
Ascolti collegati

Alessio Lega
Zollette |

Alessio Lega
Sotto il pavé
la spiaggia |

Alessio Lega
Resistenza
e Amore |

Porta dei Canti
AAVV |

Max Manfredi
Live in Blu |

Marco Ongaro
Dio è altrove |
|
Nel
1961 Alfredo Giuliani scrisse il libro “I Novissimi. Poesie
per gli anni ‘60”, che poi avrebbe dato il via al Gruppo
’63, cioè la neoavanguardia. Giuliani voleva separare
la poesia piatta del suo tempo da quella che mise in quella sua
antologia, con questi poeti “novissimi”. Seguendo questa
premessa Paolo Talanca ha iniziato una ricerca volta ad approfondire
il distinguo tra la canzone commerciale, o pop “pop”
– che ha degli schemi regolari etc. – con la canzone
d’autore, partendo proprio dai cantautori “novissimi”.
Dove Giuliani de-costruiva, per ri-costruire un linguaggio
nuovo e particolare – sai, la neoavanguardia e quel linguaggio
ricodificato e “rivitalizzato” –, io credo che
per i cantautori si tratti di ri-costruire, riprendendo la strada
dei vari Guccini, De André, Gaber, certo non riproducendone
lo stile ma creando canzoni con lo stesso scopo artistico. E credo
davvero che sia lo scopo per cui si scrive a fare la differenza
tra pop e canzone d’autore. Che mi dici di questa differenza
di scopo di scrittura? E, poi, quali sono le tue influenze? Da dove
discende Alessio Lega?
Per risolvere le cose Petrolini diceva: “Dalle scale di casa
mia”.
A parte il lavoro che faccio, che è quello di cantare le
mie canzoni, lavoro che prevede l’incontro continuo con la
gente, io di fatto non sono particolarmente adatto a una vita comunitaria,
cioè sono veramente un solitario e tendo a usare i miei spazi
raccogliendo molto materiale come libri, dischi. Erigo così
attorno a me delle mura che non sono fatte solo di cemento e di
mattoni, ma sono delle mura ideali di un passato enorme con cui
sento una fratellanza che crea stimoli; ogni stimolo, poi, mi ha
sempre connesso a decine di altre ramificazioni: De André
mi ha connesso a un mondo di francesi – a Brassens, per esempio
–, poi sicuramente Gaber a Brel, tutti loro mi hanno sempre
portato ad approfondire, all’intreccio, a nuove ramificazioni.
Tutte queste connessioni amo raccoglierle e vederle anche fisicamente
in forma di libri e dischi, anche se oggi si è un po’
chiuso il mio rapporto con i dischi come credo si debba chiudere
quello di tutti, perché non funzionano più e non servono
più a niente, se non a prendere polvere e a occupare spazio;
il libro no, il libro conserva una sua mitologia, ce l’abbiamo
da cinquecento anni ed è un oggetto magico che conserva la
sua magia da Guttemberg a Harry Potter.
Io ho una visione che è quanto di più lontano possibile
dall’ “arte per l’arte”: in passato avevo
ancora bisogno di definirmi e le correnti individuali, esistenziali,
o sentimentali sono andate a combaciare e ad alternarsi molto. Pensa
solo al fatto che ho chiamato il mio primo album - che raccoglieva
dieci anni di lavoro - “Resistenza e amore”, dove ci
tenevo e ci tengo a sottolineare l’ambiguità della
“e” che, pronunciata, può essere verbo o congiunzione;
dovevo dare dei riferimenti per dire chi ero io.
Oggi, invece, credo che l’unico modo sensato di rapportarsi
con la miseria che ci circonda sia il “pamphlet”, l’attacco,
l’aggressione, che può essere anche dolcissima, come
“Zolletta”, la canzone che hai scelto per il tuo libro.
Non a caso, mi sembra significativo il fatto che, uno dei temi per
cui ho ricevuto più applausi e più critiche –
e che quindi è stato più raccolto e definibile –
è stato questa specie di rinascita, riproposizione, personificazione
in me della figura del cantautore impegnato, così com’è
presente nell’immaginario collettivo.
Qualche volta si è attribuito questo ruolo a chi non lo voleva
particolarmente interpretare, penso ad esempio al “povero”
Guccini che rappresenta il paradigma del “cantautore compagno”:
Guccini è un grandissimo autore, una delle principali fonti
di ispirazioni del mio lavoro, però è un intimista,
che a un certo momento ha avuto anche delle grandi intuizioni rivendicative
come la “Locomotiva”; io credo che lui si difendesse
per non essere mitizzato, in un periodo, come gli anni settanta,
in cui i cantautori erano dei divi.
Oggi questo rischio sinceramente non c’è, quindi posso
affermare senza tema di fraintendimenti che mi ritengo un cantautore
esplicitamente, spudoratamente politico e mi piace ricordare a ogni
passo le parole di Brecht al tempo in cui i nazisti stavano prendendo
il potere dicendo più o meno: “Essere intimisti oggi,
curarsi dell’estetica, fare l’arte per l’arte
mi sembra come un pittore che riempia di meravigliose nature morte
i saloni del Titanic che affonda”.
Rispetto a quello dei cantautori degli anni Settanta, credi che
il pubblico oggi proprio non ci sia? Oppure ci sarebbe se i canali
di diffusione fossero più forti?
Oggi il pubblico di tutto ciò che ha pubblico è costruito
sulla base dei grandi movimenti dei mezzi di comunicazione di massa:
televisione, giornali, radio, anche internet per certi versi –
anche se per il momento è il mezzo più libertario
e meno servo del mercato –, che costruiscono un pubblico falso,
gonfiato, dove non ci sono neanche mezzi di controllo reale, c’è
sempre una rincorsa all’evento, quindi ciò che ha un
pubblico lo ha per motivi extra-testuali, extra-artistici, extra-qualitativi,
quindi non posso risponderti con certezza sociologica perché
manca un qualcosa di qualità che abbia un vero pubblico.
Sicuramente l’industria culturale italiana è particolarmente
una schifezza; io ho sott’occhio l’esempio dell’industria
culturale francese – che non è che sia un paese agli
antipodi dell’Italia – dove funziona: c’è
la fila per il nuovo modello di Nike e c’è la fila
per il nuovo disco di inediti di Léo Ferré, un artista
morto da più di dieci anni di cui tutti parlano, diventa
un evento. Quindi spesso lì il circo mediatico si muove anche
per motivi nobili, qui in Italia questo funziona solo per certi
“beni rifugio”, sempre più ristretti e, nel nostro
campo, funziona solo per tre o quattro nomi, uno su tutti Fabrizio
De André che così diventa più un caso isolato
che altro.
Sicuramente il pubblico fanno di tutto per tenercelo lontano. Banalmente:
potrebbero darci degli spazi, è ovvio che non possono darci
uno stadio perché uno stadio non lo riempiamo, ma perché
non ci danno tanti spazi piccoli in cui poter “agire”?
Alla fine, la canzone d’autore, come e più di altri
generi, è un mezzo per manifestare la propria opinione, cioè
un diritto che la Costituzione repubblicana - di cui pure non sono
un fan sfegatato - all’articolo tre difende a chiare lettere:
è un diritto esprimere la propria opinione e io, come cantautore,
non sento tutelato questo mio diritto, perché non ho gli
spazi per farlo, me li devo pagare e non è giusto. A chi
fa teatro d’avanguardia, anche se ha un pubblico di trenta
persone, danno gli spazi e il motivo è che “fa ricerca”;
è giusto! Ma allora perché a me, che ne faccio cento,
gli spazi non li danno? Perché io sono come Ramazzotti? Un
Ramazzotti sfigatissimo... Io mi sento molto più vicino al
primo tipo di situazione.
Se gli spazi non me li danno io non posso sapere se ho un pubblico,
non posso saperlo quando ancora sono in crescita come artista e
dovrei trovare tutti i mezzi per conquistarlo, quindi o mi costruiscono
un circo mediatico e divento creazione di un’industria, creazione
di un consiglio di amministrazione, oppure mi danno la possibilità
di crescere nei piccoli posti. Così succedeva in Francia
per i Brel, i Brassens e così succede oggi; Brel e Brassens
dominavano pubblici rumorosi e vocianti di un sottoscala con i mezzi
della poesia, poi è ovvio che se andavano all’Olympia
riuscivano a tramortire il pubblico anche solo alzando un braccio.
Tra le varie accezioni che si possono dare all’etichetta “pop”
io preferisco quella che rimanda alla “pop art” di Andy
Wahrol, in questo senso: come Wahrol metteva nell’arte un’icona
riconoscibile a livello di massa – quindi il meccanismo artistico
era più nell’intuire che questo meccanismo potesse
funzionare, più che fare i quadri – e la riproponeva
a livello seriale, oggi nel pop commerciale non si fa qualcosa di
molto lontano, con la riproposizione di stessi schemi che la gente
riconosce, accetta e gradisce; è come se si scrivesse sempre
la stessa canzone…
Tu sai che in questo momento potresti irrimediabilmente essere colpito
da un fulmine, vero? Perché stai facendo questo discorso
a dieci passi dal Teatro Ariston di San Remo, dove si svolge annualmente
ciò che dici…
Me ne assumo tutte le responsabilità [ridiamo].
In questo io vedo stagnazione, mentre la vitalità la vedo
nella canzone d’autore, dove la codifica consiste nel prendere
un messaggio e, tramite tutte le armi che mette a disposizione questa
forma artistica, creare vitalità, riallacciandomi così
ancora a Giuliani e alle parole di Leopardi che lui scelse per aprire
“I Novissimi”: “La vera poesia aggiunge un filo
alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così
dire; e ci accresce di vitalità”, ovviamente parafrasando
e sostituendo i poeti con i cantautori. Che pensi di questa distinzione?
Sinceramente non mi intendo molto di pop, non mi è mai piaciuto
e mi ha sempre dato l’orticaria. In Italia abbiamo il pop
peggio fatto del mondo. Non è un genere che io abbia mai
frequentato, non mi attira l’idea di una espressione musicale
che non sia totalizzante, cioè in cui tu non ti perdi continuamente,
in cui tu non ti commuovi, non trovi un modo di superare il mondo,
quindi mi fa schifo. Nemmeno da bambino me ne sono mai occupato;
ricordo che avevo dodici anni all’epoca dell’esplosione
dei Duran Duran, ma io ascoltavo Verdi, non ascoltavo nemmeno la
canzone d’autore, alla quale mi sono avvicinato per motivi
ideologici. Per esempio, mi sono avvicinato agli Inti Illimani perché
rimasi commosso dal racconto di una professoressa che in un’ora
di supplenza ci parlò del golpe fascista in Cile di qualche
anno prima, così il primo stimolo è stata l’indignazione
verso un fatto e il sapere che degli artisti si schieravano per
questa cosa qui, facendomeli apprezzare come degli eroi popolari.
Quando mia madre mi scoprì ad ascoltare gli Inti, mi parlò
delle canzoni di rivolta, popolari, passando – ricordo –
un pomeriggio a ricostruire a memoria la “Ballata di Pinelli”,
poi venne con un foglio su cui si era scritte le strofe che si ricordava
e me la cantò.
Questo è il mio DNA e questi sono i miei inizi, ero avulso
da ogni contesto e se ci metti anche che io sono piuttosto un topo
di biblioteca e non ho mai cercato la comunicazione ed ascoltavo
molta musica classica; questo mi dava l’educazione a un modo
alto, colto di dire le cose, che cita certe cose sublimi e, nello
stesso tempo, tenta di parlare della realtà. Così
oggi io aspiro a fare canzoni rivoluzionarie ed esteticamente belle,
cioè la cui utilità è un’ipotesi ma la
cui bellezza sia indiscutibile. Dal passato agivo sull’esempio
di Gaber, di Guccini, ma anche di Della Mea, Pietrangeli, che apparentemente
sono più grezzi come costruzione.
In tutto questo il pop mi faceva orrore e non entrava nei miei interessi.
Ci è entrato dopo semmai, ma in modo rovesciato: ti faccio
l’esempio di Gainsbourg, che ha lavorato molto nel pop e con
i linguaggi del pop; lo ascoltavo all’inizio in maniera un
po’ spiazzata perché non capivo dov’era il bello,
ma tanti lo apprezzavano e lentamente ho iniziato a interessarmi
dei linguaggi del pop ma dall’altra parte, dalla parte di
chi utilizzava i linguaggi del pop per fare canzone d’autore,
come in una specie di pop art, ma consapevole. Credo che il discorso
che fai tu sia questo: uno vuole fare un prodotto che, prima di
tutto, venda e utilizza dei codici che sa che vendono; invece Gainsbourg
vuole fare della cultura.
Dalla mia precedente domanda voglio recuperare la parte in cui Leopardi
parla da critico – il passo è preso dallo Zibaldone
– e chiederti come mai, secondo te, per la canzone d’autore
non ci siano, in Italia – tranne tre soli esempi che mi vengono
in mente e che, comunque, sono abbastanza recenti: te, Isa e Vecchioni
–, artisti che si occupano di critica. E poi: nel caso ci
fossero in maniera più massiccia, potrebbero aiutare la consapevolezza
artistica e la valorizzazione della stessa canzone d’autore?
Ecco, questo è un argomento che mi sta a cuore. Sì,
è un ruolo che, in qualche modo, manca. La poesia e la pittura
hanno molti secoli di vita nelle forme in cui le conosciamo, vita
continuativa e in evoluzione, quindi è abbastanza normale
che, nel tempo, teoria e prassi dell’arte si siano confuse
e sovrapposte e, in particolare con l’arrivo dell’Ottocento
e del Novecento, i massimi teorici e artisti quasi combacino e,
per esempio, non è pensabile il cubismo senza una preparazione
teorica e senza una enorme conoscenza dell’arte che lo precede,
non è pensabile il Leopardi poeta senza il Leopardi teorico,
così per Eliot – il più grande poeta del Novecento
– o Montale.
Hobsbawn – lui parlava in particolare della Francia, però
– dice che nel Novecento ogni forma d’arte chiedeva
immediatamente una sua teorizzazione…
Ecco, sì. Nella canzone d’autore, come forse nel fumetto,
non si trovano queste figure, a differenza dell’altra grande
forma d’arte nata nel Novecento, che è il cinema: nel
cinema già dagli esordi coscienza teorica e pratica che si
sono fuse.
Questo sicuramente ci crea un grosso problema, perché confina
il genere “canzone d’autore” nello straordinario
momento di impasse che conosciamo dagli anni Ottanta, pur con delle
nobili eccezioni, in cui le opere esistono ma si fatica moltissimo
a farle conoscere o le si fa conoscere per un periodo troppo breve
perché abbiano continuità.
E io penso che all’interno di questo impasse – come
lo chiami tu – la concezione della canzone come pop abbia
divorato e apparentemente inglobato quella di canzone d’autore.
Basta col pop. Parliamo di canzone d’autore. Sei d’accordo
se ti dico che la valenza artistica di una buona canzone d’autore
risieda ontologicamente nell’emozione del solo testo nella
melodia e successione armonica? Quindi chitarra e voce o piano e
voce, a seconda di come la canzone è nata.
La domanda è difficile; mi sono posto il problema e, proprio
per questo, forse per me è ancora più difficile. Forse
sì, tutto sommato forse è vero, però credo
che sia assolutamente necessario, per il tempo in cui viviamo, porsi
il problema dell’arrangiamento, poi – al limite –
anche rinunciarvi, però troppo spesso questo genere qui è
stato gravemente penalizzato dal fatto che molti facessero chitarra
e voce o piano e voce, oppure lavorassero per aggiunta, cioè
andassero a fare la loro parte e poi, siccome se lo potevano permettere,
mettevano per esempio un quartetto sopra ed è come se l’arrangiamento
lavorasse per accumulo e non per eventuali sottrazioni o svuotamento.
L’arrangiamento dovrebbe essere concepito come scrittura a
tutti gli effetti, entrare nella canzone, ma molto spesso invece
è fatto come una sorta di vestito: se è così
è meglio andare nudi. Siccome non credo che sia così,
perché è un momento di confronto in cui veramente
il lavoro con i musicisti o con un arrangiatore diventa qualcosa
che dà delle ali al pezzo, un volto diverso. Molto spesso
invece ci si è rinunciato perché non si è voluto
spendere tempo o non si avevano soldi per un lavoro di ricomposizione.
Questo ha danneggiato fortissimamente questo genere, gli ha tolto
molti potenziali ascoltatori, che avrebbero voluto ascoltare della
bella musica, ben suonata, a cui sarebbe potuto arrivare il testo
ma che non erano interessati solo al testo; a questi, sarebbe stato
possibile far arrivare dei meravigliosi testi con una musica interessante
se, in Italia, il pop non avesse completamente rinunciato ad avere
dei bei testi e se, invece, la musica d’autore non avesse
– spesso per pigrizia e per insicurezza – rinunciato
al confronto con i musicisti.
Quindi questo ha spostato il pubblico?
Credo di sì, un po’ la si paga. Perciò, se alla
tua domanda devo rispondere in astratto, dico di sì.
Io mi pongo il problema del critico che deve analizzare la canzone
e la sua essenza artistica…
Certo, la canzone scritta ed eseguita anche con un solo strumento
può dare il massimo, ma l’aver troppo spesso rinunciato
al confronto con i musicisti per pigrizia ha fortemente danneggiato
il genere, quindi oggi secondo me questa cosa non è più
perdonabile: un autore deve porsi il problema di misurarsi con l’arrangiamento,
e con una arrangiamento che veramente entri nel fatto artistico
della canzone, anche violentandola, anche perché comunque
può decidere di tornare sui suoi passi perché…
La canzone è quella…
Esatto. Però non può più non porsi questo problema;
è una questione etica. Tu però mi chiedi “ontologicamente”,
e la mia risposta è sì.
Come ti comporti con le citazioni? Nel libro io do molta importanza
al riuso del materiale di cantautori, poeti, scrittori o pittori,
e insomma vari artisti in vario modo, introducendo il tutto –
quasi con un meta-discorso – con le parole di Cludio Lolli
“Fondere, confondere, rifondere/ infine rifondare”,
per arrivare a esaltare decisamente l’aspetto artigianale
di questa disciplina.
Tu come ti comporti con le citazioni? Cioè, dai più
importanza alla forma, ad esempio di un bel verso, oppure ti concentri
sul contenuto? Magari interagire con quel contenuto o invece partire
dalla forma?
Tu che hai sentito qualcosa di mio [chiaro eufemismo], con me sfondi
una porta spalancata. Io ho la passione della citazione, a tutti
i livelli, nelle mie canzoni ci sono citazioni dirette, chiare e
virgolettate; faccio traduzioni, che sono una forma di citazione
enorme; faccio dei veri e propri “blob”, dei pastiches
con spezzoni messi l’uno accanto all’altro, con frasi
di pubblicità e cose alte assieme, una sorta di blob situazionista.
Credo che questo aspetto tecnico dell’uso della citazione
sia il mio unico tratto di modernità, per altro sono un autore
che ha preoccupazione tardo ottocentesche [ride].
Siamo nel campo della forma, quindi?
Sì, beh, però forma e contenuto si inseguono continuamente.
Ti spiego come funziona in me la composizione: forma e contenuto
mi usano, mi attraversano, io non sono – come, per esempio,
dice per sé Higelin – completamente “dettato”,
capace di generare scrittura automatica, ma uso alcune tecniche
auto-ipnotiche come la ritmica del verso; in genere, chi vede i
miei testi scritti si accorge che somigliano molto a delle forme
poetiche chiuse, con una ritmica ben precisa e sistemi anche piuttosto
complessi con rimandi interni, versificazioni canoniche e cose così:
questi elementi io li uso come forme auto-ipnotiche, cioè
dopo i primi due o tre versi – che sono quelli che sorgono
spontanei – ho una vaga idea di dove voglio andare a parare
ma mi sembra di seguire, quasi deragliando, i binari del suono,
facendo deragliare il senso e, in questo, mi viene anche naturale
citare tutta una serie di cose che mi risuonano dentro e che vengono
buttate là dentro e inserite in questo calderone; scrivendo
mi sembra di seguire solo il suono, come in sogno. Quando rileggo
trovo un senso più profondo di quello che avrei saputo dire
in stato di veglia.
Mi pare proprio un fatto tecnico; io uso metrica e suono come molti
artisti in passato usavano altri elementi ipnotici: chi usa sostanze
psicoattive, chi beve per liberare la creatività dalle pastoie
della razionalità e del discorso consequenziale. Io uso questa
forma di musica interna; chi mi ha visto ascoltare musica sa che
io mi muovo continuamente e concentricamente in una stanza, ecco,
quando scrivo, questa cosa è molto più forte.
Mi piace la tecnica del rovesciamento, il gioco di parole e, devo
dire, in questa cosa – che già intuivo, già
mi piaceva, già l’affermavo, già la tiravo fuori
da alcuni francesi come Gainsbourg, che la usava molto – chi
in Italia mi ha spinto ulteriormente oltre, facendomi perdere tutte
le inibizioni, è Max Manfredi: il suo lavoro di devastazione
della lingua che – magari s’incazza se lo legge –,
per me, coincide col pessimismo più totale e mi fa affermare
che lui non creda nella comunicazione; il suo è un lavoro
che distrugge la fiducia nella comunicazione in maniera sublime,
è un sommo nichilista. Io ritengo di usare le stesse armi
in modo affermativo, affermando una serie di cose in cui Max probabilmente
non crede. Insomma: per me, ad ogni modo, Max è uno dei maestri
più ricchi e sublimi; una sola delle sue canzoni, analizzata
o semplicemente sentita in maniera partecipata, può insegnare
un mondo di grandissimi trucchi che non sono nemmeno trucchi ma
che sono “l’arte”
Ora parliamo di “Zolletta”. “Zolletta” è
la canzone che analizzerò nel libro, non per interpretarla
e darle un significato ma per parlare del tuo stile, di come usi
la codifica; ho preso questa canzone perché ci sono molti
temi a te cari: dalla disperazione e l’invettiva sociale,
politica, etica, ideologica all’uso di metafore anche ardite,
che possono – a un orecchio disattento – apparire pretestuose,
almeno spiazzanti, in cui prendi a piene mani dagli stratagemmi
poetici. Ti faccio questa domanda sono per permetterti di parlare
del brano: dove finisce l’etica e inizia l’estetica
lì?
Beh, come dicevamo prima, è un mio pallino: per me la canzone
impegnata che vuole cambiare il mondo è quella in cui l’etica
diventa estetica e l’estetica diventa etica. A proposito di
citazioni, Della Mea dice: “L’idea più è
bella e più è vera”, che magari è una
somma bugia, ma mi piace il senso che l’etica deve esplicitamente
apparire come qualcosa di bello e, in una canzone di questo tipo,
deve necessariamente affacciarsi da ogni frammento dell’estetica,
deve intraprendere una strana battaglia e, di qui partono quei dinamici
rovesciamenti e quelle svisature incomprensibili.
“Zolletta” è una canzone che io adoro e che,
ti dirò, paradossalmente sento anche un po’ estranea,
perché è una canzone il cui modo musicale è
totalmente abbandonato: io tendo, in genere, a un momento in cui
la rabbia arriva a uno sfogo, in cui c’è un parossismo,
come nel mio pezzo su Genova, dove c’è un parossismo
brelliano [da Brel, ovviamente], che ti porta da qualche parte,
mentre in questo senso “Zolletta” è meno tipicamente
mia, perché è molto abbandonata.
“Zolletta” tira alla commozione senza catarsi, per continuare
un parallelo col mio pezzo su Genova, lì si trattava di un
dramma sociale, che aveva la morte di un uomo come paradigma civile
della morte di un popolo ed era tutto lì, emblematizzato
in un posto; e veramente il colpo di pistola che uccide Carlo Giuliani
è un colpo sparato contro di lui ma che vuole colpire una
folla intera (fra cui c’ero pure io) di trecentomila persone
alzatesi per affermare dei diritti, che appartenevano a tutti.
Invece nel caso di Baldoni c’è come un’enorme
distanza e addirittura si cancella la memoria il più possibile
e non si fa niente nemmeno per recuperare il corpo: da una parte
tornano imbandierati corpi di persone che sono partiti in divisa
in nome di una nazione che nella sua Costituzione afferma di ripudiare
la guerra, afferma la pace; dall’altra parte il corpo di Enzo
Baldoni, un uomo veramente di pace, viene abbandonato lontano, nel
fango di un altro paese. E allora, vista tutta questa distanza,
il canto davvero non può trovare un momento di sfogo catartico,
la melodia non può che essere in quel modo, che non si sposta,
che continua a tornare su se stessa; è una canzone elegiaca,
che un po’ tira alla lacrima e mentre la scrivevo ricordo
che mi veniva il magone.
Poi bisogna dire che “Zolletta” è una canzone
d’amore e questa doppia lettura per me apre una specie di
“nuovo corso”, in cui Resistenza e Amore non si distinguono
più, coincidono; dopo “Zolletta” ho scritto una
serie di canzoni che non necessariamente le somigliano, ma che devono
molto al fatto di aver avuto questo passaggio attraverso questo
brano, dove non c’era il punto “orgasmatico” tipo
quello che c’è in “Rachel Corrie” o “Vigliacca!”.
E’ la mia percezione personale di Baldoni, che già
conoscevo perché leggevo i fumetti da lui tradotti.
|