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Dio è altrove |

Giua
Giua |
|
Nel
1961 Alfredo Giuliani scrisse il libro “I Novissimi. Poesie
per gli anni ‘60”, che poi avrebbe dato il via al Gruppo
’63, cioè la neoavanguardia. Giuliani voleva separare
la poesia piatta del suo tempo da quella che mise in quella sua
antologia, con questi poeti “novissimi”. Seguendo questa
premessa Paolo Talanca ha iniziato una ricerca volta ad approfondire
il distinguo tra la canzone commerciale, o pop “pop”
– che ha degli schemi regolari etc. – con la canzone
d’autore, partendo proprio dai cantautori “novissimi”.
Dove Giuliani de-costruiva, per ri-costruire un linguaggio nuovo
e particolare – sai, la neoavanguardia e quel linguaggio complicato,
insomma –, io credo che per i cantautori si tratti di ri-costruire
un linguaggio degli anni Settanta, da Guccini, a Vecchioni, De André
e altri.
Isa, tu da dove sei partita?
Sono partita da due modelli incrociati. Uno è quello della
musica tradizionale: le prime cose che ho avuto a disposizione in
casa, le prime che ho suonato, sono stati i valzer, le mazurche,
i samba, i tanghi scritti per ballare; leggevo musica che funzionava
in balera, perché quelli erano i fogli che mi trovavo sottomano.
Poi ho imparato a suonare la chitarra classica e da lì ho
iniziato a scrivere canzoni. Quindi in me si sono fuse queste due
influenze musicali. Come influenze di parola, invece, devo dirti
che vengo da una casa piena di libri. Tutti sono insegnanti a casa
mia, era molto facile avere a disposizione qualsiasi genere e pescare
un po’ “alla brutta” negli scaffali. Non si ascoltava
musica d’autore, quella l’ho conosciuta fuori, però
si ascoltava il jazz, o Fred Buscaglione, o Mina che cantava De
André, per esempio.
Di conseguenza, ho poi cercato delle forme musicali che mi sostenessero
un certo tipo di gusto della parola. Invece di Biancaneve, a casa
mi raccontavano dell’astuto Ulisse, così le vicende
di Achille e della Guerra di Troia per me sono state da subito una
forma di narrazione orale. E anche quando sono arrivata a conoscere
i cantautori, è stato per trasmissione orale. I primi che
ho incontrato erano quelli che mi passavano gli amici: De André,
Guccini, De Gregori… Credo che la prima canzone intera che
ho imparato a suonare sia stata “L’avvelenata”,
quanto di più lontano dalla mia poetica di oggi, poi tutto
il De André che attraversava gli oratori – perché
io sono cresciuta in un oratorio –, De Gregori, il Bennato
di “Sono solo canzonette” e, insomma, quello che andava
in quel periodo. Poi, il resto me lo sono cercato, ma l’imprinting
è stato quello, Buscaglione, un po’ di jazz, un minimo
di musica colta e i cantautori classici innestati su una forma musicale
molto tradizionale.
In seguito mi sono arrivati Brassens e Brel, mio grande amore, perché
mio padre, insegnando letteratura francese, aveva questi dischi;
invece non mi è arrivata l’America. Quella me la sono
cercata dopo. E infatti nel mio modo di suonare non c’è
blues né niente di americano, niente di quel tipo di ritmo
che a me piace molto ma che non ho bevuto da piccola, e quindi non
mi torna spontaneo..
Quindi, quando vai a creare, non lo trovi nel tuo avantesto…
Ecco, nel mio avantesto c’è il tre quarti o, al massimo,
il sei ottavi. Quando mi trovo a creare, creo parole musicali; la
prima forma in cui mi esce una canzone è già una frase
melodica, una forma linguistica e sonora insieme e, più facilmente
che in quattro quarti, mi esce in tre quarti o in sei ottavi, proprio
per una cadenza naturale. Non ti dico quando mi vengono le cose
in dialetto, lì non esco proprio dal tre quarti o dal sei
ottavi, se non facendomi violenza. Credo sia qualcosa che ha a che
fare in generale con la tradizione italiana: a me piace anche molto
cantare in quattro quarti, ma molto più naturalmente mi viene
di farlo nei ritmi ternari.
Pensi che questo discorso si possa riallacciare al discorso dell’autenticità,
su cui batto molto nel mio libro? Io vedo molta differenza tra canzone
pop e d’autore nell’autenticità della creazione
artistica: nel pop c’è la mediazione discografica,
ovviamente, perché si deve produrre qualcosa che vende, mentre
dalla parte della canzone d’autore si segue più la
propria essenza, l’etimologica autenticità, cioè
la “sua essenza”, la “sua interiorità”,
e mi sembra indicativo il fatto, poi, che il termine AUTENTIKÒS
greco porti al concetto di autorità, in cui evidenzierei
l’aspetto la strada che porta al concetto di “autoriale”.
Vorrei premettere che parlo dal punto di vista di quelli che, come
capita a me, sono detti cantautori “di nicchia”: quando
penso alla canzone d’autore, immagino quella che non vende
un granché e che quindi nemmeno si pone il problema di essere
un pezzo fortunato o radiofonico, adatto al Festival di Sanremo
piuttosto che a Radio Monte Carlo etc. Credo che la differenza più
grossa sia questa: noi scriviamo con la libertà con cui scrivono
i poeti, senza preoccuparci della ricaduta economica: “Venderò?
Non venderò? Chi se ne frega!?”. L’importante
è farlo, l’importante è scrivere e cantare,
e avere qualche possibilità di arrivare a un pubblico, di
entrare in contatto con la gente. Molti di noi hanno un altro mestiere
che dà da mangiare e paga le bollette e molti hanno un’età
in cui l’obiettivo principale non è più il “grande
successo”: non sono più quei vent’anni che spingono
a voler pigliare per forza il treno, arrivare in Sudamerica e tornare
a tempo, possibilmente dopo un triplo salto mortale. Scrivere e
cantare è una cosa che fai perché ti urge farlo, ma
quando urge a te farlo, non quando urge ad altri che hanno investito
su di te e premono per ottenerne un ricavo.
Hai centrato il problema: pensa che il disco che secondo me fa partire
questa specie di neo-avanguardia è “Dio è altrove”,
di Marco Ongaro del 2002 – anticipata dalla canzone “Freddo”
di Max Manfredi, del 2001 per alcuni aspetti, non tutti –
dove c’è Marco che, dopo anni in cui voleva smettere,
praticamente sembra dire: “No, io adesso mi faccio le mie
canzoni con buona pace del successo”; le tematiche lì
sostanzialmente ruotano intorno al verso “Cammina! Alzati,
ché Dio è altrove!”.
Beh, io la vivo proprio così, ma come me credo che la vivano
anche Alessio Lega o Marco Ongaro. Non so come sia a livello di
Capossela, Bersani, Consoli o Cristicchi che abitano già
un’altra dimensione della musica – e, soprattutto, hanno
quel lavoro e basta – ma per me è così: considero
come una forma di libertà estrema il poter decidere di fare
un disco quando voglio, quando sono pronta. Certo, il “quando
voglio” è anche sempre essere collegato al “quando
qualcuno me lo finanzia”, ma le due cose non prescindono mai
dal “quando sono pronta”.
Parliamo un po’ della musica pop. L’espressione, si
sa, è ambigua: c’è chi la fa derivare dal sintagma
inglese “popular music”, chi direttamente dall’aggettivo
“popolare” – e credo che per il pop commerciale
italiano sia l’accezione più sbagliata –, altri
ancora che, invece, hanno in mente la “pop art” di Andy
Wahrol. A me convince di più quest’ultima strada per
il pop commerciale italiano: la serialità, la ripetizione
di un’icona riconoscibile per non spiazzare il pubblico, è
come scrivere sempre la stessa canzone, perché, soprattutto,
i temi sono sempre gli stessi e gli schemi formali, sostanzialmente,
anche. Che ne pensi?
Penso che ognuno di noi sia riconoscibile. Per esempio, se ascolti
una canzone di Isa cantata da Claudia Pastorino, ti accorgi che
non è un pezzo di Claudia: magari da lei è interpretato
anche molto meglio che da Isa, ma senti che non viene dalla sua
vena autoriale. Perché ognuno di noi ha il suo stile, quel
bagaglio che si porta dietro, quel vocabolario preferito nel linguaggio
musicale e verbale. E questo per me non è grave, anzi! Quando
vedo un quadro di Schifano o di Nespolo, voglio capire subito che
sto vedendo “un Nespolo” e, in ogni Nespolo, vado a
cercare qual è il particolare, il taglio, la luce che dà
autorialità.
Nel pop, invece, essendo che c’è Tizio che scrive contemporaneamente
per Caio, Sempronio, Giangiacomo e Giovannino, non è importante
che si riconosca che sia stato Tizio a scrivere, ma sono importanti
l’interprete, l’arrangiamento, la faccia che ci metti,
il vestito che hai addosso, la voce. Ecco: nel pop commerciale devo
poter riconoscere la voce di Laura Pausini ma non mi interessa sapere
se questa volta quello che canta l’ha scritto Marco Rossi
o Mario Bianchi o Giovanni Verdi.
Proprio l’arrangiamento è un punto importante: secondo
me un modo critico di approcciarsi e un metodo d’analisi per
la canzone d’autore sia quello di allontanarsi il più
possibile dal tener conto dell’arrangiamento. Bada bene: non
per la vitalità artistica dell’opera, perché
l’arrangiamento spesso valorizza ai massimi livelli artisticamente
una canzone, io dico che proprio ontologicamente – quindi
per la sua essenza, non per come è data – per una buona
canzone d’autore basta il testo “nella” melodia
e successione armonica. Basta, quindi, la resa piano e voce o chitarra
e voce, a seconda di come è nata. Sei d’accordo?
Secondo me, ontologicamente, per ogni buona canzone possono bastare
chitarra e voce, o pianoforte e voce. Sia una canzone di Laura Pausini,
sia un pezzo popolare, tradizionale, delle filande, di Alessio Lega,
di Isa, di Max Manfredi. Cioè, non è una buona canzone
se non sta in piedi “nuda”.
Però può essere una buona canzone pop…
Sì, ma ci sono buone canzoni pop…
No, un attimo, credo di non essermi spiegato bene: io sono certo
del fatto che ci siano buone canzoni pop, basta che vendano e vuol
dire che quella è una buona canzone pop. Se una canzone soddisfa
il raggiungimento del motivo per cui è nata, è “buona”.
Ora: ci può essere una buona canzone pop anche se questa
non regge chitarra e voce ma, dopo averci messo un determinato arrangiamento,
sia stata creata quella riconoscibilità che non spiazza chi
ascolta, la riconoscibilità commerciale che permette di vendere.
Quindi i parametri d’approccio sono proprio diversi tra canzone
pop e canzone d’autore e, siccome nel pop gli arrangiamenti
sono fondamentali, io credo che sia bene essere diffidenti nei loro
confronti quando ci si pone di fronte al fatto di riconoscere la
canzone d’autore.
Sì, capisco. Beh, secondo me alla radice di una buona scrittura
c’è il fatto che stia in piedi con meno orpelli possibili,
ma allora lì io sarei ancora più drastica ed eliminerei
anche il fatto di dire piano e voce o chitarra e voce: la canzone
nasce con una melodia, una linea armonica e un tot di parole, quelle
tre cose devono poter stare insieme senza che sottraendone una ci
sia una falla, devono essere tutte e tre a tenersi. Che poi tu la
suoni semplicemente col pianoforte o che tu la suoni col pianoforte
facendo le settime, le none o le tredicesime è già
un arrangiamento. La semplice linea melodica, con gli accordi, con
la voce, con le parole deve già dirti tutto, poi l’arrangiamento
amplifica un significato, un aspetto, ed è importante che
il testo stia “nella” melodia e armonia, non “sulla”
musica.
Questo investe anche l’annosa e noiosa discussione sul fatto
se il testo per canzone sia poesia o meno. Secondo me è proprio
l’atto creativo ad essere diverso, la codifica usata: per
esempio può esserci un punto in cui la linea melodica sale
e tu, influenzato da quel segno semiotico (musicale) che ti ha creato
quella sensazione, metti nel testo un segno semiotico (verbale)
che con esso si rapporta, assecondandolo, contrastandolo, non importa
in che modo. Viene fuori un nuovo segno semiotico, assolutamente
inscindibile, che non è 1+1, è semplicemente un 1
nuovo.
Esatto, oppure se, per esempio, metti una diminuita al posto di
un accordo minore in quella melodia, – ti parlo anche di armonia,
perché anche l’armonia agisce nel modo che hai appena
descritto – sotto una certa parola, puoi dare un senso di
sospensione o comunque una impressione, una atmosfera che cambia
completamente la semantica e il valore del segno o il messaggio
generale.
Quindi quell’1 per me è formato da questi tre fattori,
melodia, armonia e testo. Poi, la differenza la fa la voce che canta,
l’interpretazione, il come indirizzi il suono.
Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a inserire nel
libro Cristicchi, per esempio.
Sì, ecco, anche il suo aspetto così stralunato mentre
dice delle cose terribili è fondamentale, perché se
le dicesse uno con un aspetto molto serio sarebbero sempre terribili,
ma magari anche un po’ noiose. Invece così il tutto
si incastra perfettamente.
Secondo te c’è pubblico oggi per la canzone d’autore?
Non come una volta, perché viviamo in un tempo più
veloce, per cui si consuma tutto più in fretta. Siccome la
canzone d’autore richiede un ascolto, una attenzione, un piccolo
sacrificio da parte di chi la vuole, per goderla devi fermarti,
mentre oggi le canzoni si usano come sottofondo. È questo
il problema. Intendiamoci: una volta acquisito il rapporto con l’autore,
la sua musica può diventare sottofondo e colonna sonora della
tua vita. Per esempio, proprio ieri una donna mi diceva: “Io
stiro con te”. Però questa persona mi conosce: mi ha
visto cantare, mi ha sentito parlare, ha voluto il disco, mi ha
rivista, ed è così che sono entrata in qualche modo
nella sua vita. Allora sì che puoi diventare una colonna
sonora come una radio di sottofondo. Altrimenti no: la canzone d’autore
non puoi ascoltarla mentre stai aggiustando il motore di una macchina
o facendo la spesa: manca la parte dialettica, la parte attiva di
chi fruisce.
Anche questo è un punto importante – me li stai prendendo
tutti [ridiamo] –: secondo te, quindi, chi fruisce deve avere
un ruolo attivo. Questo vale anche per l’interpretazione esegetica,
semantica dei tuoi versi?
Io all’ascoltatore racconto qualcosa di me. Però, esattamente
come sta capitando in quest’intervista, mentre io ti racconto
qualcosa di me, tu stai registrando e adesso capisci delle cose
seguendo i miei occhi, come muovo le mani, i miei movimenti e tutto
il resto, cogli dei segnali che portano a un certo significato.
Magari poi l’intervista la trascriverai tra un po’,
avrai vissuto un po’ di tempo in più e la tradurrai
in modo diverso, cambierai la tua percezione, quindi figurarsi cosa
può succedere con l’interpretazione di una canzone.
Secondo me questo tipo di musica vive molto più dal vivo
che dal disco, perché ci metti talmente tanto di tuo dentro,
che ogni concerto è veramente diverso dagli altri, è
un dialogo, non è un concerto di Madonna con mille ballerine.
Io vengo a fare lo spettacolo stasera con questo bagaglio di emozioni,
oggi sono così, domani magari lo rifarei uguale ma in maniera
diversa.
Come ti comporti con le citazioni? Nel libro io do molta importanza
al riuso del materiale di cantautori, poeti, scrittori o pittori,
e insomma vari artisti in vario modo, introducendo il tutto –
quasi con un meta-discorso – con le parole di Cludio Lolli
“Fondere, confondere, rifondere/ infine rifondare”,
per arrivare a esaltare decisamente l’aspetto artigianale
di questa disciplina.
Tu come ti comporti con le citazioni? Cioè, dai più
importanza alla forma, ad esempio di un bel verso, oppure ti concentri
sul contenuto? Magari interagire con quel contenuto o invece partire
dalla forma.
Sì, è così, nessuno di noi crea niente. Per
questa risposta riciclo un’affermazione datami da Gianmaria
Testa per il mio libro: “Noi siamo artigiani, creiamo delle
cose ma siamo lontani dall’essere creatori”. Noi abbiamo
il nostro bagaglio culturale, le note poi sono dodici e tutta la
differenza sta in cosa hai recepito, cosa hai imparato, che strada
hai fatto. Ti faccio un esempio su di me: io non ero assolutamente
conscia di prendere una parte del “Rigoletto” per la
mia “Bella figlia”; quando poi l’ho riascoltata
mi sono detta: “Però, questo passo mi ricorda qualcosa…”
[ride].
Poi lo si può fare coscientemente, come afferma Marco Ongaro,
per esempio, o come fa Paolo Conte. Io dico che questo è
un modo di far vivere la cultura; noi non siamo nati dal nulla,
non possiamo raccontarci che ci siamo svegliati la mattina con l’idea
geniale di una nuova canzone.
Per quello che riguarda il discorso della forma o del contenuto,
io sono per l’eco: una cosa che mi è piaciuta, mi si
riverbera in testa, e non è solo una questione formale come
per “Bella figlia”; per esempio, a me piace molto Montale,
e quando attivo la mia parte ligure ho chiaramente in testa certe
atmosfere o richiami concettuali, come per la mia canzone “Passaggio”,
Montale più che Caproni. Questo per quello che riguarda le
citazioni involontarie, però. Credo di aver fatto una sola
citazione conscia, con un verso di Lorca, e lì tengo conto
forse più della forma, perché i contenuti probabilmente
sono più personali, un’urgenza esistenziale di dire
chi sei.
Arriviamo a “Bella figlia”, la canzone che metterò
nel libro. Vorrei che tu mi parlassi di questa canzone, partendo
da una mia osservazione generale: come negli altri autori analizzati
nel libro, io cerco una canzone emblematica, perché non voglio
spiegare le canzoni, ma lo stile di chi l’ha scritta, il modo
in cui traduce un messaggio tramite la codifica “canzone d’autore”.
Credo che quella per te sia una canzone importante prima di tutto
sotto il punto di vista tematico, perché ci sono temi cari
come la situazione della donna e del rapporto con una famiglia patriarcale,
di stampo piemontese – nel tuo caso –, e anche il tema
interiore che si fa universale, come quando parli della fontana,
che a me fa pensare ai presocratici e al contrasto tra Parmenide
ed Eraclito nei versi “Ogni mese bevo amaro e maledetta la
fontana/ che mi sa di non ritorno/ e benedetta la fontana, che finché
c’è fontana/ allora, forse, un giorno…”
e, ad ogni modo, è rappresentativa per questa forza dignitosa
che rivedo nelle tue figure femminili. Che mi dici?
Per l’immagine della fontana ti do un riferimento ben preciso
che potrebbe farti crollare un castello: la fontana, molto crudamente,
sono le mestruazioni, che vorrei non vedere più perché
vorrebbe dire che sono incinta, ma che fin che ci sono mi danno
la possibilità di avere un figlio in futuro. Ecco, poi è
chiaro, so ciò che starai per dirmi, e cioè che c’è
ad ogni modo una valenza semiotica del termine “fontana”.
Ho usato quel simbolo polisemantico e non un termine magari più
esplicito, perché volevo coscientemente rimandare alla fontana
della vita e dentro c’è anche il concetto che hai citato
tu, del tutto scorre e tutto resta uguale, della temporalità,
la canzone vuole rappresentare tutta una generazione di donne e,
comunque, tutte le donne che si trovano in quella situazione. Per
me la musica ha tre funzionalità: mi commuove, mi diverte
e, nei casi più riusciti, mi consola; si dicono in musica
le cose che non si riescono a dire in parole. Quando ho scritto
quella canzone, quello era il picco di un enorme iceberg su cui
stavo seduta da tempo, e non era e non è un problema solo
mio. Anche per questo quella canzone funziona: è il problema
di una fascia di età, di un orologio biologico, di una generazione
che oggi ha circa quarant’anni e si sta facendo quella domanda,
è una questione che investe la legge 194 che, combinazione,
in quel periodo lì – quando ho scritto la canzone –
era esattamente quella che andavamo a discutere, e poi abbiamo perso
un referendum.
È normale essere figli, poi diventare genitori, poi nonni,
quella è la logica, la tradizione. Io ho un orecchio sempre
girato indietro verso le radici, vengo da una famiglia molto tradizionale
per molti versi, per i valori e per la trasmissione della cultura,
quindi nella mia logica, nei miei bisogni doveva arrivare un momento
della vita in cui non eri più soltanto la figlia ma eri anche
la moglie, la madre; se quel momento non arriva, resti “bella
figlia” eternamente. Quindi c’era qualcosa di molto
privato mentre lo raccontavo, che però diventa molto pubblico
perché è un sentimento estremamente condiviso, anche
se in realtà poche persone ne parlano.
A me piace molto l’immagine in macchina di “Notturno
italiano”, per esempio, in cui dici “Tu che ti occupi
soltanto/ della tua radio e della leva del cambio”: ci vedo
la riproposizione ogni volta di una fierezza che vuole gridare la
sua essenza e di una rivendicazione.
Beh, quello sicuramente, non mi sarebbe piaciuto nascere uomo! [ridiamo]
Credo di essere piuttosto femminile come scrittura, come taglio,
come modo di vedere la vita. Ecco, non credo che si possa prescindere
dal sesso se si analizzano le cose che faccio, però quello
che non voglio fare è di raccontare la donna alla donna,
creando una specie di concezione da ghetto. La mia è semplicemente
una situazione di fatto, semmai voglio raccontare la donna all’uomo,
ché non la conosce. Se tu metti in giro un po’ di “istruzioni
per l’uso”, è più facile che poi ti maneggino
con cura; se invece aspetti che ti capiscano perché te ne
stai lì come un fiore di serra forse, alla fine, ti calpestano
invece di capirti.
Colgo l’occasione di spiegarti come mai ho scelto te e Carmen
Consoli come rappresentanti delle “Cantautrici Novissime”.
Il numero è stato assolutamente casuale, non avevo intenzione
di fare delle “quote rosa” – per carità,
detesto gli zuccherini e l’ordine di idee che li prevedono
–, è proprio una esigenza, l’esigenza di vedere
in che modo una donna usa la codifica “canzone d’autore”.
Ho scelto voi due proprio perché non scrivete in maniera
ghettizzata e ghettizzante, ma sapete benissimo che la donna ha
una sensibilità diversa dall’uomo, e chiaramente il
processo creativo arriva diversamente al risultato finale.
Sì, la Consoli a me piace molto anche per questo.
Certo, è evidente, come è evidente che io non posso
sollevare cento chili e uomo più basso di me magari lo può
fare, così come il fatto che io potrei partorire, un uomo
no, tutto questo sta nella biologia. Ma il “valore”
deve essere considerato pari. E invece c’è ancora chi
ti dice: “Beh, non scrivi male per essere una donna”.
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