| Un
piccolo grande film che parla di musica e di pace
di Giorgio Maimone
I piccoli grandi film si caratterizzano per poco,
per pochissimo. Nel caso de La banda basta forse la prima
sequenza.
La banda arriva all’aeroporto di Tel Aviv, per un disguido
non li aspetta nessuno. C’è solo un fotografo
svogliato che fa loro una foto. I componenti della banda si
mettono in posa, si aggiustano le giacche, cambiano la posizione,
ma poi, al momento dello scatto l’addetto alle pulizie
passa davanti all’obiettivo, oscurandoli.
Emblematico.
Una banda musicale egiziana si reca in Israele per suonare
all’inaugurazione di un centro culturale arabo. Solo
che il centro non esiste. Perché, per un errore di
pronuncia il colonnello Tewfiq che guida la banda, l’ha
portata non nella nella moderna Petah Tikva, ma nell’arida
e desertica Bet Hatikva.
Da dove non possono andarsene perché passa un solo
pullman al giorno. Il regista israeliano Eran Kolirin, al
suo debutto, punta sui toni sommessi della commedia, per raccontare
due popoli vicini geograficamente e lontani in tutto.
Ma la musica funziona da terreno comune di incontro tra i
membri della banda e la proprietaria israeliana di un ristorante
che li ospita. È un film sulla mancanza d’amore
e il desiderio d’amore, sulla pace e sulla comprensione.
Forse è solo un film sulla musica. E non è poco.
Interessanti i contenuti speciali.
La frase: "Qui non ci sono centri culturali.
Non c’è cultura né araba, né israeliana.
Qui non c’è cultura".
Da
vedere: Per guardare dall'interno ai rapporti tra
arabi e palestinesi, in una situazione di non guerra, in un
tempo fermato
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