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BiELLE Concerti
Max Manfredi e Marco Ongaro a Breno
Chì è lo sciamano e chi lo showman?
di Lucia Carenini


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Ci sono luoghi magici, che ti prendono, ti stregano, ti coinvolgono e ti trattengono. E ti fanno perdere nella loro perfezione. E ci sono voci magiche, che ti affascinano, ti seducono, ti blandiscono e ti trasmettono emozioni. Quando due voci magiche risuonano in un luogo magico, è l’incanto.
Questo è successo sabato sera a Bienno, dove nella splendida cornice del Santuario della Minerva, nell’ambito del Festival “Dallo Sciamano allo Showman” hanno cantato Max Manfredi e Marco Ongaro.

Magico, si diceva, il luogo. Un anfiteatro naturale, tra un fondale di roccia e un’ansa del fiume Oglio, dove già i Celti celebravano i loro riti e dove i Romani costruirono un santuario per il culto delle acque dedicato alla dea Minerva. Dei primi resta un’ara sacrificale, dei secondi il perimetro del tempio, alcuni splendidi pavimenti a mosaico e lei, la statua della dea che osserva altera. Splendida nella sua perfezione marmorea.

In tutto ciò, loro, le magiche voci. Le due targhe Tenco, la premiata ditta Manfredi-Ongaro. Genovese il primo, di Verona il secondo, sono amici da sempre, tanto da dedicarsi l’un l’altro una canzone. Per il Festival imbastiscono un concerto-spettacolo su misura, dove si alternano e si fondono, si scambiano i ruoli, si divertono e fanno divertire. Non senza spingere a tratti alla riflessione, stimolando – caratteristica della miglior canzone d’autore - la parte attiva di chi fruisce dello spettacolo.

I due artisti passano senza soluzione di continuità dal lato sciamanico a quello showmanico, in un elegante slalom tra canzone e recitato, tra sberleffo arguto e riflessione profonda.

Così Manfredi-showman si astrae dalla sua parte sciamanica ed estrae dal cappello il suo lato umoristico, proponendo al pubblico i suoi (purtroppo) poco noti falsi d’autore, parodie di canzoni che giocano sul lato comico, ma si prestano facilmente a un secondo livello di lettura. Come “Mi sono innamorato di Tex”, che giocando sui personaggi e le forme del celebre fumetto racconta dell’adolescenza perduta e “L’uomo miscio”, che sull’onda di un improbabile Aznavour racconta in modo tragicomico il fallimento finanziario e sentimentale di un uomo.

Ongaro racconta delle sue canzoni scritte e mai pubblicate, si definisce «Il primo cantautore postumo ancora in vita» (e non a caso un suo cd si intitola Archivio Postumia). Poi ce ne regala molte, delle sue canzoni, anche lui scivolando tra la sua anima mistica e la sua anima umoristica, a tratti sostenuto dalla mimica e dal controcanto di Max.

A metà dello spettacolo, i due si lanciano in un recitato a due voci che si (pre)occupa delle rispettive città d’origine: Verona e Genova. Ongaro stigmatizza il razzismo e i provvedimenti da sceriffo del vecchio west dell’amministrazione veronese, arrivata a inserire un bracciolo centrale alle panchine di modo che I barboni non ci possano dormire; Max affronta il degrado ambientale della sua Genova in cui trionfano I ben noti otto topi per ogni cittadino… e, a suo dire, i meno noti otto cantautori per topo.

Ma la serata non è fatta solo di parole; anche la musica ha il suo peso. E se Max è un ottimo chitarrista, capace di ricamare arpeggi sopraffini e le dita di Marco volano veloci sulla tastiera, a intessere il tappeto sonoro di fili pregiati ci pensano la chitarra di Matteo Nahum (storico componente della "Staffa", il gruppo che accompagna Max Manfredi) e il sax baritono di Bruno Marini, jazzista di fama internazionale prestato alla canzone d'autore in esclusiva per Marco Ongaro.

Il tempo passa veloce e nè il freddo nè l’umidità della notte scollano il pubblico dale sedie. Spento l’ultimo applauso, rimane la Minerva a occhieggare. Un’altra forma di rito si è compiuto ai suoi piedi. E lei ne sembra felice.

Sul web

Max Manfredi sito ufficiale
Marco Ongaro sito ufficiale
Presentazione del 20-08-2008
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