Piccola
premessa:
Questo approfondimento non vuole esercitare
paragoni, né tantomeno sopravvalutare lo sfortunato cantautore
che mi è capitato fra le grinfie. Vuole essere soprattutto
una riflessione costruita sulle somiglianze, sulle coincidenze,
sulle espressioni comuni...
La descrizione di una varietà di spunti (voluti o meno),
di esperienze (felici o sguaiate), ereditata senza notaio da precedenti
artisti, da ruderi o da semplici insolazioni.
Del resto anche gli acari nei materassi sono influenzati dalla
storia dell’arte, magari non letta ma senz’altro vissuta.
Buona
lettura!!!
Approfondendo per motivi di studio la storia
e la letteratura medievali, mi sono reso conto che diverse opere
e qualche autore erano parte della mia memoria non tanto per gli
spezzati di studi classici che ho alle spalle, quanto per il libro,
i cd e le tramandazioni orali che ho di Max Manfredi.
Non c’è bisogno di chiamare in causa il DIES IRAE
di Tommaso da Celano che oltre ad essere citato è ben ambientato
nella canzone “Cattedrali”. Basti pensare ai soli
personaggi che popolano il tragitto artistico di Max, da lui reinventati,
presi a spunto, rivitalizzati. Primo fra tutti Tristano, che oltre
ad essere il protagonista di una delle sue splendide canzoni inedite,
è anche citato nel suo libro “Trita provincia (novella
discreta)”. Chissà se è il Tristano che il
poeta anglonormanno Thomas d’Angleterre racconta nel 1170,
nel suo poema Tristrem (in Francese antico) di cui ci sono giunti
3000 versi, o se è quello del poeta giullare Bèroul
(XII secolo) in un poema che ne conteneva 4500 di versi (sempre
in Francese antico)? Azzardo una ipotesi. Forse si tratta del
Tristano di Goffredo di Strasburgo, rimasto incompleto e integrato
da aggiunte di poeti tedeschi posteriori, tra cui la significativa
integrazione di Ulrich von Turheim che aggiunse la scena in cui
Re Marco perdona i due amanti. Questa supposizione oltre a nascere
dal nome dell’autore (GOFFREDO) che è uno dei personaggi
nella novella di Max, nasce più che altro dalla frase con
cui l’autore genovese liquida Tristano a pag. 39: “…l’intera
alberatura della nera nave di Tristano che fa giacomo giacomo…”.
Quel “giacomo giacomo” infatti ricorda il Tristano
umanizzato da Goffredo che incarnò in lui le aspirazioni
laiche della cavalleria germanica. In “Trita provincia”
Tristano è colto nel bel mezzo di una similitudine ma è
anche descritto nella sua completezza (con una sola frase!!!).
Il fatto che morì di dolore più che di malanno,
perché sua moglie mentì sul colore delle vele (dicendogli
che erano nere), spiega al meglio come Max in una frase e nella
precisione dei “giacomo giacomo” abbia fatto intendere
ai suoi lettori come quella nave rappresentasse un’estensione
di Tristano e la sua vita fosse vincolata ad essa. Queste tuttavia
sono solo supposizioni.
Ma c’è
di più. Max Manfredi è altrettanto raffinato quando
si tratta di scegliere gli pseudonimi.
Prendiamo “Ventadorn” con cui si firma nel suo sito.
E’ palese l’accostamento con Bernart De Ventadorn
che nella sua “Canzone dell’amore negato” (meglio
conosciuta come La Lauzeta cioè La Lodoletta) dispiega
il “gioco” dell’amore cortese con frasi del
tipo “…quando nei suoi occhi lasciò specchiarmi/
in quello specchio che tanto mi piace…”.
In quello specchio in cui gli occhi dell’amato sono quelli
dell’amante, inizia il processo di identificazione del soggetto
amante col soggetto amato. Chissà se è lo stesso
processo che avviene in Max col Medioevo?
DUE “JAN” NASCOSTI NELLA CANZONE DI LEIDA
Leida è
una città dell’Olanda meridionale. E’ l’antica
Lugdunum Batavorum dell’epoca Romana. Ebbe i diritti di
città nel 1266 e venne governata fino al 1420 dai burgravi,
rappresentanti delle corti d’Olanda. Celebre per l’assedio
che subì da parte degli Spagnoli dal maggio all’ottobre
del 1574 (ma qui sforiamo uscendo quasi di un secolo dal Medioevo).
Quello che ci interessa è lo sviluppo della città
in due fasi particolari: il secolo XIII e il secolo XIV, delle
quali resta parte del muro perimetrale (una parte risale a periodi
successivi in particolare al XVII secolo). Di questi due periodi
abbiamo infatti due immense testimonianze: la chiesa di S.Pancrazio
(Hooglandsekerk), grande edificio tardo-gotico brabantino a tre
navi e la chiesa di S.Pietro (iniziata alla fine del 1300 e compiuta
nel 1500).Chi conosce minimamente Max non può non conoscere
la passione che ha per il GOTICO.
Ma veniamo alla canzone che si intitola “La vera storia
di Jan di Leida”. Tralasciando i parametri di valutazione
tradizionali che si sono applicati su questa canzone. Che hanno
tradotto la canzone tramite le sole indicazioni date dall’artista
nel suo prologo introduttivo:
“Germania
del 1500…
La riforma protestante di Lutero va diffondendosi…
Un gruppo di fanatici… detti anabattisti… fonda il
regno dei giusti…
Il sarto e il saltimbanco Jan di Leida decide di travestirsi coi
panni del messia…ecc.”
Mettendo
l’accento solamente sull’ambientazione del racconto
si esclude il Medioevo (basso) se pur di poco (sempre che si consideri
il 1492 come data simbolica della sua fine, nel caso si prenda
a data simbolica la morte di Dante nel 1321, lo si esclude di
parecchio) da questa canzone.
Se invece
ci concentriamo sulla città di provenienza e sul nome Jan,
non possiamo non ricordare due artisti fondamentali: i pittori
Jan Steen e Jan von Goyen, entrambi di Leida. Perché scomodare
due pittori che fra l’altro col Medioevo c’entrano
poco in termini biografici?
Perché valutando le loro opere ho avuto l’impressione
che alcune di esse siano copertine fatte su misura per le canzoni
di Max.
Mi spiego:
Jan von Goyen
nasce a Leida nel 1596, è considerato uno dei massimi rappresentanti
nell’ambito della raffigurazione di “marine”
e “paesaggi fluviali”. E’ strettamente legato
a Jan Steen da una parentela (Goyen è il suocero).
Jan Steen oltre a essere influenzato dal suocero è un grande
studioso della pittura Veneziana cinquecentesca e di quella di
Callot. Predilige la raffigurazione di soggetti religiosi, mitologici
e storici (e qui rientra dalla finestra il Medioevo).
Se dovessimo
dividerli in canzoni potremmo affidare al primo “Va a dormire
Europa”, “Tabarca”, “Il molo dei greci”,
solo per citarne alcune.
Per il secondo potremmo citare “I segni della fine”,
“La vera storia di Jan di Leida” per il carattere
storico; e per quello religioso “L’intagliatore di
santi”, “Cattedrali” ecc.
Alcune opere:
Jan von Goyen
Jan Steen,
autoritratto come suonatore di liuto
Vi ricorda qualcuno in particolare? (oddio, ma è Max!!!)
In altri siti c’è scritto che somiglia a De Andrè,
ma credo che questo accostamento sia dato dallo strumento suonato
e dalle gambe accavallate.
IL DOLCE STIL MAX
(Origini)
I generi
letterari e gli artisti che li creano, non nascono come funghi.
Sono le leggi dell’arte che col tempo si fanno rispettare
a dettarne lo sviluppo. Una delle tante è quella del soggetto
(il primo obbiettivo, che ne genera lo spunto). L’artista
allo stato fetale non fa che raccogliere strumenti, tecniche,
materiali da levigare che col tempo a seconda del suo valore comunicativo
potrà lasciare. L’artista non è solamente
“un anticorpo che si crea la società contro i poteri”
(come diceva De Andrè), è anche un artigiano che
oltre ad occuparsi degli oggetti che costruisce al presente, deve
tener contro di quelli che non potrà costruire in futuro,
deve riflettere sulle possibilità di vita che avrà
la sua bottega. Per questo non è solo importante comunicare
(per citare a metà Guccini), avere degli osservatori, entrare
nella vita della “gente”, è importante anche
avere qualcuno che apra il negozio il giorno dopo che ti hanno
sotterrato. Lasciare delle orme non significa calpestare una parte
di suolo da soli, significa bensì affermare il proprio
percorso nel tempo anche tramite le testimonianze di altri bottegai,
che magari alle sedie a dondolo che fabbricavi ci hanno aggiunto
un fiocco e gli hanno cambiato nome: ma il concetto di base è
che quando si parla di sedie a dondolo col fiocco o meno, si sta
parlando di te. In questo concetto c’è molto Max
Manfredi, uno che quando lo nomini spunta la litografia di De
Andrè alle sue spalle, ma che non si è limitato
ad aggiungere un fiocco alle opere degli artisti che son’
venuti prima di lui, probabilmente non ha usato nemmeno gli stessi
strumenti e nonostante questo è riuscito a valorizzarli
ulteriormente, sviluppando uno stile che è più di
un carattere e molto meno di un’ossessione. C’è
molto Max Manfredi anche nelle persone che non hanno mai ascoltato
una sua canzone e magari si sono orientate su altri autori, semplicemente
(e di questo sono sicurissimo) perché in maniera trasversale
qualcosa gli è arrivato. Come c’è qualcosa
di Dante in chi si è studiato Shakespeare, c’è
molto di Max in chi si ascolta i recitativi di Capossela durante
i concerti. Che poi Vinicio non lo dica o addirittura non ne sia
consapevole, perché magari ha assorbito anche lui in maniera
trasversale l’influenza di Max, non dimostra niente.
Probabilmente questo potrebbe venire dal fatto che Max è
arrivato (se lo è mangiato per quanto lo ha assorbito senza
perderne in originalità e incorrere in alitosi) a Tom Waits
un po’ prima del Minotauro (nel suo caso l’alitosi
è tutt’ora presente). Che poi alcune somiglianze
siano volute o meno, conta poco, quello che conta è che
ci sono. E che fra Max e Vinicio, Vinicio riempie gli stadi, Max
riempie gli artisti come Vinicio (che a sua volta condiziona,
caspita!)
La forza propagatrice del germe manfrediano la si percepisce quando
si parla di canzone con qualche addetto ai lavori: e’ difficile
trovarne uno che risponda “Max chi?”, questo solo
per dire che è una tappa obbligata sia per costruire che
per distruggere.
Se De Andrè rappresenta i classici della Letteratura Greca,
Max Manfredi grazie ai Severino Boezio che possono essere i vari
Paolo Conte, De Gregori, Guccini, Gaber, Gaetano ecc. (mi scuso
con gli artisti lasciati in sottinteso), rappresenta senza dubbio
il creatore di un nuovo stile che ci si augura spiani la strada
a tanti: Il dolce stil Max.
Sviluppo
Veniamo ai
punti strettamente tecnici.E’ indubbio che alla base del
Dolce Stil Max ci sia una permanenza condivisa su due staffe (fra
l’altro il suo gruppo si chiama proprio “La staffa”)
: l’equilibrio fra due visioni. La prima staffa è
quella storico-sacra, la seconda è quella urbanistico-profana.
Ma non si tratta del doppio volto che hanno canzoni come “Bocca
di rosa”, si tratta di una caratteristica che hanno tutte
le canzoni di Max, nessuna esclusa. Anche quando parla di “pinnacoli”
o di “cori e navate di Cattedrali” inserisce allo
stesso tempo “Le bici dell’alba” o le “calze
listate di nero su gambe di vedova ballerina”. Uguale quando
parla di “Dei” che “concedono ai mortali il
profumo del bergamotto” inserendo più tardi i “cocainomani
con il naso fatto a tubo”. Oppure quando parla del “Re
degli abissi” e della “Flanella al bordello”.
Per concludere con i macachi che ballano a Tabarca (espressione
che sta ad indicare le pratiche masturbatorie a cui ricorrono
gli esiliati) che mette accanto a una promessa di matrimonio da
mantenere appena giunti a S.Pietro.
Forse è questo il bandolo che rende Manfredi così
particolare, possibilmente traducibile in una sorta di piramide.
Per il vostro (ma soprattutto mio) piacere cercherò di
spiegarmi usando il metodo platonico, applicato dall’autore
Greco per le anime non che per le classi:
MAX
MANFREDI
Storia
Linguaggio
Applicazione della storia tramite il linguaggio
Armonia fra
Storia, linguaggio e applicazione della storia tramite il linguaggio.
Mi spiego.
Platone per spiegare come l’anima discende al nostro mondo,
ha motivato il mito della biga inventato una parolaccia chiamata
Trianimismo. Asseriva infatti che l’uomo possiede tre anime:
La sapienza:
anima razionale
La fortezza: anima irascibile
La temperanza: anima che ha bisogno di sapienza e fortezza
Infine disse
che la giustizia è l’equilibrio fra queste tre anime.
Ed ha diviso
la società in classi seguendo lo stesso schema:
I filosofi che rappresentano la razionalità fanno le leggi
I guerrieri che rappresentano la fortezza le fanno applicare
I lavoratori (classe produttiva) rappresentano la temperanza e
applicano le leggi
E’
molto efficiente come metodo di valutazione, se pur in alcune
espressioni è un pochino fuori dal contesto in cui viviamo
attualmente, soprattutto per il fatto che nel suo mondo ideale
ha messo a governare i filosofi. Tuttavia come schema segue molto
l’idea stilistica che mi sono fatto di Max.
Non so se
i punti da me fissati siano gli effettivi parametri preparatori
delle sue opere, credo invece di averci azzeccato per quanto riguarda
i passaggi fra Informazioni, elaborazione e divulgazione, riscontro
fra l’informazione iniziale e quella che si è data,
armonia finale fra lo spunto, il procedimento di sviluppo e la
chiusura.
Conclusione
Amo molto
la musica e le parole di Max Manfredi. Devo comunque dire che
tramite gli studi effettuati e i collegamenti riscontrati con
scrittori, filosofi, pittori, cantanti ecc. ecc.
Ho rivalutato e non di poco la considerazione già ottima
che avevo di questo artista. Se prima lo consideravo un grande
autore, adesso lo considero anche un eccellente storico, che per
la questione citata sopra, degli artisti che tramite altri artisti
arrivano in maniera trasversale, svolge un’opera di divulgazione
non sottovalutabile.