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Le BiELLE RECENSIONI
Francesco De Gregori: "Per brevità chiamato artista"
Le due facce del De Gregori 2008. Autobiografico
di Giorgio Maimone


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Musicisti:
Francesco De Gregori (voce, chitarra acustica ed elettrica, armonica a bocca, pianoforte)
Paolo Giovenchi (dobro, chitarra elettrica, acustica e classica)
Guido Guglielminetti (basso elettrico, contrabbasso, contrabbasso elettrico)
Lucio Bardi (chitarra elettrica e acustica, banjo, scacciapensieri, chitarra a 12 corde
)
Stefano Parenti (batteria e percussioni)
Alessandro Arianti (pianoforte, clarino, Hammond, fisarmonica, melodica)
Alessandro Valle (pedal steel guitar, mandolino, autoarpa)
Elena Cirino (violin, corio)
Antonella De Grossi e Cistiana Polegri (cori)
Chiara Quaglia (voce solista in Volavola, cori)

Archi arrangiati da Guido Guglielminetti e diretti da Maurizio Sparagna

Tutti i brani sono scritti
da Francesco De Gregori, tranne L'angelo di Lyon (Tom Russel, Steve Young, Luigi Grechi)
Prodotto da Francesco De Gregori e Guido Guglielminetti
Foto copertina e copertina del librett: Alessandro Arianti. Foto interne: marco Anelli, Progettografico: Spazio360°

 

Tracklist

01. Per brevità chiamato artista
02. Finestre rotte
03. Celebrazione
04. Volavola
05. Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
06. L'angelo di Lyon
07. Carne umana per colazione
08. L'imperfetto
09. L'infinito


Facciamo così. Partiamo dalla coda. Partiamo da quella "L'infinito" che conclude il disco e che, forse, potrebbe esserne la chiave di lettura. Con De Gregori è difficile essere sicuri di qualunque cosa. Soprattutto di quello che canta. "Doppio come l'innocenza / se fosse Abele sarebbe Caino" d'altra parte lo dice lui, non io nella title track e anche questa è una chiave di lettura. Ma ripartiamo dall'inizio. O meglio dalla fine. "L'infinito" è in un certo senso la "Viola d'inverno" di De Gregori. Vi ricordate lo splendido brano di Vecchioni? Vecchioni aveva 59 anni quando l'ha scritta. De Gregori ne ha 57.

Entrambi le canzoni parlano della morte. Con accenti simili e commisurati alle personalità opposte dei due cantautori. Vecchioni più esplicito, come sempre: "Arriverà che fumo / o che do l'acqua ai fiori, / o che ti ho appena detto: / "scendo, porto il cane fuori", / che avrò una mezza fetta / di torta in bocca, / o la saliva di un bacio / appena dato, / arriverà, lo farà così in fretta / che non sarò neanche emozionato". De Gregori trincerandosi dietro la metafora: "Stava nevicando / e ho visto un grande albergo con le luci spente / e ho avuto un po’ paura / ma nemmeno tanto / La strada andava avanti / ed io slittavo dolcemente". La sostanza è la stessa, l'accompagnamento di archi scelto per commentarla pure. Ora lo sappiamo: per la crema del nostro cantautorato la morte suona la viola. Cautelatevi se ne sentite una!

Scherzi a parte, "L'infinito" è molto bella, come pure "Viola d'inverno", canzoni da ascoltare con "la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni", per citare anche De André ("La domenica delle salme"), ma seguendola fino in fondo. La morte di De Gregori non è violenta: è un leggero slittamento:"alle spalle il giorno si stava consumando / ed ho provato un po' di tristezza, / ma nemmeno tanto"

Non è solo "L'infinito", ma "L'infinito" è un brano su cui vale la pena di soffermarsi più a lungo. Per la bellezza, per lo spessore, per quel leggero brivido di simpatia, nel senso etimologico di sofferenza in comune, che ti avvicina a lui. E ti sorprendi a pensare quello che in fondo è normale pensare, che tra vita e morte è solo questione di uno slittamento. A volte dolce, a volte meno. L'altra faccia della medaglia ("Doppio come una medaglia se fosse d’oro sarebbe cartone / Il cieco con la voce buona e il muto che ci vede bene / Invitami stasera a cena e arriveremo insieme") è proprio "Per brevità chiamato artista", il brano del doppio e del dubbio, quello che mischia antidoto e veleno, Abele e Caino, alibi e assassino, lontano e vicino, "Principe da palcoscenico e vittima di aprile" (De Gregori è detto il Principe ed è nato ad aprile. oltre al fatto che c'è una dottoressa chiamata Aprile in "Gambadilegno a Parigi").

"Per brevità chiamato artista" non è una bella canzone. Sembra una cover un po' arruffata di tanti altri brani: di "L'amore comunque", per esempio, contenuta in "Calypsos" di soli due anni fa, tanto per citare l'ultima. La somiglianza è davvero notevole. E ancora più notevole sembra la somiglianza con una canzone di Leonard Cohen: "The window". Ma è forse una canzone significativa per De Gregori (e non sempre le più significative sono le migliori: valga per tutte l'esempio di "Amico Fragile", l'unica canzone autobiografica di De André, non la migliore), quella che gli farà dire nelle interviste: «Se dovessi azzardare una definizione direi che è una specie di autobiografia fantasticata. C’è dentro qualcosa di narrativo, pezzi di vita, ma anche visioni o pre-visioni».

«Oggi - ha aggiunto ancora l’artista, come per brevità lo chiameremo - mi sembra giusto ricollocare al centro del mio lavoro e delle canzoni in generale la parola “arte” nel senso romantico del termine; arte come qualcosa che vuole consapevolmente lasciare un segno intellettuale e poetico non semplicemente avere a che fare con una distribuzione e con un mercato». Tenteremo un doppio carpiato con avvitamento ad avvicinare qualcosa di "Per brevità chiamato artista" con "Canzone per l'estate", scritta da De Gregori con e per De André; canzone che, a mio modo di vedere è sempre stata riferita alla posizione del cantautore genovese in quel preciso momento della sua vita (peraltro vi stupisce considerare ancora che De Gregori è stato costretto dalla sua casa discografica di allora, la Rca o la It, che della Rca era una costola, a partecipare al Disco per l'estate con "Alice", che quindi fu la sua canzone per l'estate!). Massì, anche questa è una riflessione sul lavoro e il ruolo del cantautore "Che calcola i cani che macina i cuori / E dà la buonanotte ai fiori" (o ai fiorellini).

Un punto di repere nella vita? Non lo so, non vorrei neanche dare troppa importanza a un dischettino che dura 38 minuti scarsi e che abbina a questi due "macigni" altri "cinque pezzi facili", una cover e un compitino astiosetto anti '68 o meglio anti-celebrazioni, dal titolo invero banale di "Celebrazione". Non vorrei dire, ma serve forse a qualcosa rammentare che non è un'apostasia: De Gregori e il '68 non si sono mai filati nemmeno in diretta, allora, 40 anni fa. Serve rammentare la recensione di Giaime Pintor su Muzak che chiosava De Gregori come cantantino liceale? O Il processo sul palcoscenico del Palalido a Milano nel 1977? De Gregori non è mai stato Ivan Della Mea o Paolo Pietrangeli, ma nemmeno Ricky Gianco o Gianfranco Manfredi e nemmeno Eugenio Finardi. Politicamente di sinistra, ma moderato, ha sempre mischiato poco la sua strada artistica con quella del movimento, esattamente come il suo mito Dylan ha sempre preso le distanze dal mouvement americano. Non è quindi "De Gregori l'apostata", ma semplicemente "De Gregori il distante" che ribadisce le sue distanze. Resta che "Celebrazione" è un motivetto folk rock, simpatico, orecchiabile, ma motivetto. E che il testo resta povero, al di sotto degli standard abituali del Principe.

Si diceva dei 5 pezzi facili: "Finestre rotte", "Volavola", "Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra", "Carne umana per colazione", "L'imperfetto" e la stessa "Celebrazione" sono brani molto gradevoli, con tutte le caratteristiche a posto, dove la musica scorre via con la stessa soavità di una saponetta al burro di karitè, con estrema piacevolezza, ma senza lasciare tracce profonde, con le dovute differenze. "Volavola" è un magnifico canto popolare chesi apre in canzone d'amore, di quelle più classiche dove "se il fiume risalisse alla foresta / se ritornasse l'acqua alla montagna /se rivenisse l'ora della festa / sarebbe ancora grano la farina / se ritornasse l'acqua alla montagna / se si tenesse il mare in una cesta".

Qualche bel graffio qua è là ci sta, però: "Stammi a sentire bene quando devo parlare / lavati le orecchi e togliti l'auricolare" ("Finestre rotte"). "Ehi, probabilmente non si deve fare / peròlo stanno facendo già / correttamente e politicamente / e poi magari diventerà Qualcosa che divertirà la gente / un nuovo tipo di televisione / una vacanza intelligente / o un campionato di liposuzione /ehi, c'è una nuova specialità / carne umana per colazione" ("Carne umana per colazione"). O ancora tutto il gioco condotto all'imperfetto (come tempo) nella canzone "L'imperfetto", prima di chiudere con "Mentre guardava / un telefono che suonava / e non parlava / però sapeva tutto quello che gli bastava / quello che credeva / quello che non vedeva / così preciso ed imperfetto ...." Geniale, ma gioco. Gioco, ma geniale.

Insomma, siamo alla fine. E alla fine c'è "L'infinito", ma se è in-finito non può finire. E allora il disco torna sul lettore, per il millesimo passaggio e il gradimento c'è e il piacere c'è. Ce ne potrebbe essere di più. Altre volte ce n'è stato di più. Ma è De Gregori. Ci vuole un'enciclopedia o un libro per commentarlo! Compito improbo. E lui di sicuro non ti aiuta. Resta il gusto morbido al burro di karité e questa musica acustica che semina fiori nelle orecchie. Per un amore contrastato sempre, ma interrotto mai. Invitiamolo a cena. In fondo "Basta che mi chiami", dice.


Francesco De Gregori
"Per brevità chiamato artista"
Columbia/ Sony - 2008
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Ultimo aggiornamento: 26-05-2008
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