 |
Tracklist
01. La Rivoluzione
02. Il Popolo È Un Bambino 1
03. Il Mondo Dei Bruchi
04. Cadaveri Vivi
05. Il Popolo È Un Bambino 2
06. Poveri Partigiani
07. Noi Siamo Gli Asini
08. Fino A Che Sono Stato Chiamato
09. La Casa Del Ladro
10. Il Popolo È Un Bambino 3
11. La Morte Del Disertore
12. L’Amore Stupisce
13. Parole Sante
14. Il Popolo È Un Bambino 4
|
|
“Parole
sante” è l’album che illumina la nuova canzone
d’autore. La illumina perché non è l’ennesimo
disco che, seppure ben fatto, rappresenta ancora una volta la chiusura
intimistica del suo autore. Che magari scrive bene, che magari canta
bene, però parla dei fatti suoi. E se parla di quello che
succede nel mondo lo fa in maniera molto allusiva, molto vaga, in
modo che intende solo chi vuole (e può) intendere. Lo capisco,
lo capisco. Capisco che parlare del mondo di oggi è un’impresa,
perché sembra non esserci una corrente a cui appigliarsi,
e quindi anche i cantautori (uomini come gli altri) conservano una
propria moralità, ma non proprio sistematica e dunque difficilmente
comunicabile.
Ascanio Celestini no.
Ascanio Celestini è un artista che - è lampante
- ha prima di tutto un’esigenza imperiosa di comunicazione,
poi pensa a come esprimerla. Dunque può venirne fuori uno
spettacolo di narrazione, dunque può venirne fuori un libro.
Dunque, possono venirne fuori delle canzoni. Il commento finale
non è mai, comunque, come troppo spesso accade ultimamente
(per tutte le forme d’arte): “bello, ma non ne sentivamo
il bisogno”.
“Parole
sante” è un disco ideologico. Nel senso
che non è banalmente “impegnato”, ma ha un’etica
ordinata e distinguibile, che parla di oppressi e oppressori,
dominati e dominanti, servi e padroni. Fa riferimento al “famoso
spettro che si aggirò per l’Europa”, ai partigiani,
addirittura si mette a citare “Bandiera rossa”.
Odore di vecchiume? Nient’affatto. Perché Celestini,
proprio come nel teatro, proprio come nei libri, parla di oggi,
dell’Italia e dell’occidente consumistici, del precariato,
della strategia della tensione, del calcio. Soprattutto, parla
a tutti e di tutti. Ma non così, a casaccio. Lo fa in maniera
(rullo di tamburi) ideologica.
E siccome
non è un politologo, ma un artista, riesce nella miracolosa
impresa di trovare ed offrire un miracoloso equilibrio fra etica
ed estetica. E le canzoni suonano, suonano bene, hanno ritmi elementari,
armonie semplici, melodie orecchiabili. Tenute su atmosfere lievi
che pensino soprattutto a supportare la voce di Celestini - che
magari non è un cantante, ma è espressivo e catalizza
l’attenzione - fatte da chitarre, pianoforte, violoncelli,
fisarmoniche, kazoo etc. Tra atmosfere popolari e melodie francesizzanti.
Le stesse atmosfere quiete ma vigorosamente esplosive con cui
ha abituato il suo pubblico nei brevi spazi a lui concessi nella
trasmissione “Parla con me”.
C’è
il racconto emblematico del ladro che entra di nascosto nella
casa del ladro, che poi gli dice: “guardami bene, io
non sono ladro soltanto / io sono il padrone", per poi
arrivare a considerare che “difatti alla fine il padrone
è una specie di ladro / Solo che quando ruba il padrone
non è mica reato / E anche quando che viene arrestato il
suo alibi regge / Perchè lui è la Legge”.
C’è
“Cadaveri vivi”, l’inno
di tutti i perseguitati della storia: “Noi siamo i froci,
siamo gli ebrei / palestinesi dell'intifada / siamo barboni lungo
la strada / siamo le zecche comuniste. / Noi, noi siamo anarchici
/ noi siamo spastici / noi siamo quelli col cesso a parte / noi
siamo brutti, sporchi ma buoni / che detto in sintesi significa
coglioni”.
C’è
la violenta accusa di “Poveri partigiani”
rivolta all’ipocrisia di chi specula su una memoria storica
che non ha: “questo sterminio vi è gentilmente offerto
da una bibita gassata e da un famoso formaggio”. Tanto che
il quadro dei poveri eroi dimenticati, trascinati tristemente
alle celebrazioni, non può essere che questo: “Sfilano
il 25 aprile, con le medaglie appese alle bandiere / accanto alle
mogli dei sottosegretari appena uscite dal parrucchiere / dicono
sottovoce: «viva la costituzione /
ma adesso è tardi mi chiude la posta / devo prendere la
pensione»”.
E ancora
altre. Ma soprattutto c’è “La rivoluzione”.
Un sogno? Assolutamente no, non vuole essere un sogno, ancora
una volta. Già è bastato quel che ha fatto il Partito
comunista italiano: “La rivoluzione gliel'ha fatta vedere
da lontano al popolo, come una ballerina della televisione. /
Il popolo è un bambino e gli piace guardare le ballerine
(...) / Al popolo gli piace la rivoluzione, ma gliela devi mostrare
come il culo delle ballerine. / Come una cosa bella e impossibile.
/ Gliela devi raccontare come una favola” (da “Il
popolo è un bambino”, il brano-manifesto, parlato
e non cantato, che accompagna tutto l’album).
“La rivoluzione” è
l’esplosione della rabbia degli oppressi, dei precari, dei
diseredati, di “quello che aveva perso la casa e quello
che più semplicemente aveva perso le chiavi di casa”,
“quello che aveva perso la memoria e mò non si ricordava
neanche più che cos’è che si era perso”,
“quello che aveva perso la ragione e insieme alla ragione
aveva perso anche il torto”. L’esplosione che genererà
scompiglio, che porterà il conto a chi s’è
sempre approfittato delle speranze di chi non aveva nulla da perdere:
“E nel mentre che s’aggiravano come s’aggirò
quel famoso spettro per l’Europa / si trovarono a passare
sotto le finestre di quelli che una volta dicevano «Avanti
Popolo!» / e dicevano «Avanti Popolo» perché
mandavano sempre davanti il popolo / e loro rimanevano indietro
/ magari d’un passo magari d’un metro”.
“La
rivoluzione” è una pretesa, più
che una speranza. Perché questo non è solo un disco
ideologico, è pure arrabbiato. Ma non è solo ideologico
e arrabbiato. È pratico, positivo, pro-positivo.
Sotto l’incedere incalzante di ritmi e chitarre, tra parole
scandite e pesanti, ritratti emblematici e centrati.
Ascanio Celestini
ci indica la strada. Con ottima estetica ed eccellente etica.
Bello. E ne sentivamo il bisogno.
Ascanio
Celestini
"Parole sante"
Radiofandango - Edel, 2007
Nei negozi di dischi