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Le BiELLE RECENSIONI
Ascanio Celestini: “Parole sante”
Un disco per parlare del mondo
di Antonio Piccolo


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Musicisti:
Ascanio Celestini: voce, kazoo
Roberto Boarini: violoncello, metallofono, pianoforte, fischio e voce
Gianluca Casadei: fisarmonica e voce
Matteo D'Agostino: chitarra classica, acustica, dobro, fischio e voce
Andrea Pesce: troccola e fischio solista
Stefano Cesare: contrabbasso
Marco Ariano: batteria e percussioni
Paolo Milia: bassotuba
Fabio Ferri: batteria

Testi di Ascanio Celestini
Musiche e arrangiamenti di Roberto Boarini, Matteo D'Agostino, Gianluca Casadei e Ascanio Celestini.

L a voce in "Fino a che sono stato chiamato" è di Alberto Paolini; la voce in "I mi grepp" è di Enzo Antinori; la voce in "Il popolo è un bambino_4" è di Ettore Celestini; il coro in "Parole sante" è eseguito dalla corale dell'Associazione Polifonica Pontina, diretta dal maestro Massimiliano Carlini


Tracklist

01. La Rivoluzione
02. Il Popolo È Un Bambino 1
03. Il Mondo Dei Bruchi
04. Cadaveri Vivi
05. Il Popolo È Un Bambino 2
06. Poveri Partigiani
07. Noi Siamo Gli Asini
08. Fino A Che Sono Stato Chiamato
09. La Casa Del Ladro
10. Il Popolo È Un Bambino 3
11. La Morte Del Disertore
12. L’Amore Stupisce
13. Parole Sante
14. Il Popolo È Un Bambino 4

“Parole sante” è l’album che illumina la nuova canzone d’autore. La illumina perché non è l’ennesimo disco che, seppure ben fatto, rappresenta ancora una volta la chiusura intimistica del suo autore. Che magari scrive bene, che magari canta bene, però parla dei fatti suoi. E se parla di quello che succede nel mondo lo fa in maniera molto allusiva, molto vaga, in modo che intende solo chi vuole (e può) intendere. Lo capisco, lo capisco. Capisco che parlare del mondo di oggi è un’impresa, perché sembra non esserci una corrente a cui appigliarsi, e quindi anche i cantautori (uomini come gli altri) conservano una propria moralità, ma non proprio sistematica e dunque difficilmente comunicabile.

Ascanio Celestini no. Ascanio Celestini è un artista che - è lampante - ha prima di tutto un’esigenza imperiosa di comunicazione, poi pensa a come esprimerla. Dunque può venirne fuori uno spettacolo di narrazione, dunque può venirne fuori un libro. Dunque, possono venirne fuori delle canzoni. Il commento finale non è mai, comunque, come troppo spesso accade ultimamente (per tutte le forme d’arte): “bello, ma non ne sentivamo il bisogno”.

Parole sante” è un disco ideologico. Nel senso che non è banalmente “impegnato”, ma ha un’etica ordinata e distinguibile, che parla di oppressi e oppressori, dominati e dominanti, servi e padroni. Fa riferimento al “famoso spettro che si aggirò per l’Europa”, ai partigiani, addirittura si mette a citare “Bandiera rossa”.
Odore di vecchiume? Nient’affatto. Perché Celestini, proprio come nel teatro, proprio come nei libri, parla di oggi, dell’Italia e dell’occidente consumistici, del precariato, della strategia della tensione, del calcio. Soprattutto, parla a tutti e di tutti. Ma non così, a casaccio. Lo fa in maniera (rullo di tamburi) ideologica.

E siccome non è un politologo, ma un artista, riesce nella miracolosa impresa di trovare ed offrire un miracoloso equilibrio fra etica ed estetica. E le canzoni suonano, suonano bene, hanno ritmi elementari, armonie semplici, melodie orecchiabili. Tenute su atmosfere lievi che pensino soprattutto a supportare la voce di Celestini - che magari non è un cantante, ma è espressivo e catalizza l’attenzione - fatte da chitarre, pianoforte, violoncelli, fisarmoniche, kazoo etc. Tra atmosfere popolari e melodie francesizzanti. Le stesse atmosfere quiete ma vigorosamente esplosive con cui ha abituato il suo pubblico nei brevi spazi a lui concessi nella trasmissione “Parla con me”.

C’è il racconto emblematico del ladro che entra di nascosto nella casa del ladro, che poi gli dice: “guardami bene, io non sono ladro soltanto / io sono il padrone", per poi arrivare a considerare che “difatti alla fine il padrone è una specie di ladro / Solo che quando ruba il padrone non è mica reato / E anche quando che viene arrestato il suo alibi regge / Perchè lui è la Legge”.

C’è “Cadaveri vivi”, l’inno di tutti i perseguitati della storia: “Noi siamo i froci, siamo gli ebrei / palestinesi dell'intifada / siamo barboni lungo la strada / siamo le zecche comuniste. / Noi, noi siamo anarchici / noi siamo spastici / noi siamo quelli col cesso a parte / noi siamo brutti, sporchi ma buoni / che detto in sintesi significa coglioni”.

C’è la violenta accusa di “Poveri partigiani” rivolta all’ipocrisia di chi specula su una memoria storica che non ha: “questo sterminio vi è gentilmente offerto da una bibita gassata e da un famoso formaggio”. Tanto che il quadro dei poveri eroi dimenticati, trascinati tristemente alle celebrazioni, non può essere che questo: “Sfilano il 25 aprile, con le medaglie appese alle bandiere / accanto alle mogli dei sottosegretari appena uscite dal parrucchiere / dicono sottovoce: «viva la costituzione /
ma adesso è tardi mi chiude la posta / devo prendere la pensione»”.

E ancora altre. Ma soprattutto c’è La rivoluzione”. Un sogno? Assolutamente no, non vuole essere un sogno, ancora una volta. Già è bastato quel che ha fatto il Partito comunista italiano: “La rivoluzione gliel'ha fatta vedere da lontano al popolo, come una ballerina della televisione. / Il popolo è un bambino e gli piace guardare le ballerine (...) / Al popolo gli piace la rivoluzione, ma gliela devi mostrare come il culo delle ballerine. / Come una cosa bella e impossibile. / Gliela devi raccontare come una favola” (da “Il popolo è un bambino”, il brano-manifesto, parlato e non cantato, che accompagna tutto l’album).
La rivoluzione” è l’esplosione della rabbia degli oppressi, dei precari, dei diseredati, di “quello che aveva perso la casa e quello che più semplicemente aveva perso le chiavi di casa”, “quello che aveva perso la memoria e mò non si ricordava neanche più che cos’è che si era perso”, “quello che aveva perso la ragione e insieme alla ragione aveva perso anche il torto”. L’esplosione che genererà scompiglio, che porterà il conto a chi s’è sempre approfittato delle speranze di chi non aveva nulla da perdere: “E nel mentre che s’aggiravano come s’aggirò quel famoso spettro per l’Europa / si trovarono a passare sotto le finestre di quelli che una volta dicevano «Avanti Popolo!» / e dicevano «Avanti Popolo» perché mandavano sempre davanti il popolo / e loro rimanevano indietro / magari d’un passo magari d’un metro”.

La rivoluzione” è una pretesa, più che una speranza. Perché questo non è solo un disco ideologico, è pure arrabbiato. Ma non è solo ideologico e arrabbiato. È pratico, positivo, pro-positivo.
Sotto l’incedere incalzante di ritmi e chitarre, tra parole scandite e pesanti, ritratti emblematici e centrati.

Ascanio Celestini ci indica la strada. Con ottima estetica ed eccellente etica.
Bello. E ne sentivamo il bisogno.



Ascanio Celestini
"Parole sante"
Radiofandango - Edel, 2007
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Ultimo aggiornamento: 14-01-2008
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