| Un
possente affresco in nero sulla lotta per l’oro nero
di Giorgio Maimone
Un pugno d’attori formidabili che lavorano come
fossero una compagnia e un regista che rappresenta una bella
speranza per il cinema francese.
Si tratta di Cous cous del franco-tunisino Abdellatif Kechiche.
Un film che riesce a colpire nel profondo, con questa tracce
sotterranee che incidono nella mente la storia dei membri
di una famiglia allargata, tunisina, ma da lungo tempo residente
in Francia.
Un film che ricorda le cose migliori del neo-realismo italiano,
sciacquato nelle acque del porto di Séte, nella Francia
meridionale. La storia in breve è quella di Slimane,
sessantenne portuale, in crisi col lavoro, divorziato, ma
tenace nel tenere uniti i rami della famiglia.
Il suo sogno è aprire un ristorante, ma i soldi non
basterebbero se non intervenisse il sostegno collettivo di
tutti i membri della tribù, non ultima quella di Rym
(Hafsia Herzi, poco più che ventenne) che, per salvare
la serata inaugurale del ristorante, decide di buttarsi in
una lunga scena di danza del ventre, per dare modo agli altri
di recuperare il cous-cous smarrito.
E la sua danza sensuale, sudata e palpitante riempie lo schermo
nei minuti finali, in un’esplosione vitale che contrasta
con l’immagine di morte che chiude il film. Da vedere,
da ascoltare, da capire.
La frase: "La Francia non è un bordello,
se ne vada lui. Sarà un piacere".
Da
vedere: Per vedere all'opera altre culture all'interno
del mondo occidentale. Terreno fertilissimo nei film. Meno
nella realtà.
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