Due
indagini a distanza di trent'anni per
raccontare l'impegno, la musica e i sogni
di una generazione
di
Isabella
Maria Zoppi
Il
mio mitra è il contrabbasso
(Todaro Editore 2007), ultima fatica di
Fabrizio Canciani, eclettico scrittore,
cabarettista e artista del teatro-canzone,
non si può definire semplicemente
un romanzo di genere, nonostante i chiari
indizi: la collana “Impronte”,
le vicende dell’investigatore Bruno
Kernel – già incontrato ne
La regola della cattura (Todaro,
2004) e in Qualcosa che non resta
(Todaro, 2006) – e perfino una copertina
tutta gialla. Canciani qui lavora sulla
memoria di un patrimonio di eventi condivisi,
sulle diverse crescite personali, sui
sensi di colpa e le motivazioni, sulle
ambiguità e i vicoli ciechi della
politica e sulla molteplicità delle
interpretazioni della verità, che
sia storia, cronaca o prospettiva individuale.
Il Mitra è sfaccettato,
coinvolgente, prende e sorprende. Il racconto
ha un brusco avvio con l’aggressione
del detective da parte di due sconosciuti
francesi, e la conseguente distruzione
della certosina collezione di vinili di
proprietà dell’amico che
lo sta ospitando in una delle varie fasi
di transizione della sua movimentata esistenza.
Gli stranieri cercano notizie di Giordano,
ma Bruno del suo antico bassista non sa
più nulla dall’estate del
1977, trascorsa alla sua ricerca insieme
all’amico Vladi, mentre si profilava
la possibilità di entrare in studio
nell’autunno seguente per registrare
il primo disco degli emergenti Assistenza
Pneumatici. Sull’onda del ricordo,
la narrazione si apre per scivolare fino
alla fine su due piani temporali distanti
trent’anni.
Nel presente, si muove un Kernel disincantato,
stanco, anzi quasi stufo, aspirante alla
quiete di un pre-pensionamento, tuttavia
ancora incapace di adeguarsi a una qualunque
routine. Scarsamente amante dei guai,
è abilmente in grado di procurasene
e di disseminarne in gran quantità,
pur dotato dell’aiuto di pochi ma
sinceri amici, in particolare della sensuale
tassista Muriel, donna di pensiero Zen
nonché di molte risorse un po’
meno spirituali ma utili assai a una rocambolesca
sopravvivenza. Nel passato, attraverso
gli occhi di un Kernel ancora fresco e
capace d’incanto, curioso, disponibile
e anche vagamente motivato, benché
a modo suo stranito e distratto, si rivive
una stagione intensa che appartiene al
bagaglio collettivo.
I due giovani e spiantati musicisti ripercorrono
le tracce del compagno attraverso la penisola,
conducendo improbabili indagini nelle
frange delle molteplici comunità
sorte attorno al “movimento”
del ’77. A mano a mano che il percorso
procede, sorta di viaggio iniziatico,
interiore o reale che sia, viene meno
la volontà di ricomporre il gruppo
mentre cresce il desiderio di abbandonarsi
alla corrente del momento, nella confusa
intuizione di stare vivendo un tempo importante.
Intanto, la versione adulta di Kernel
si trova suo malgrado impegnata a ricostruire
un distacco ormai quasi archiviato, dove
tasselli perduti di storie private si
rimescolano fino a disegnare uno scheletro
insospettato della Storia d’Italia.
Si risvegliano così i fantasmi
irrisolti di quegli anni di piombo che
hanno obbligato l’irrequieto Giordano
a restarsene in Francia fino al recente
indulto. E per Kernel solo nuove domande
di cui non ha la risposta, ma soprattutto
non la vorrebbe avere. Né forse
la vorrebbe conoscere Canciani, perché
per una volta tra le pagine si investiga
non su una morte di carta né alla
ricerca di un colpevole, ma si ricordano
i morti per le strade di quegli anni bui,
e ci si interroga sulle reali responsabilità.
Il tutto con la mano felice di una scrittura
agile, sorretta da una mente abile nel
sostenere la tensione del doppio intreccio
e dell’insolita soluzione.
Un linguaggio concreto, ritmico, terragno
e musicale a un tempo, riporta il sapore
autentico di quelle atmosfere con la sincerità
di chi in quegli anni c’era, ed
era già allora un orecchio attento.
E la musica, in tutto questo domandare,
ripensare, pellegrinare? A partire dalla
simbologia implicita nel verso Il
mio mitra è il contrabbasso
(“che ti spara sulla faccia/
ciò che penso della vita”),
preso a prestito da Gioia
e rivoluzione (1974) degli
Area, la musica si diffonde
padrona.
La ritroviamo dunque non solo nel sottofondo
delle traversie della futuribile Assistenza
Pneumatici e nella quotidianità
che sempre circonda Bruno Kernel, ora
come trent’anni fa, ma anche nelle
scelte stilistiche di Canciani, che intitola
ogni capitolo con estratti di canzoni
dell’epoca, quasi a offrire una
chiave in più al mistero, e riuscendo
così nell’intento di creare
col lettore un sotterraneo clima di complicità
– come a ricordarci che, in fondo,
siamo stati tutti nella stessa barca,
non vi crediate assolti.
Il
mio mitra è il contrabbasso
Fabrizio Canciani
Todaro Editore 2007
232 pagine - € 14,50
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