
La scaletta dello spettacolo
Amore d’Egitto (intro)
Brano in voce di Andrea Vitali (Piovevano
bambini)
La canzone preferita
Liberi tutti
La canzone del calzolaio ubriaco
Giuseppe Adducci legge un brano da Le scarpe
al sole di Paolo Monelli
Ogni voce che tace
Di pace e di pane
Anam-Ji
La scopa della strega
Pomeriggio
Canzone dell'amante che se ne va
Blu bulgaro punto
Un po' come
Canzone di Iole
Viaggio
Brano di Vitali con la voce fuori campo di Antonio Ballerio
(Tutto una musica)
Viola
La vera stroria di Marisa Puchenia
Il tuo culo
Brano di Erri de Luca con la voce fuori campo di Milvia
Maragliano (La guerra)
Intro Lilì Marlene
Carlina Rinascente
Giuseppe Adducci recita un brano da “Farfala Sucullo”
(Noi non abbiamo di cognomi”
Farfala sucullo
Il temporale
Appeso per la luna
bis
L’ultima onda
Il lago di Como
Liberi tutti
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Arimo!
Dalle mie parti si diceva “pugno”, ma
il significato era lo stesso. Fermiamo il gioco, torniamo
un attimo nella realtà. Arimo! Per una volta
facciamo il contrario, “da grandi”, fermiamo
un attimo la realtà, le vite frenetiche e concediamoci
due ore di sospensione. Di musica e parole, di viaggi
e ricordi, di emozioni e storia e storie. Arimo! Sono
tornati i Sulutumana. Sono tornati in una delle loro
case, il Teatro Studio del Piccolo di Milano. E c’è
da festeggiare..
C’è
da festeggiare un nuovo disco (su cui non mi dilungo
perché trovate ampi approfondimenti qui
e qui),
ma c’è da festeggiare soprattutto
la nascita di uno spettacolo. Perché sarebbe
riduttivo definire concerto quello a cui abbiamo
assistito al Piccolo. Il teatro non è più
solo un contenitore per la musica dei Sulutumana.
I Sulutumana fanno teatro con le canzoni. Che
è cosa un bel po’ diversa. Il teatro
dei Sulutumana è frutto di un viaggio,
che li ha portati a toccare la narrativa di Andrea
Vitali, quella di Erri De Luca, il teatro di Giuseppe
Adducci… Di tutto c’è traccia
in questo spettacolo, che è una perfetta
sintesi del viaggio compiuto in questi anni, del
continuo allargamento di orizzonti giostrato dal
gruppo.
Ci sono quindi le canzoni, quelle nuove (eseguite
tutte), quelle vecchie (alcune intatte, altre
con vesti nuove), ma ci sono le voci, le tracce,
i ricordi degli incontri di questi anni: ci sono
le voci fuori campo di Andrea Vitali, Antonio
Ballerio (dallo spettacolo “Pianoforte Vendesi”),
quella di Milvia Maragliano (da “Volti”),
c’è la presenza fisica di Giuseppe
Adducci, che arricchisce con brani e piccoli monologhi
la trama drammaturgica dello spettacolo…
E allora è come se lo spettacolo si dispiegasse
in forma di racconto, il racconto del mondo dei
Sulutumana (che è quello poetico di Giamba
e quello musicale di Nadir e Cecco), dei loro
incontri, dei loro temi.
C’è la dimensione della memoria,
innanzitutto, che è un po’ il tema
dominante di “Arimo”, con il continuo
richiamo all’incantato mondo dell’infanzia.
È un filo fortissimo nella produzione dei
Sulutumana, che coi bambini hanno spesso a che
fare, con spettacoli e dischi per i più
piccoli. E anche questo incontro entra nel racconto,
attraverso una canzone esplicitamente scritta
per i bambini ma che ha uno stupefacente e magnetico
potere di coinvolgimento sugli adulti seduti in
poltrona (“Il lago di Como”, filastrocca
mimata e danzata da Giamba in chiusura), ma anche
e soprattutto attraverso canzoni che traggono
forza dal mondo dell’infanzia, dall’andamento
melodico della musica per i più piccoli,
dal loro mondo immaginifico e fiabesco, dal loro
linguaggio diretto. Quella magica alchimia che
fa stare in equilibrio tra età della vita
che richiama alla memoria il Quartetto Cetra,
Sergio Endrigo, Gianni Rodari… L’esempio
più recente è “Un po’
come”, ma basta ricordare “La canzone
preferita” (che non a caso ha aperto il
concerto di ieri) per capire di cosa stiamo parlando.
C’è l’incontro con Andrea Vitali,
con i suoi personaggi da piccolo mondo, con il
suo teatro di quotidiana straordinarietà,
che passa attraverso canzoni scritte su diretta
ispirazione (“Canzone di Jole”, “Canzone
del calzolaio ubriaco”, “Canzone dell’amante
che se ne va”, “Legura”) ma
anche attraverso il recupero di un passato che
già si annunciava “vitaliano”
ancora prima che l’incontro con lo scrittore
avvenisse (come la sempre potente “Viola”,
accostata a un brano dello scrittore).
C’è poi, sempre più importante,
il tema della guerra, quasi come un nucleo pulsante
da cui trarre riflessioni e storie. La guerra
occupa due momenti diversi dello spettacolo. E
passa per le parole di Paolo Monelli ne “Le
scarpe al sole” (uno dei più bei
libri sulla Grande Guerra, a cui è ispirato
il brano “Ogni voce che tace”) lette
da Giuseppe Adducci, quelle di Erri De Luca, (un
brano dello spettacolo “Volti” scende
sul palco con la voce registrata di Milvia Maragliano),
con un lacerto di “Lili Marlene”.
E poi “Di pace e di pane”, “Carlina
Rinascente”, “Farfala Sucullo”…
La guerra della gente comune, quella vissuta dai
bambini, quella di persone speciali che fanno
della pace la loro personale e umanissmia trincea.
Quella di Tiziano Terzani, bandiera e intelligenza
del pacifismo, che ha ispirato “Anam-ji”.
Ma se il racconto è fatto di tanti momenti,
è inevitabile che ci sia spazio anche per
il sorriso. C’è la voglia di divertire,
con brani che fan cantare e battere il piede,
“La vera storia di Marisa Puchenia”
(e il pubblico canta, eccome se canta, “Mi
hanno offerto di lanciarmi con un paracadute…),
il coro di “Legura”, la contagiosa
allegria de “Il tuo culo”, l’“idiota
canzoncina” di “Appeso per la luna”.
C’è la voglia di emozionare, con
parentesi intimiste, “La scopa della strega”,
“Pomeriggio” e “Canzone dell’amante
che se ne va” eseguite come in una piccola
suite dal trio compositivo (Nadir, Cecco e Giamba
soli sul palcoscenico)…
Eccovi più o meno ricostruita la trama
del racconto. Non resta che fare qualche notazione
da bravo recensore. Gli arrangiamenti da dieci
e lode, abbandonata qualche ardita sperimentazione
del precedente tour, si mantengono su uno “stile
Sulu” che ormai c’è, vive e
prospera ed è una bellezza ritrovare ogni
volta. Giamba torna a prendere un po’ più
spesso la fisarmonicaca e anche questo non può
che rallegrarci. A proposito di Giamba, sulle
cui doti vocali è inutile spendersi, ormai,
notiamo invece che si muove con una sicurezza
da vero front man. Ma è tutto l’ensemble
che funziona come un orologio, con musicisti in
grande forma, ognuno indispensabile e tutti perfettamente
in ruolo: Francesco, Nadir, Andrea, Pich e poi
Samuel, Marco, Raffaele, l’ospite Silvio
Pozzoli ai cori e alla chitarra. Tutti meritano
una citazione.
E adesso Liberi tutti. L’Arimo è
finito. E non è che si torna a giocare,
ma si esce dal teatro alle nostre vite, che tante
volte non sono affatto facili come un gioco. Ma
che si dipanano e si arricchiscono anche di pause
cercate e volute, di tempi paralleli di cui andiamo
a caccia come rifugi sicuri. Di luoghi, ricordi,
musiche e parole che ci rendono un po’ più
belli. Al prossimo Arimo, per chi lo vuole. Per
chi si vuol fermare e sorridere. Almeno per due
ore.. |