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Gli speciali di BiELLE

 


E così questo è il nuovo disco di Max Manfredi. A chi piaceva piacerà ancora di più. A chi non piaceva, continuerà a non piacere. Perché Luna persa è tutto il Max che già conosciamo, e qualcosa di più. Sono 12 canzoni più una bonus track e sembrano le alzate di una scala. A una canzone verticale corrisponde una orizzontale: a un brano melodico e ammaliante, segue un brano più ispido e difficile. Se da un lato si può appoggiare il piede con tranquillità, dall’altro bisogna alzarlo e l’ostacolo può anche apparire arduo. Ne consegue un disco a due facce, che coprono alcune delle prospettive dell’autore. Potrebbero anche essere una facciata A di brani morbidi e suadenti e una facciata B di pezzi meno placati. Ma le perle sono sparse, su entrambi i lati. (segue)

Non è un disco che si lascia avvicinare facilmente. È scostante, impegnativo. Ti chiede attenzione, sensibilità. Ti chiede il coraggio di affrontare anche l’eccesso. Ma se glielo concedi ti avvince, ti conquista, ti seduce. Tanto da non voler smettere di scendere dal lettore, perché ogni volta scopri un angoletto nuovo, un’immagine che ti eri perso, una trovata che non avevi notato. Diavolo di un Max. A sette anni dal suo ultimo disco di inediti ne aveva di cose da dire. E non si è di certo frenato. Non è un disco in cui domini il levare. Se cercate minimalismo, girate alla larga. Questo è un disco straordinario. E uso questo termine nel senso etimologico, perché dentro non c’è nulla, ma proprio nulla di ordinario, percorso com’è da una contradditorietà feconda. (segue)

Superfluo è confessare che l’emozione di avere finalmente tra le mani il nuovo lavoro del maestro Max Manfredi è tanta; emozione che si può ben comprendere anche considerando che il precedente lavoro in studio di Max risale al lontano 2001 e che già da quasi un anno a questa parte, sul suo sito trapelano notizie e anteprime riguardanti l’incisione dei nuovi pezzi. E’ quindi con la suddetta emozione e con una timorosa riverenza che mi appresto a inserire il cd fresco, fresco di stampa nell’apposito lettore.
Il primo ascolto è spiazzante. Spiazzante per tanti motivi, primo fra tutti perché è un disco che non si riesce ad inquadrare. Luna persa è un disco incredibilmente eterogeneo, che spiazza l’ascoltatore a ogni traccia in equilibrio instabile tra gli echi elettrico-apocalittici di “Max” e lo spirito acustico-mediterraneo del successivo disco. (segue)


I legami con la tradizione

di Fabio Antonelli

Nulla è lasciato al caso in Max Manfredi, per questo se il nuovo “Luna persa” che dura più di un’ora e contiene undici pezzi inediti, si apre con un frammento di soli 19” del canto tradizionale “Au claire de la lune”, forse è lì che è possibile trovare la chiave di lettura di questo nuovo lavoro. Penso che questa scelta “bizzarra” debba essere letta come l’intento di collegare l’intero contenuto di questo prolifico disco alla tradizione, ad un passato che non si cancella, non si rinnega, ma che in Max è rielaborato, introitato per essere digerito e trasformato in un qualcosa di totalmente nuovo, sfolgorante in cui però, se si presta la dovuta attenzione, sono ancora riscontrabili i legami con la tradizione, come se dal passato si generasse non tanto il presente, ma un possibile scenario futuro della canzone d’autore. (segue).


Max per Max

La luna è la lampada della notte, dicevano i vecchi poeti. Con l'inquinamento e le luci parassite resta una macchia di un vago colore scuro, "perso", appunto: un color misto di purpureo e di nero, ma vince il nero. Ma tutto naufraga nei cieli rossastri della periferiadei quartier-dormitorio, incubatori di sogni indotti. Il mio disco parla di questo? Non so, so che parla anche "da" questo. Il mio disco parla (ma parla in musica, e quindi non c'è da fidarsi troppo) di lune perse, reduci, spettri, impiegati senza trincea e soldati senza lavoro, persi nelle spiredi una burocrazia ugualmente ottusa e violenta, di uomini e di


donne che esistono in barba a tutto questo, abbarbicati a tutto questo, si abbandonano e si cercano, si incantano e si disincantano; parla di musica necessaria come pane e parole tanto affamate da mangiarsi il traduttore. Figure di ricordi infantili, , quindi avventurosi. Taverne ungheresi degli inizi del '900. Satelliti artificali e vino resinoso, Viaggi di pendolari e pellegrinaggi. Parla della realtà che diventa cinema e del cinema che diventa realtà, del sortilegio e del malessere di questa trasformazione. Parla dalla trista scalata al niente che rende aggressivamente televisiva ogni esistenza, della voglia di un buen retiro che sbiadisce su un fragile fondale teatrale.(segue)
Max Manfredi

Color Luna persa, a cura di Davide Vedovelli

D: Perché “Luna Persa”?
M: "Perso" non è solo il participio passato di "perdere", è anche l'antico nome di un colore, una parola il cui uso è andato, appunto, perduto. Il color perso, e son parole di Dante, sta tra il porpora ed il nero, ma vince il nero. E' un colore indistinto, demoniaco, che vedo come la tinta dell'inquinamento metropolitano. Ora, la luna la pensiamo come una specie di lampada bianca, da sempre. Ma in questo caso diventa una macchia scura. Non può più indicare alcun cammino, e non c'è più nessun sentiero da indicare. Il labirinto si celebra da solo.
D: Qual'è il messaggio, il concetto o semplicemente lo stato d’animo del disco?
M: Dipende dalle canzoni. Ma quello che ho detto a proposito del titolo, credo sia già abbastanza indicativo. Questa cappa che inquina e strega luoghi e relazioni ha degli stralci, certo. Da cui si possono intuire panorami alternativi, e magari cantarne. La città è un palinsesto di epoche, architetture e intenzioni diverse; così son queste canzoni "antiche di giorni". O perché son vecchie, o perché son recenti. O hanno accumulato esperienza, o l'ho raccolta io.
D: Perché oggi servono i cantautori? E a cosa servono?
M: Non bisogna chiederlo a loro (a me, in questo caso), ma a quelli che si ostinano ad ascoltarli, a cercarli, ad amarli, e sono legione. Per me le canzoni - degli altri, o le mie - son sempre servite a cambiar aria, navigare al largo, oppure prendere case in subaffitto suburbano e sentire che musica si faceva. Sviano dalla tua vita, e, nello stesso tempo, te l'accompagnano. Come la droga, la religione, il cinema. L'amore.
D: Sei uno tra i cantautori più stimati dalla critica e dal pubblico. C’è stato un momento in cui hai pensato di ambiare mestiere? Se sì, cosa ti ha fatto cambiare idea?
M: Non saper far altro. Però ho fatto lavori paralleli, dalla musica antica a quella popolare.
D: il tuo vizio preferito?
M: Quasi tutti hanno il loro fascino. A parte l'avarizia, che trovo triste. Alcuni vizi possono essere piacevoli, e forse è meglio rivolgersi a quelli. L'ira, ad esempio, non è molto piacevole, e neppure l'invidia. Ma il problema dei vizi è che non è facile perderli, o, quantomeno, vanno sostituiti con una virtù, che altro non è che un vizio truccato. E, spesso, ugualmente dannoso.

Max Manfredi : "Un mio disco? Circostanza astrale"

Allora Max, ci siamo arrivati a Luna Persa! Abbiamo dovuto aspettare qualche anno, ma ci siamo. "Sì, abbiamo dovuto aspettare la circostanza astrale favorevole all'uscita di un disco mio". E sono dovuti passare quasi sette anni dall'ultimo. "Se consideriamo L'intagliatore di santi sono passati sei anni. Poi nel 2004 è uscito Live in blu, il disco dal vivo". Come ti è sembrato tornare al disco? Avere in mano l'oggetto che effetto fa? "Intanto l'oggetto vero e proprio non l'ho ancora, in quanto non è ancora uscito. Ne ho una copia masterizzata. Non solo, ma dopo averlo registrato l'ho sentito pochissime volte". Sono canzoni dell'ultimo periodo tranne Luna Persa o risalgono più indietro nel tempo. "No, sono come sempre canzoni che possono anche risalire a una ventina di'anni fa oppure possono essere nuove, nel senso di pochi anni o pochi mesi. La più recente? "La più recente credo sia Aprile". La prima sensazione ascoltando il disco è che sia composto di canzoni verticali e orizzontali: ispide e morbide. "Questa è bella ma me la devi spiegare". Normalmente si mette un brano lento e uno mosso. Tu ne hai messo uno più intimista e uno più introverso. "C'è del vero in quello che dici, ma è più una questione musicale che concettuale. Ci sono brani più ritmici e veloci e altri più lenti. Il veloce ci dà pèer forza un impressione di forza, di rabbia, un effetto cinematico, mentre il lento dà un'immagine di dolcezza". (segue)

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