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Tracklist
01. Era che cosi’
02. Prendimi in un mazzo di fiorellini
03. La zingara
04. Stupito
05. Un attimo prima di dormire
06. Culo sulla lavatrice
07. Pasolini
08. Guardami
09. Epilogo (purificazione)
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Il
secondo disco per un artista è a volte più difficile
di quello d’esordio perché è inevitabilmente
il disco delle attese riconferme, da cui ci si aspetta che perlomeno
riesca a bissare il livello qualitativo del precedente.
Forse per
questo, perché in fondo ero rimasto così favorevolmente
impressionato dal primo disco di Ettore Giuradei, molto rock e
molto vigoroso, dal curioso titolo “Panciastorie”,
da regalarne anche una copia ad un mio caro amico per Natale che,
ponevo grande fiducia in questa nuova esperienza di Ettore.
Ecco però
che Ettore Giuradei per il suo secondo disco cambia le carte in
tavola, del gruppo del primo disco resta solo il fratello Marco
al pianoforte e alla direzione degli arrangiamenti, ma ciò
che è più sorprendente, cambia totalmente registro
musicale, abbandonando il rock elettrico, per affidarsi ad una
sorta di jazz di stampo teatrale, totalmente acustico e con una
formazione d’impianto molto classico che vede appunto il
fratello Marco al pianoforte, Giuseppe Mondini alla batteria,
Danilo Di Prizio alla chitarra acustica, Domenico D’Amato
al contrabbasso e Vincenzo Albini al violino.
Ma com’è
il risultato di tutte queste novità? Beh, ho dovuto lasciar
decantare il disco a lungo prima di poterne apprezzare al meglio
il rivoluzionamento, un po’ come si fa con i vini acerbi
che presentano asprezze e ruvidità che solo il tempo sa
levigare.
Diciamo che
in questo nuovo disco ci sono pezzi che si lasciano apprezzare
da subito come “La zingara”
introdotta da un vigoroso pianoforte e subito dopo da un romantico
violino, una splendida alchimia tra un turgido tango e una malinconica
melodia d’amore, con un testo davvero interessante che passa
da “Poi bacio tutto / mastico un seno / lei che si gira/
torna contenta / e mentre salgo / sussurro piano / che questo
è amore / e m’addormento con la sua mano” a
“E appendo al muro/ il suo mistero/ me la saluto / col cuore
nano / poi chiudo gl’occhi e m’addormento / ma gia
mi sveglio / con la mia mano” lasciando intuire il ripiegarsi
dell’amore su di sé, dopo l’abbandono dell’amata.
Anche “Stupito”
ha un testo che sa rendere bene l’incomunicabilità
che caratterizza molti momenti d’amore, con una musica molto
cadenzata e teatrale, dall’andamento sincopato sempre in
fragile equilibrio tra improvvise accelerazioni e brusche frenate,
un po’ come spesso sono i burrascosi dialoghi tra due che
si amano, in cui ognuno fa fatica a capire l’amato, perché
in fondo come canta Ettore “è difficile capire l’incertezza
delle cose / la verità che passa in ogni calice”.
Altro brano
limpido è “Pasolini”
il cui testo è tratto da “Vittoria”,
poesia di Pier Paolo Pasolini tratta dalla raccolta “Poesia
in forma di Rosa” ed ora inserita in “Bestemmia”
e si apre con le note tristi, quasi piangenti, del pianoforte
e si chiude con i seguenti versi “con la testa spaccata
la nostra testa / tesoro umile della famiglia / grossa testa di
secondo genito / mio fratello riprende il sanguinoso sonno / solo
tra le foglie secche e i caldi fieni / d’un bosco delle
prealpi / nel dolore e la pace d’un interminabile domenica
/ eppure questo è un giorno di vittoria”, versi di
un’attualità incredibile, perché il dolore
della morte non avrà mai fine così come la speranza
in una morte non vana ma tributata ad un grande ideale di vittoria.
Qui vi è davvero racchiusa la grandiosità di un
poeta senza tempo.
Altrettanto
bella è “Guardami” che
ha una magnifica musica, giostrata tra il solo pianoforte prima
e poi anche da batteria e contrabbasso un testo che parla ancora
di un amore difficile, di un amore che non è consumato,
il tutto è incredibilmente poetico “guardami guardami,
/ il tempo è lungo la pazienza è un limite / non
preoccuparti / le mie lacrime prima d’allora moriranno /
certo di te poco è rimasto / un’ombra stanca che
non rimpiango / ormai non mi servi, / perché non ti dai
/ ad un sogno sporco / a qualcosa in più / ad una mano
calda”, poi tre battute di contrabbasso aprono una bella
coda strumentale portata a braccio infine da uno splendido violino.
A convincer
meno invece sono i restanti brani, a partire dalla title-track
“Era che così”, testo
criptico e praticamente quasi ripetuto ossessivamente, introdotta
da suoni e rumori di una nostra campagna registrati al suo risveglio,
all’albeggiare, fino all’arrivo di una musica ossessiva
come i versi e che sembra voler collegare questo nuovo lavoro
al precedente, ma è solo un’illusione.
Il successivo
pezzo “Prendimi in un mazzo di fiorellini”,
infatti, ci strappa definitivamente dalle sonorità che
caratterizzavano”Panciastorie”. Non c’è
più alcun legame con il rock, qui la musicalità
è decisamente acustica, seppure a tratti di rock ne esca
ancora qualche eco, chissà forse sono i postumi di una
sbronza rock, forse di una sbronza non solo rock, perché
il testo mi è ancora piuttosto oscuro dopo tanti ascolti
“Da quel piccolo buco / uscirà un mostro nero / un
guerriero armato sgozzerà il prete buono / che dice la
verità / Spensierato se ne va / non ci sono le ciliegie
/ solo quelle che sembrano ciliegie / beh che schifo! / e un fiume
asciutto / faccio come Trucutra / e ci volo sopra / e ci volo
sopra”.
Alla serie
di brani criptici o per lo meno sospesi in precario equilibrio
tra genio e follia, sogno e realtà, appartengono anche
i brani “Un attimo prima di morire”
e “Culo sulla lavatrice”,
che sembrano in fondo due facce di una stessa medaglia: sogno
il primo, risveglio dopo una notte da incubo il secondo.
Entrambi
sono splendidamente musicati in chiave jazzata: impulsiva e vagamente
balcanica è la musica suonata quasi senza prender fiato
del primo brano, lenta e swingata anche se solo in apparenza quella
del secondo, perché poi all’improvviso si abbandona
a ritmi quasi forsennati per poi ripiegare ancora su sonorità
blues più lente all’apparire della chitarra suonata
dallo stesso Ettore.
A livello
di testi, la prima potrebbe forse contenere, il condizionale è
d’obbligo, la chiave di lettura dell’intero lavoro
“Voglio sapere, / perché son qua / se provo a dire,
la verità cosa non và, / avrà anche un senso
quello che penso” ma questi versi della seconda “Poi
la tua cagnolina / Che dorme sul divano / Non pensa neanche un
po’ / Lo so che c’hai il sentimento / ma anch’io
che sono un uomo l’affetto non ce l’ho” sembrano
confondere nuovamente le carte.
Chiude il
tutto, all’insegna della follia o della genialità,
il nodo a questo punto non è ancora sciolto del tutto,
il brano “Epilogo (purificazione)”,
introdotto dal suono dei vibes, con il suo brevissimo e ripetitivo
testo “E torniamo a vestirci da diavoli sotto natale Ci
sarà Tempo per purificare”, fino a quando la cavata
dell’archetto del contrabbasso ci riporta un’ennesima
volta a sonorità rock che ricordano indubbiamente il primo
lavoro.
Forse a questo
punto l’avrete capito anche voi che il nuovo disco di Ettore
Giuradei non è di facile comprensione, forse l’unico
modo per apprezzarlo in pieno è abbandonarsi alla sua esuberante
creatività senza cercare di capirlo in ogni sua frase ed
in ogni sua scelta, perché come dice lui stesso: “i
sospettosi non li sopporto….”.
Ettore
Giuradei
Era che così
Mizar
Records/Novunque 2008
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