
Ascolti collegati

Luigi Maieron
Si Vif |

Luigi Maieron
Une primavere |

Massimo Bubola
Segreti trasparenti |

Massimo Bubola
Quel lungo treno |

Lino Straulino
La bella che dormiva |

Giorgio Cordini
Chitarre d'autore |
Musicisti:
Voce: Luciana Vaona
Violino, viola: Michele Gazich
Contrabbasso: Fabrizio Carletto
Flauto: Elena Ambrogio
Pianoforte: Beppe Donadio
Testi
e musiche di Michele Gazich
Produzione artistica: Michele Gazich |
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Tracklist
Parte prima
01. L'idiota è tornato in città
02. Guerra civile
03. Tra il diavolo e il mare
04. La venere di carta
05. Canzone dal fondo del mare
Parte seconda
06. Come Giona
07. Poeta in gabbia
08. Il colore degli Angeli
09. La nave dei folli
10. Canzone dell'amore lungamente atteso
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Siete
a favore dell'emozione e contro i centri commerciali? Siete convinti
che Dostoevskij non sia il nome di una vodka? E allora forse questo
disco fa per voi. Non voglio dire che sia un disco facile e immediatamente
digeribile. Non ha chiarre, non ha batteria. E' lontano dal rock,
ma non è vicino nemmeno al folk. E' cantautorale e collettivo
(credo sia il primo caso di cantautore che non canta!), è
suadente, ma non accomodante. Forse per chi ha seguito la vicenda
artistica di Michele Gazich meno sorprendente. Per gli altri di
più: ma saranno i primi ad amarlo di un amore più
intenso.
Michele
Gazich è musicista (violino, viola), arrangiatore e produttore
(Maieron, Bubola), accompagnatore di grandi figure del rock Usa
(Marc Olson, Michelle Shocked, Eric Anderson, Mary Gauthier). Adesso
al suo multiforme talento si aggiungono due voci: autore e titolare
di un disco a suo nome. Ci ha lavorato tanto: due anni, nei ritagli
di tempo, ed ha fatto tutto da solo: ha scritto i testi (prima),
le musiche (dopo), creato un gruppo, arrangiato e prodotto il disco.
Ora sta cercando di farlo conoscere in giro.
Michele Gazich è stato l'alter ego di Massimo Bubola per
parecchi anni: dal 2002 al 2007, passando da dischi come Segreti
trasparenti, Il cavaliere elettrico IV, Quel lungo treno
e Neve sugli aranci. Nel 2002 aveva dato corpo
ai sogni di Luigi Maieron, producendo assieme a Bubola il suo epocale
Si vif, uno dei più begli album del decennio
e lo scorso anno, chiusa la parentesi con Bubola (diretto verso
una sponda più rock), aveva di nuovo raggiunto Gigi Maieron
per realizzare Une primavere, altro grande album
sotto il cielo. Così, zitto zitto, parlando poco Michele
aveva messo lo zampino in tre dei dischi migliori del decennio (Si
vif, Une primavere e Segreti trasparenti),
ma in cuor suo covava il momento in cui non dovesse più fare
da spalla a qualcun altro, ma presentare il frutto del suo proprio
lavoro. E il tempo è arrivato con La nave dei folli.
Forse il primo segnale che si tratta di un disco di un violinista
che ha a lungo lavorato coi cantautori è la scelta di abolire
la chitarra, stanco di sentirsela suonare al fianco (e a volte sopra),
ma la mancanza nell'album non si sente. C'è il pizzicato
del violino, l'arpeggio, c'è il piano, c'è l'uso attento
della voce che però non è di Michele. "Credo
che le cose vadano lasciate fare a chi le sa fare meglio. Io so
suonare, so scrivere testi e musiche, perché avrei dovuto
anche cantarli?" E così l'onore-onere del canto
è lasciato a Luciana Vaona, già al fianco di Bubola
e di Gazich, con ottimi esiti, in Segreti trasparenti
(vi ricordate La domenica e la fontana?
Era lei). Al pianoforte un cantautore come Beppe Donadio che "proprio
perché canta le sue canzoni riesce a suonare il piano stando
attento a sentire le parole", dice Gazich. E al basso un cuneese
doc come Fabrizio Carletto, compagno di Gazich in un'altra avventura
collaterale: i Ciansunier, con un repertorio di canzoni da osteria
di folk acustico alternativo.
Fatta la formazione c'è da fare il disco. Che è stato
registrato tra settembre e ottobre 2008 a Brescia, mixato tra ottobre
e novembre e venuto pronto appena in tempo per finire tra gli imperdibili
del 2008. Eh sì, perché non sarà un disco per
tutti, ma La nave dei folli è un disco d'autore,
di un autore che è partito per un viaggio, di cui questa
è solo la prima tappa. Curato ed esaustivo il libretto, con
i testi in italiano, le versioni in inglese di Marc Olson, l'indicazione
di quando e dove sono stati composti i brani (si va da Bethel -
New York City, fino a Hemsedal in Norvegia, da Joshua Tree fino
a Brescia, da Abilene a Nizza e da San Francisco a Ghent, in Belgio).
Una scritture itinerante per un progetto unitario. Che ricorda sicuramente
quanto Michele ha già fatto, ma anche le atmosfere del Branduardi
degli esordi e di certo folk inglese degli anni d'oro (Fairport
Convention, Pentangle dove, non a caso, le voci erano femminili).
"Proprio scrivendone la maggior parte negli Stati Uniti
ho scritto l'album più europeo che potessi fare!"
dice e a ragione Michele.
Il disco è diviso in due parti, come fosse un vecchio vinile:
Parte prima e parte seconda. "Nella seconda ho messo tutti
i brani più lunghi e difficili. Pensando che chi ce l'aveva
fatta ad arrivare fin lì poteva anche volerli ascoltare"
scherza ancora Michele, anche se, in effetti, la prima parte dura
13'27" e la seconda 22'46" per un tempo totale che sembra
riecheggiare anche qui quello dei vecchi vinili.
Brano per brano: ottima l'apertura, mossa, con L'idiota
è tornato in città, neanche due minuti
di festa ironica: "L'idiota vola con le farfalle / parla
e ha solo sabbia in bocca / L'idiota vede il buio nel sole / Dostoevskij
è un cocktail di vodke". Guerra civile
è ben più densa: "Dio sopravvive nei dettagli/
nelle crepe dei centri commerciali / Dio sopravvive nei dettagli
/ il coltello con la lama che non taglia". La musica asseconda
il testo. Tra il diavolo e il mare è
la sua Volta la carta, filastrocca popolaresca
che parte dai differenti modi di dire nei proverbi popolare delle
varie parti del mondo. Divertente. La Venere di carta
è un altro brano di spessore: "non se n'è
andato l'amore, solo non trova le sue stanze". Storia
di separazione. Canzone dal fondo del mare
chiude la prima parte. E' una delle canzoni più antiche (risale
al 2006): "Le tue ossa sono coralli di brace / Quel che
il fuoco ti dà il mare ti toglie/ sa di sale anche questa
tua pace / i tuoi rami non buttano foglie / la tua bocca che urlava
ora tace". Trama tenue. Acquerello.
La seconda parte si apree con Come Giona,
un canone tra Mozart e psichedelia, scandito dal piano di Donadio
con ritmo ipnotico. Brano molto interessante, poco italiano. Impossibile
restarne immuni. Lo si può al limite rifiutare, ma scava
dentro come l'acqua del mare. Manca a questo punto il brano di rilassamento
e si parte con i 6'03" di Poeta in gabbia,
dedicata ad Ezra Pound e ai molti fraintedimenti che la sua opera
ha subito, a causa delle sue discutibili prese di posizione politiche
(aderì entusiasticamente al fascismo). Gazich cerca di restituirci
Pound come un mistico dell'amore e la canzone riesce nella sua esatica
estenuazione, trascendendo l'immediato per tornare alle fontip poetiche:
"Il poeta, l'alchimista è in gabbia / sotto il sole
il suo corpo brucia / ma l'amore non muore nel sole / sussurra e
piange con grilli e fili d'erba / La bocca del Poeta è aperta
/ Quello che sai amare non ti sarà strappato".
Lo spunto è storico. Dopo la guerra Pound fu catturato e
chiuso in una gabbia tenuta sotto il sole di giorno e alla luce
dei riflettori di notte per tre settimane consecutive. La musica
sottolinea la drammaticità della situazione e il violino
di Gazich sale a macinarti il cuore. Una canzone che commuove.
La pausa di relax arriva ora con Il colore degli Angeli,
dove il flauto traverso di Elena Ambrogio, ex moglie di Gazich dona
leggerezza ulteriore agli angeli. Un soffio d'aria pura dopo due
canzoni intense ma pregne. Il colore degli Angeli
dipinge una carola natalizia: "Il fiore è nel fiore
e la mosca è nel cielo / il libro del mondo è il nostro
vangelo / C'è un angelo triste in ogni mattino / c'è
un angelo argento che versa del vino / Ubriachi di vita cantiamo
alla notte / un canto che apre e che brucia le porte".
Deliziosa. Ma si torna rapidamente a pensare con la title track
La nave dei folli che propone tutt'altro
clima sonoro e anche testuale: "Siamo tutti in una barca
/e se affonda nessuno ci trova / Non vi dico perdono, perdono /
perdono, perdono ad oltranza / Nessuno di noi è un santo
/ ma se potete aprite il pugno / la resa è vita, è
futuro". Il viaggio di chi antepone un'emozione a un centro
commerciale. Il viaggio di chi deve viaggiare. Navi di folli di
tutti i tempi.
Chiude, come una breve parentesi, Canzone dell'amore
lungamente atteso che, nell'intenzione, ricorda e
omaggia Fabrizio De André. La nave dei folli approda, ma
le facciamo riprendere subito il largo e tracciare una nuova rotta.
Si vede il mattino dalla tolda della nave e l'orizzonte, forse,
non è più così cupo. Tanto ci sarà sempre
un altro porto in cui arrivare, per riportare l'idiota in città.
Intanto ci godiamo il disco.
Michele
Gazich
"La nave dei folli"
Fb - 2008
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