| Il
grido globale degli ‘A67: e se fossimo tutti suburb?
di Vincenzo Greco
Le
radici sono ben piantate per terra, in quel misto di disagio, rabbia,
disillusioni e speranze che solo le grandi periferie delle grandi
città sanno offrire. Anche le radici musicali cono ben individuate.
Ma gli ‘A67 non si limitano a tenersi aggrappati a queste
radici. Vanno oltre, come è giusto che sia, ora, in questi
tempi di superamenti.
Gli ‘A67, con il loro Suburb, confermano tutto quel che di
buono ha prodotto la scena alternativa/indie napoletana, e la aggiornano,
senza stravolgerla, con altri linguaggi, sapientemente variegati.
E’ proprio per questo che il loro lavoro non è ben
definibile ed inquadrabile rigidamente in una categoria. Hip hop?
Rock? Indie/rock?
Ma non è, poi, è così importante inquadrare.
Anche perché il lavoro presenta comunque venature forti,
tutte provenienti da quell’intreccio arabo/mediterraneo che
da anni sta colorando l’orizzonte musicale italiano, soprattutto
quello meridionale, con Napoli che diventa il centro di questo mondo.
Una beffa, e insieme una rivincita (beffarda anche questa, naturalmente):
la città più periferica a certi discorsi di modernizzazione,
rappresentando la propria disperazione, diventa centrale, e smentisce
proprio il progressismo modernizzante, nel momento in cui questa
stessa disperazione, da fenomeno locale, si trasforma in cifra di
un disagio molto più generale. Che è il disagio degli
omosessuali davanti all’attacco feroce delle gerarchie vaticane
(“La Passione”, dove canta
anche Raffaella Siniscalchi), l’imbarazzo rabbioso di chi
si sente imbrogliato guardando lo scarto tra promesse e realtà
(“’O mbruoglio”), il
malessere di chi non riesce a iscrivere fino in fondo il proprio
nome nei registri di una realtà che sente non appartenergli
(“”Io nun tiengo ‘o nomme”, dove partecipa
anche ‘O Zulù).
Proprio l’eterogeneità
degli stili ha permesso tantissime collaborazioni, che non si risolvono
in semplici camei, ma si integrano per bene in un disegno più
generale: oltre quelle già menzionate, tra gli altri, la
penna e il flauto di Mauro Pagani, nella straniante “Psyco
P.”, la penna e la voce di Felice Pignataro,
nella filastrocca “L’inno dei muralisti”, la voce
di Francesco Di Bella (24 grana) in “Felice”.
L’incedere del disco è pressante: pochi i momenti di
respiro. Le riflessioni, quasi a mò di spot, sono veloci
e tirate. Non ci si perde in tante parole. I fraseggi musicali non
sono mai ampliati più del dovuto, quasi come se si avesse
fretta di andare avanti: non c’è tempo da perdere,
tutto viene accennato quanto basta, perché non ci si soffermi
più del dovuto, per non perdere il filo del discorso.
Lo stesso incedere veloce della voce narrante di Roberto Saviano,
nella bonustrack “TammorrAnticamorra”,
conferma questo ritmo.
Asciutto ed essenziale, questo disco lascia una strana, e desolante,
sensazione, alla fine dell’ascolto: che molto ancora deve
accadere, perché si possa convincere tutta la popolazione
dell’allarme della disperazione globale. Che sembra sempre
alberghi in case lontane di altri, e invece sta bussando, e neanche
tanto gentilmente, in (quasi) ogni abitazione.
Gli ‘A67
ora questa disperazione la rappresentano anche in teatro, nello
spettacolo “Generazione suburbe”, dove
si utilizzano anche alcuni testi tratti dalla raccolta di racconti
“Teneri assassini” di Giancarlo De
Cataldo. L’ambientazione teatrale non è del tutto loro
congeniale: è forse questa estraneità al linguaggio
teatrale/musicale che rende il tutto un po’ più freddo
rispetto al disco. Tutto appare più smorzato, persino meno
asciutto.
Però un esperimento del genere non si può che fare
in un teatro: e allora, ben venga, anche con tutti i suoi limiti.
Anche perché, se da una parte si perde una parte della carica
furiosa del disco, d’altra parte si acquista in riflessioni,
in suggestioni. Gli ‘A67 possono anche non essere un gruppo
da piazza o da centro sociale: c’è da lavorarci ancora
su, ma proprio le loro musiche, non solo di battaglia, si adattano
ad una eterogeneità di fruizione. L’unica vera perplessità
dello spettacolo consiste, semmai, nella fusione dei loro testi
con quelli di De Cataldo: nell’economia della narrazione,
non mi sembra che si sia aggiunto granché. Anzi, si è
un po’ smentita quella logica asciutta che informa, invece,
il disco.
In ogni caso, il gruppo, il cui timone artistico è tenuto
ben saldamente da Giorgia Fazzini, merita di essere ascoltato, sia
in disco che in teatro, perché Scampia, zona di loro provenienza,
diventi dizionario dei disagi attuali, e antidoto alla estraniazione
disperata. C’è ancora da urlare: già questo
è importante. Non consola (ma non c’è bisogno
di consolazioni), ma stimola a non chiudere gli occhi con il paraocchi
della “mediacrazia” televisiva.
'A
67
"Suburb"
Edel - 2008
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aggiornamento: 29-11-2008 |