Un ultimo appunto: nel cd c'è anche una traccia bonus che è “La fiera della Maddalena”, riproposta versione dell'album “Max”, brano ormai leggendario e abbastanza conosciuto. Non può che far piacere che un pezzo così venga ridato alle stampe, come farebbe piacere, a maggior ragione, che l’intero Disco “Max”, (vergognosamente) fuori catalogo ormai da anni, venisse ristampato.

In ogni caso, “Luna persa” non ha di sicuro bisogno della riedizione del famoso duetto con De Andrè per essere considerato un album di valore, uno di quelli che lasciano il segno, magistralmente composto, arrangiato ed eseguito. Un album assolutamente necessario per la musica italiana.

Max Manfredi
Luna persa
Ala Bianca Group 2008
Nei negozi di dischi

Sul web
Sito ufficiale
My Space
Luna Persa su My Space
Ultimo aggiornamento: 25-09-2008
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