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di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
Le BiELLE RECENSIONI
Max Manfredi: "Luna Persa"
Un disco a ostacoli di un geniale artigiano
di Giorgio Maimone


Ascolti collegati


Max Manfredi
Live in Blu

Max Manfredi
L'intagliatore
di Santi

Max Manfredi
Le parole
del gatto

Max Manfredi
Max

Le luci della centrale elettrica
Canzoni da spiaggia deturpata

Antonio Lombardi
L'uomo che ascolta le formiche

Musicisti:

Max: voce , silent guitar (3),
chitarra classica (7, 12)
Marco Spiccio: pianoforte (3, 7, 9, 11)
Matteo Nahum: glockenspiel (3, 7, 10), chitarre classiche (5, 6, 9, 12), bouzuki irlandese (8), melodica (8), dobro (11),
slide guitar (11)
Fabrizio Ugas: chitarre classiche (5, 6, 8, 10), chitarra semiacustica (7, 9), voce (7, 10), chitarre acustiche (11), dobro (12)
Federico Bagnasco: contrabbassi (2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12), floor tom (2), tamburello (2), tam tam (2), campioni di gocce (2), diapason (2), rumori vari (2), cimbali (7), sonagliera (7), piatti (7, 10),
voci (10, 12)
Roberto Piga: violini (2, 5, 9, 12)
Corrado “Dado” Sezzi: tam-tam (3), piatti (3, 8, 12), bidoni (3, 8), cajon (8), congas (8), darbuka (12), timbales (12), djembe (12), flloor tom (12), jamblocks (12),
triangolo (12), cabasa (12)
Marino Lagomarsino: violini (2, 3, 6, 9, 12)
Marco Diatto: viole (2, 3, 6, 9, 12)
Alberto Pisani: violoncelli (2, 3, 6, 9, 12)
Gianmarco Gaviglio: cromorni
Vladimiro Cainero: corni (2, 12)
Marian Serban: zimbalom (2, 8, 10)
Emanuele Le Pera: spring drum (3), tubi (3), ranocchie giocattolo (3), ududrum (5), ocean drum (6), piatti (6), zarb (8), acvigliere indiane (8), batteria di barattoli (10),
def (12), danmoi (12)
Eugenia Amisano: voci (6)
Gruppo Flamenco Almudena
(Bruna Learchi, Chiara Parisi,
Romina Parisi): taconeo (6), palmas (6), nacchere (6), voci (6)
Carlo Aonzo: mandolino (5, 6)
Edmondo Romano: piffero (6), clarinetto (6, 8), flauti dolci (8), sax soprano (12), mizmar (12), zurne turche (12)
Silvia Manfredi: clarinetto (5)
Filippo Gambetta: organetti (5, 8, 12)
Marcello Bagnasco: fisarmonica (7)
Maurizio Dehò: violino (8, 10)
Fanfara (8)
Edmondo Romano, sassofoni e clarinetti,
Emanuele Le Pera, davul e piatti
Daviano Rotella: batteria (9, 11)
Paolo Maffi: sax contralto (9)
Matteo Rabolini: rullante (10),
tamburone (10)
Fabio “Kid” Bommarito: armonica (11)
Elias Nardi: oud (12)
Banda Musicale S. O. C. Nostra Signora della Guardia Genova – Pontedecimo (12)

Registrato e missato negli studi Maccaja di Genova da maggio a luglio 2008, tranne i sei contrabbassi di “Terralba tango” e i campionamenti de “L’ora del dilettante” registrati da Alessandro Paolini al Goblin Music Studio di Genova
Missaggio: Marco Canepa
Tecnico del suono ed editing:
Alessandro Caforio
Masterizzazione: Mastering-online, Berlino
“La fiera della Maddalena” è tratta dal cd “Max” (BMG Ariola/ Cantare in italiano), 1994, e cantata da Fabrizio De André e Max Manfredi. Registrata a Mulino Recording (Acquapendente) da Francesco Luzzi. Arrangiamento di Michele Ascolese, produzione artistica di Ezio Zaccagnini
Filippo Gambetta appare per gentile concessione di Felmay
Progetto grafico: Guido Castagnoli
Fotografie: Guido Castagnoli
Foto della Staffa di Pierpaolo Rinaldi, tratta dal recital ‘Batrax’ alla Galleria d’Arte Moderna di Genova Nervi.

Tracklist

01 Au clair de la lune
02 L’ora del dilettante
03 Il regno delle fate
04 Terralba tango
05 Retsina
06 Libeccio
07 Quasi
08 Zimbalom
09 Aprile
10 Il morale delle truppe
11 Il treno per Kukuwok
12 Luna persa
13 [bonus track] La fiera della Maddalena (con Fabrizio De André)

E così questo è il nuovo disco di Max Manfredi. A chi piaceva (e lo conosceva) piacerà ancora di più. A chi non piaceva (o non lo conosceva), continuerà a non piacere (e a non conoscerlo). Perché Luna persa è tutto il Max che già conosciamo, e qualcosa di più, ma giammai qualcosa di diverso. Sono 12 canzoni più una bonus track (una vera chicca, ma ne parleremo dopo) e sembrano le alzate di una scala. A una canzone verticale corrisponde una orizzontale: a un brano melodico e ammaliante, segue un brano più ispido e difficile. Se da un lato si può appoggiare il piede con tranquillità, dall’altro bisogna alzarlo e l’ostacolo può anche apparire arduo. Apparire, non essere. Strano, perché Max è più dell’essere che dell’apparire. Ne consegue un disco a due facce, che coprono alcune delle prospettive dell’autore. Potrebbero anche essere una facciata A di brani morbidi e suadenti e una facciata B di pezzi meno placati. Ma le perle sono da rintracciare, sparse, su entrambi i lati.

Se vogliamo, rispetto a Live in blu e a L’intagliatore dei santi questo Luna persa segna un passo indietro rispetto al tentativo di apertura a un pubblico più vasto, ma consolidano la sensazione di appartenere a un club esclusivo (e di altissima qualità) per chi di Max è un fan o un amico. Lui stesso dice: “ho voluto fare un album per i miei amici” e gli amici apprezzano e ringraziano, ma, al di fuori di questa purtroppo ristretta cerchia il discorso si fa in salita. E non è solo per il brano "Luna persa", 13 minuti di un kolossal in musica di difficilissima digestione (uno dei tre brani del disco che non mi piacciono, ma l’unico che salto a pié pari): un solipsismo compiaciuto dove parole e musiche non stanno insieme (e infatti arrivano da due momenti sucessivi). Anche Zimbalom e Torralba Tango (gli altri due s-favoriti) costituiscono ostacoli consistenti a un ascolto piano.

Come tutti gli ostacoli li si può saltare o aggirare o abbattere, ma un percorso a ostacoli non è certo il modo migliore per allargare la cerchia degli ascolti. Per soprammercato l’inizio, dopo una piacevole introduzione di 19” spetta a "L’ora del dilettante", brano recitato: un brano che, secondo lo stesso Max, «sta tra il rap e la musica sinfonica» e che rappresenta quasi un racconto di fantascienza su un futuro prossimo e venturo, dallo schema tetro e profetico: “Siamo soli nell’universo / sempre meglio che in tanti”. L’ora del dilettante è in realtà un grande pezzo di recitar cantando, potente quasi come una “Domenica delle salme” deandreiana, apocalittico, oscuro. Cinque minuti di delirio ritmico e semantico “Domani è un avverbio di vento” “Io avevo ragione, tu avevi ragione, avevamo tutti ragione. Qualcuno invece aveva torto. Adesso è lui il padrone”. “I barbecue della notte brillavano di sinergia. Perché la gente non era contante delle casa dove viveva, qualche architetto magari lo era, ma forse fingeva”. “Si sa che la storia la vanno i vinti, però la scrivono i vincitori”. Meravigliosamente nefasta. Colpo di genio. Ma canzone ispida, sempre che sia una canzone. Cinque stellette che salgono a sei per gli amici e gli appassionati.

Subito dopo però parte la perla: quella “Il regno delle fate” che chi pratica l’universo manfrediano già conosce perché eseguita spesso dal vivo: “E quanta polvere negli occhi e tutt’intorno, non sai più ove guardare / le targhe alterne, le bandiere della pace nel monossido che sale / emergeranno tutti i topi da i tombini tra la gente che si fa le ultime pere / occuperanno tutti quanti i posti chiave delle leve del potere / allora sì che rideremo quando tutto sarà immenso come un grane carnevale / e rideremo e bruceremo quei fantocci che vederli ci fa male”. Ma la musica è una delicata trama intessuta dal glockespiel, chitarra e pianoforte, fino al crescendo del pre-finale, prima di spegnersi esattamente come era iniziata: voce e glockenspiel: “Ed entreremo in qualche cinema da pruxe ove ruscano gli amori / ed usciremo da quel cinema e sapremo che eravamo noi gli attori”. Saputo che “pruxe” sono le pulci e “ruscare” significa pomiciare, scatta l’applauso e l’ovazione.

Usando una metafora non consunta, Luna persa è un album che fa un po’ l’effetto di una giacca destrutturata: vista sull’attaccapanni sembra poco più di uno straccetto, ma dopo averla indossata e portata per un po’ ci si accorge di quanto ci si stia bene dentro e di quanto ti stia bene addosso. Ascolto per ascolto Luna persa, intesa come album, guadagna punti e Restina, Libeccio, Quasi, Aprile e Il treno per Kukuwok sono altrettante tappe di un percorso felice. Per chiudere il quale, come bonus track ricompare quella Fiera della Maddalena (ecco la chicca!) registrata nel 1994 con Fabrizio De André. Vale la pena di ricordarlo? Quando entra la voce di Fabrizio partono i brividi. Un classico moderno che già compariva nell’album Max, da tempo introvabile, e che finora costituiva merce di scambio privilegiata sul web per i fan di Fabrizio. Fino al paradosso che su e-mule è rintracciabile una versione della canzone attribuita a De André e Guccini. Non è Guccini, è Max e forse l’illusione l’ha data la “r” non impeccabile del cantautore genovese.

Max è unico e con improbabili tentativi di imitazione: meglio della settimana enigmistica. Prendete nota di questo vocabolario: sinergia, decalcomania, filigrana, erogatore, tossine, bauxite, acetilene, dinamite, embargo, ballatoio, fucilieri, decolleté, stridule, vivandiera, Alzheimer, coprifuoco, odalisca, trogolo, lichene, stormire, roveto, ametista (tre volte!), assicuratori, autoblindo, bisca, salino, lungofiume. E ci fermiamo. Ma tutto il lessico di Luna persa gronda piacere supremo per la scelta del termine, per l'accostamento, per l'aggettivo non banale, per l'immagine inconsueta. Perfino "Zimbalon" ha tocchi di genialità, sparsi qua e là tra puntate più puramente a effetto ("E' fame di parole che hanno mangiato il loro traduttore". "E' pane e tempi dispari che vengono dal mare / assieme ai clandestini, ai topi, alle paure"). In assoluto si porebbe anche parlare di un disco di denuncia, di critica sociale, se non fosse che un disco militante non si addice al dandysmo di fondo di Max. Però è di sicuro un disco che di domande se ne fa tante e da che parte stare sembra sceglierlo. Contro il declino, contro il delirio, contro la deturpazione, contro la mancanza di memoria.

Musicalmente il quadro è vario: andiamo dal flamenco al fado, dalle ballate romantiche a quelle country, dal rap sinfonico di "L'ora del dilettante" alla marcia miliare di "Il morale delle truppe" (altro topos manfrediano: la grande guerra), dal delirio etnico-cannibalico della title track all'omaggio a Odoardo Spadaro di "Aprile" ("E' primavera / addormentatevi bambine"). Il tutto servito dalla pletora di musicisti che vedete elencati qui di fianco. Ma i suoni sono belli e un insieme pur così eterogeneo assume una dignita di lunga suonata corale, un tutto armonico sorretto dall'essere opera di un solo artista (e di un bel gruppo di spalla quale è la Staffa: ossia Spiccio, Nahum. Bagnasco e Ugas).

Tredici brani, uno è un'introduzione di 19", un altro un kolossal di 13 minuti, un terzo è la riscoperta di un bellissimo e introvabile duetto con Fabrizio De André. Restano 10 brani: cinque sono da cinque stelle, due da quattro, uno da tre e due da due. Un percorso a ostacoli. Basta questo per scrivere che si tratta di uno dei dischi più importanti dell'anno. Basta eccome. Max Manfredi è una marea: ascoltate l'andata e il ritorno dell'onda, l'acciottolante rotolar di sassi sulla riva, la prima impressione di freddo e le successive ondate di piacere. Almeno fino all'alba, quando la marea si ritirerà.

Avviso ai naviganti: capolavoro è una parola molto impegnativa. Anche nell'ambito di un solo artista. Se ogni nuovo disco è un capolavoro, cosa si deve dire dei precedenti? "L'intagliatore dei santi" era dunque una ciofeca? "Live in blu" non valeva il costo dell'acquisto? Non è di sicuro così. L'opera di Max Manfredi nel suo complesso merita sempre di essere ascoltata, perché è un autore che ha sempre qualcosa da dire e per dirlo sceglie cifre non banali. E riconoscergli questo credo sia già sufficiente.

Max Manfredi
Luna persa
Ala Bianca Group - 2008
Nei negozi di dischi

Sul web
Sito ufficiale
My Space
Luna Persa su My Space
Ultimo aggiornamento: 29-09-2008
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