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Andare
a vedere Tom Waits è per me come incontrare un padre lontano
da una decina d’anni. Milano si scioglie in quella che a Genova
definiremmo maccaja, ma senza nemmeno i venti leggeri che arrivano
dal mare, penso al concerto già da qualche giorno, per una
volta, una volta tanto, regredisco alle emozioni dell’adolescenza
mentre cammino a passo svelto attraversando il ponte sulla ferrovia
con il centro alle spalle e immediatezze di periferia metropolitana
davanti.
Il Teatro degli Arcimboldi è una sorta d’astronave
atterrata da chissà quale pianeta nel quartiere Bicocca,
sono le sette, la calura è quasi insopportabile ma l’aria
che si respira è frizzante come un ottimo prosecco della
Valdobbiadene. Infatti raggiungo il bar vicino ordinandone un paio.
Arrivano da tutta Europa per l’esordio milanese del “mito”,
in testa portano cappelli di foggia varia, il mio l’ho lasciato
a casa, per rispetto, come quando si entra in chiesa.
Stringo il biglietto nella tasca posteriore dei pantaloni sgranandolo
come un rosario, guardo le facce della gente che lentamente affolla
il piazzale del teatro, giovani, signori di mezza età, qualche
vecchio beatnik, madame dell’alta società che scendono
dal Cayenne, un amico ristoratore di Rapallo che non vedevo da parecchio
tempo.
Tom Waits è decisamente colui che (essere umano, demone,
santone voodoo) mi ha piantato un paletto di frassino nel cuore
mentre da ragazzo m’accingevo a fare il mestiere del musicista.
La prima volta che l’ho ascoltato è stato come essere
sorpreso da un monsone gigantesco, infradiciato senza possibilità
di riparo e poi vedere l’arcobaleno mentre la banda del paese
lancia coriandoli per strada. Non so se sono riuscito a spiegarmi.
Non so se riesco a rendere il tipo di sensazione che tutti lì
in mezzo, come una sorta di congrega dispersa nel mondo che si riunisce
nel giorno del rito, provavamo in quel momento. Sorridenti, oserei
dire felici di essere lì.
La faccio breve. Da lì all’inizio del concerto sono
passati altri sette prosecchi, è arrivato Roberto Benigni,
il teatro s’è gremito a non poterne più. Il
palco, agghindato come una piccola casbah futurista era sovrastato
da una dozzina di megafoni e magnetofoni appesi per aria, una pedana
rotonda alta come un tamburo ornata d’arabeschi e illuminata
da lampadine colorate, percussioni, ottoni, il pianoforte, e tutto
il resto.
Alle 21,45 spaccate le luci dell’astronave si spengono, i
musicisti salgono in scena, un’ovazione accoglie lo splendido
spaventapasseri che si posiziona al centro del palco, bombetta in
testa, smunto e sghembo come solo lui riesce a essere, completamente
di nero vestito come un vecchio becchino da cimitero di campagna,
il pubblico grida, chiama il suo nome, è una sacra rappresentazione,
un’omelia anche se c’è il diavolo presente nella
prima canzone, sotto le vesti femminili di “Lucinda”.
La scaletta pesca qua è là dagli oltre 35 anni di
carriera, rispolvera classici come “Tom Traubert’s blues”,
“On the nickel” e “Innocent when you dream”,
coinvolge il pubblico nella recentissima “Lie to me”,
trasforma in versione jazz la cupa “Dirtin’ the ground”,
dedica a Benigni “You can never hold back spring”, soundtrack
del film “La tigre e la neve”, schizza tra il blues
di “Black market baby”, le suggestioni mitteleuropee
di “November” e “Misery is the river of the world”
e le country ballads di “Hang down your head” e “Hold
on”, si lascia innaffiare da una pioggia di lustrini sul finale
di “Make it rain”.
Come si faceva da giovani, io e un manipolo di compagni scendiamo
a grandi falcate le scale della galleria e sfondiamo in platea per
stare sottopalco al momento dei bis. Incuranti delle minacce del
servizio d’ordine (che nemmeno all’ultima visita del
Presidente della Repubblica era così numeroso e agguerrito)
rendiamo il nostro saluto al vecchio “rain dog”.
Me ne fotto di chi litiga all’uscita per accaparrarsi un taxi
e, a piedi, mi dirigo alla mia pensione vicino a Stazione Centrale.
Non so se ci rivedremo ancora, papà Tom, nel caso passassi
da queste parti, magari, fatti vivo.
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