Luna persa: La presentazione dell'autore (Max Manfredi)

La luna è la lampada della notte, dicevano i vecchi poeti. Con l'inquinamento e le luci parassite, resta una macchia di un colore vago scuro, "perso", appunto: un color misto di purpureo e di nero, ma vince il nero. Ma tutto naufraga nei cieli rossastri della perifeda dei quartieri dormitodo, incubatori di sogni indotti. Il mio disco parla di questo? Non so, so che parla anche "da" questo. Il mio disco parla (ma parla in musica, e quindi non c'è da fidarsi troppo) di lune perse, reduci, spettri, impiegati senza trincea e soldati senza lavoro, persi nelle spire di una burocrazia ugualmente ottusa e violenta; di uomini e donne che esistono in barba a tutto questo, abbarbicati a tutto questo, si abbandonano e si cercano, si incantano e si disincantano; parla di musica necessaria come pane e parole tanto affamate da mangiarsi il traduttore. Figure di ricordi infantili, quindi avventurosi. Taverne ungheresi degli inizi dei Novecento. Satelliti artificiali e vino resinoso. Viaggi di pendolari e pellegrinaggi.

Parla della realtà che diventa cinema e dei cinema che diventa realtà, dei sortilegio e dei malessere di questa trasformazione. Parla dalla trista scalata al niente che rende aggressivamente televisiva ogni esistenza, della voglia di un buen retiro che sbiadisce su un fragile fondale teatrale.E' un disco per tutti e per nessuno. Non è un lavoro per intellettuali o per innamorati, ma per quelli che hanno "intelletto d'amore".
Continuo a pensare che la canzone non sia soltanto una pratica artistica, ma un azzardo. Non è che uno vada a pescare pesci canzone,,, o a/raccogliere funghi canzone, o peggio a produrre trafilaticanzone. Il suo fascino per me sta proprio in questa doppia caratteristica, di essere ogni volta un avvenimento un invenimento e una tecnica, un'abitudine quotidiana ed una scoperta. Come arredarsi casa con materiale sottratto alle raccolte dell'immondizia. Una pratica spesso ardua. Come raccogliere l'acqua dai cactus. Come mangiare negli autogrili.

L'ORA DEL DILETTANTE

Una colonna sonora senza senso e ,senza oggetto, come la "gara" di cui si parla. "L'ora d e] dílettante" è la parodia di qualche trasmissione televisiva futuribíle che ha invaso l'íntero mondo sociale, mascherata da scimmia della merítocrazía e lotta per la vita.

La Ruota della Fortuna che celebravano ínorrídítí i chierici dei medioevo (ríciclata dai chierici della televisione modema) diventa rappresentazione consapevole e autocompiacíuta, giadiatoría ed incontestabile di una esistenza in lotta ed in gara con altre esistenze, con la cieca ed inutile vitalità degli scorpioni costretti in un cerchio di fuoco, che si affrontano e si uccidono tra loro, come nella scena iniziale del "Mucchío selvaggio" di Peckínpah. La domanda resta: chi ha tracciato il cerchio magico, chi trae giovamento da queste agoníe? Per la risposta, aspettare con fiducia la fine delle trasmíssíoní e la crocifissione pubblica degli sponsor.

IL REGNO DELLE FATE

Qui la cinepresa si sposta nelle stazioni, come punti límíte (non a caso si parla di "passanti" e di "cíntura mílanese'9 del ventre metropolitano. La "cíntura" è cerchio magico. Magica, stregata, è la cornice dei maxíschermi pubblicitari che, all'intemo dei punti nevralgici e nevrastenici della città, emettono senza fermarsi gli stessi movimenti cristallizzati, la vita d'ambra delle nuove divinità.

Ma la cinepresa cerca volti, corpi, atteggiamenti. Non le bastano le posizioni classiche del presepe, o dei resti e dei gesti lossílízzatí. Si tratta qui di scendere ad un livello inferiore, rimosso, rappresentabile solo con gli scarti di questa emeríta creazione. Un improbabile pífferaio guida le sue víttíme verso l'íncantesímo alternativo del delírio. La musica è un topolíno scappato via da un clavicembalo barocco abbandonato in una discarica.

TERRALBA TANGO

La "piccola passeggiata" dei poeta si riempie di ingombri. Nella piccola città non c'è posto per passi comodi, la sbronza ed il furore devono fare i conti con la gíncana dei ponteggí ed i buchi del terreno dissestato. E "le parole non sono di parola, non pagano da bere".

E' una vecchia canzone, non era nemmeno mia, era di un mio amico. L'ho ríscritta pensando ad una Grecía che non ho mai vissuto, ma di cui tanto ho avvertito la rísacca nei discorsi appassionatí e negli occhi dei miei amici, come nelle melodie del rebetíko e di grandi musicisti eliení. Però poi è venuto uno scorcio índefiníto, che molto deve alle immagini del nostro mare, come scenario di un incontro d'amore che è già distacco.

LIBECCIO

Un frullatore di figure, parole in libertà vigilante, una litania profana con la scusa di un vento ballerino ed entusiasmante, che fa danzare fino al largo, alla deriva dei pensíerí.

Ma anche un omaggio ed un auspicio ad una "città di correnti" (in senso atmosferico e non solo), la mia, sempre più invíschíata nei rischi di un letargíco embargo .

QUASI

Canta della giostra delle cose non finite, rimaste a metà. Molte di queste son cose d'amore. Canta del filmíno dell'amore, di cui siamo insieme schermi e proiettori, regístí, attorí, operatori e cassiere. E a volte ce ne andiamo prima che sia finito, magari perché era gratis ma in mezzo c'era una dimostrazione di pentole.

ZIMBALOM

Anche qui non si descrive ma si è descritti. Visioni e sensazioni in soggettiva di un immigrato slavo, forse un suonatore di zímbalom (forse). Il percorso è un tunnel che sbuca in un tombino. Ma se la via è la via di fuga, dalla fuga non c'è via d'uscíta, se non in un'altra fuga. La promessa coincide con l'allucínazíone, il senso di usurpazíone defl'esílío falsa le prospettive dei rituale.

APRILE

Un omaggio amarognolo a Odoardo Spadaro, inventore dei celebre "è primavera, svegliatevi bambine" » Ma qui si raccomanda alle bambine di non svegliarsi, anzi, di addormentarsi, o far finta, per scacciare dal sogno lo stesso ospite tanto più importuno quando promesso ed atteso. Scacciandolo dal sogno, si impara a convivere con la sua realtà. Un piccolo, peloso manuale di "consigli per le giovani" che non hanno alcun bisogno di consigli (e quale donna non è giovane?).

IL MORALE DELLE TRUPPE

Parla, in versi, dei mílítarísmo implicito pare in ogni organizzazione sociale. li palínsesto degli scenari si apre verso la Mitteleuropa dei Novecento, verso l'impero austroungaríco. Ma le scenografíe si mischiano fra loro: non solo i fondali di guerra, ma anche quelli di pace.

IL TRENO PER KUKUWOK

Eccoli, i pendolarí, i pellegrini dell'alba. La loro intenzione lavorativa è tradita dai teleíndícatorí delle stazioni, rígorosamente sbagliati. Uno di essi, quando lo vidi, evocava nella dicitura "Kukuwok", una destinazione fantastica, che mi ricordava il far west. Verso questa destinazione, i suoi sogni e i suoi trabocchetti ho voluto dirottare idealmente il treno dei miei pendolari di cui facevo parte ed assegnare loro (a noí) il ruolo dei rappresentanti di qualche nostalgica tribù.

LUNA PERSA

La canzone che dà l'album al titolo, composta sul finire degli anni ottanta. Un mediometraggio (rispetto alle dimensioni consuete della canzone, un kolossal). Una fuga continua nei labirinti di un'Europa da coprifuoco, reale o virtuale, o sotto l'effetto di droghe che sia. Due figure si intravedono graffíate sullo sfondo. Un padre ed una adolescente. Sono i protagonisti. Due balordi dove l'esistenza diventa, da peccato che era, reato. Inquínamento, satelliti artífícíalí, autostrade, lesioni di rícordi. "Tua madre che ballava nel fumo del níght e il grassone coi tight che la voleva vestita da schiava" ' E lo stare vicini non è solo urgenza affettíva: "Víenímí addosso che qui si gela". Spíegarla non è possibile. Ogni frase di "Luna persa" è una sentenza sapíenzíale frugata fra i barili dell'immondízía. Meglio, se si ha lo stomaco adatto, "godersí lo spettacolo".

Max Manfredi