La
visionarietà di Burton, in un noir rosso sangue
di Giorgio Maimone
Grande visionarietà, estro felice, capacità
pittorica. Sono solo alcune delle doti che Tim Burton ha e
che in Sweeney Todd utilizza fino in fondo.
Ben servito da una masnada di “orridi ceffi” tra
cui spiccano il protagonista, il diabolico barbiere Johnny
Depp, la moglie del regista Helena Bonham Carter e gli harrypotteriani
Alan Rickman (Piton nella saga del maghetto di Hogwarts) e
Timothy Spall (Peter Minus), Burton mette in scena un musical
affascinante in una Londra ottocentesca del tutto ricostruita
in studio con quinte teatrali che danno spazio a squarci di
luce di grande suggestività (si può parlare
di luce di taglio?).
La storia di fondo è quasi un feuilleton, con tanto
di agnizione finale. Muoiono tutti in un profluvio di getti
di sangue e di canzoni, perché questo, in fondo, è
un musical.
Un Grand Guignol dickensiano, basato su una storia vera di
follia e miseria nella Londra dei primi dell’800, dove
il rosso del sangue contrasta con il bianco e nero ricercato
che domina quasi la scena. Impagabile l’edizione a due
dischi, con una ricchissima serie di contenuti speciali (La
Londra di Sweeney, i disegni preparatori, il Grand Guignol,
la vera storia di Sweeney etc). Tagliente.
La frase: "Questi sono tempi disperati
e bisogna ricorrere a disperati rimedi!"
Da
vedere: Pittura e scene di altissimo livello. Teatrale,
ma nel senso migliore del termine. Merito grande alla scenografia
di Dante Ferretti.
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