| Un
affresco potente di vita e malaffare senza Oscar
di Giorgio Maimone
Prendiamo una storia potente e di estrema attualità,
come le vicende di ordinaria malavita raccontate da Roberto
Saviano, affidiamola a un regista dalla cifra stilistica precisa,
immaginifica e intensa come Matteo Garrone (L’imbalsamatore,
Primo amore) e corrediamo il tutto con il miglior attore italiano
del periodo, Toni Servillo e abbiamo il prodotto buono per
riportare in Italia l’Oscar per il film straniero 2009.
Previsione fallace. Gomorra era candidato
alla statuetta dello zio Oscar, e annunciato come uno dei
probabili vincitori, dopo aver fatto incetta di premi in mezzo
mondo: da Cannes all’en plein degli Oscar europei agli
Efa, ma alla lotteria americana è rimasto al palo.
La struttura del film è suddivisa in quattro storie
(di Pasquale, di Totò, di don Ciro e Maria, di Franco
e Roberto) che si intervallano sulla falsariga del libro.
Gli attori sono in parte professionisti e in parte presi della
strada.
Il linguaggio è curato con estremo realismo, tanto
da richiedere i sottotitoli in italiano per chi non fosse
allenato col napoletano. I dialoghi, minimali, sono spie del
languore indotto dallo squallore.
È un ritratto angosciante di una realtà che
non è Chicago negli anni Trenta, ma la nostra porta
accanto. È un grumo di tragedia e follia, scandita
da soldi sporchi e stropicciati. Un film etico e di denuncia
come non si vedeva da anni. Resterà.
La frase: Marco: "Sono io il più forte,
il numero uno!!!". Roberto:"I' so' diverso"
Da
vedere: Per riflettere sul fatto che scrivere un
libro può costare una condanna a morte. Fare un film
un premio a Cannes. Tanto nulla cambia.
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