Ottimo album che ci ha scaldato il cuore.
E’ stato a lungo sotto la paglia o è un progetto
recente?
E’ un parto molto meditato, le prime cose
a livello di pre.produzione risalgono a un anno e mezzo fa. Poi
ci abbiamo lavorato più intensamente per otto mesi. Devi
considerare anche le sospensioni durante l’estate per la
stagione dei live. Comunque è stato un album molto meditato,
molto “prodotto”. Nel senso che è stata messa
molta cura sulle ritmiche, su determinate soluzioni melodiche.
Non è stato un disco che “buona la prima”
Un disco che si inserisce nel vostro
filone, come sempre, ma che sembra avere una marcia in più.
E’ difficile che io possa vederlo dall’interno.
Per la marcia in più fai te. Noi cerchiamo di dare sempre
il meglio, come quando facciamo un concerto. Poi chiaramente,
non tutte le cose vengono come le avresti pensate. Ci sono delle
volte che gli obiettivi vengono raggiunte e altre volte meno.
Altrimenti saremmo il primo gruppo del mondo.
Una schiera grandissima di ospiti. Soprattutto
importanti. Come li avete scelti?
Noi li abbiamo scelti sulla base di quelli che
sono i nostri gusti, le nostre direttive o secondo i desideri
che avevamo già da un po’ di tempo. Horace Andy,
per esempio, questo cantante giamaicano che canta con i Massive
Attack per noi è stato sempre un faro a livello vocale.
Uno dei cantanti della scena reggae più importanti. Quando
abbiamo provato a fare il suo nome l’abbiamo fatto senza
grande convinzione, ma non ne senso artistico, nel senso delle
possibilità di realizzarlo. Poi invece è capitato
che quando abbiamo chiamato il suo management Andy era a Londra,
dove lui adesso sta poco perché passa tanto tempo in California
o in Giamaica. Appena abbiamo avuto l’ok abbiamo fatto velocemente
il biglietto per andare lì a registrarlo. Gli abbiamo mandato
prima due basi che avevamo già fatto e lui ne ha scelto
una adattandolo, Just say who che è
un suo vecchio brano presente in alcuni suoi album che poi abbiamo
riarrangiato, secondo lo stesso procedimento che lui usa non i
Massive Attack. La maggioranza dei brani che lui ha cantato con
loro erano brani che già esistevano ma in una chiave reggae
tradizionale. E qui è avvenuta la stessa cosa
E poi tra le presenze c’è
anche quella di Raiz che è una sorta di gradito ritorno.
Non è che dobbiamo spendere parole per
presentarlo. E’ uno dei membri fondatori del gruppo. E’
stata la voce degli Almamegretta per tanti anni, il marchio del
gruppo ed è molto bella la sua presenza nel disco. Tra
l’altro questo suggella una serie di collaborazioni recenti
tra noi e lui, sia per quanto riguarda il suo ultimo disco, dove
noi abbiamo fatto un remix di un brano che era dedicato a Stefano
che è Never forget you. E poi
pure live avevamo fatto delle cose insieme, quest’estate
a Palinuro c’è stato un concerto molto bello, una
reunion molto bella che ha scatenato grandi entusiasmi.
Grande nostalgia.
Sì. Poi a gennaio c’è stato
il concerto in memoria di Stefano (Stefano Facchielli, alias D.RaD,
l'uomo che ha creato il sound Alma e che è morto nel 2004
in un incidente d'auto - NdR) in cui abbiamo suonato insieme.
Dove insieme significa non nella stessa sera, ma nello stesso
set.
Anche perché Raiz, dopo una deviazione
artistica iniziale, è tornato su terreni affini ai vostri,
musicalmente parlando.
Sì, infatti poi questa estate, il 17 luglio al Neapolis
ci sarà questa serata, questa nuova reunion con Raiz più
i Massive Attack, Quindi sarà una serata …
… indimenticabile. Senti, abbiamo
parlato di Massive Attack, qual è l’altra musica
che ascoltate o che ascoltavate quando stavate progettando questo
disco?
In effetti le direttive che a livello di ascolto
ci hanno formato proprio come gruppo in sé, noi ci trovavamo
a casa mia per ascoltare questi dischi, sono, a parte la scena
di Bristol, quindi soprattutto i Massive Attack e il trip-hop,
perché stiamo parlando degli inizi degli anni ’90.
Poi c’è tutta la scena Dub inglese con in testa Adrian
Sheerwood e le produzioni delle sua etichetta che ci hanno formato
molto e in più di un caso ci hanno dato proprio la direttiva.
Mi ricordo che ascoltavamo un disco di African Headcharge notando
che su queste ritmiche reggae c’erano ritmiche africana,
ma proprio dell’Afica nera, non tanto giamaicane, che davano
un’aria di mistero alla musica e sembravano registrate chissà
in quale villaggio … è invece era tutta roba prodotta
in uno studio di Londra. E allora ci siamo detti, ma perché
non possiamo mettere i suoni di Napoli, che vocalmente ricordano
molto il modo di cantare arabo? Ci sono delle parentele con il
mondo africano nel canto. E quindi è iniziato il nostro
progetto e continuiamo su questa strada. L’altra influenza
è il dub americano che è rappresentato da Bill Lawsell.
E ti devo dire che con tutte queste tre realtà che a noi
sono servite come ascolti per partire, poi alla fine abbiamo collaborato.
Sherwood ha registrato con noi Sanacore, Lawsell
ha suonato in Lingo e adesso Horace Andy è
dentro a Vulgus. Poi abbiamo remixato precedentemente
Karma coma dei Massive Attack. Quindi
c’è stato uno strano cerchio che si è chiuso.
Ci sono anche gruppi italiani che sentite
sulla stessa lunghezza d’onda?
Più che vicini stilisticamente, posso
dirti le cose che in questo momento mi sembrano più interessanti.
I Cosang di Napoli che è un gruppo rap-hip hop che però
interpreta il rap in modo molto precisa, nel senso di raccontare
il quartiere e la realtà che sta intorno a te, non tanto
il rap come siamo abituati ultimamente a percepirlo con macchine
di grande cilindrata, tette, culi, oro.
Non al’americana insomma.
Beh, il rap è nato in America, ma quando
è nato era un’altra cosa. Poi vabbé ci sono
stati filoni che si sono commercializzati. Ma questo avviene anche
qua.
Adesso arrivate a Milano. E’ la
prima tappa del tour nazionale?