|
Le evocazioni di questo disco nascono dalla voce e dal pianoforte.
C’è un’idea di intimità e di solitudine,
lontani i fragori, la mitologia, gli artifici. Ci sono brani che
crepitano vicino a un fuoco fatato, altri in una stanza realisticamente
assediata dallo scorrere dei tram. Tram che avrebbe potuto figurare
anche in copertina, parafrasando l’Alone in San Francisco
di Thelonious Monk. Monk in effetti, per il suo pianismo solo, potrebbe
sottendere a questo lavoro, e per il suo arrangiamento per fiati
di “Abide with me”, “Sopporta con me”, un
titolo che si potrebbe quasi usare a didascalia. E del resto la
forma dell’inno - e del cerimoniale - è più
volte ripresa. E’ DA SOLO un disco di inni, per quando la
battaglia è già passata ed è stata anche già
persa, ma ne conserva l’epica e talvolta l’atteggiamento.
DA SOLO è nato in poche settimane, nella solitudine della
casa con vista sulla Stazione Centrale. Arrivava quasi l’inverno
e accanto al pianoforte restavano alcuni taccuini neri e quaderni
a righe di scuola pieni di appunti. C’erano sopra un po’
di conti da regolare, questioni personali, perché questo,
a differenza degli ultimi lavori, non è un disco mitologico
o di fantasia, o di storia geografie e scienze. Non c’è
il coup de cannon di “Bardamu”, ma ci sono le regole
d’ingaggio con cui si uccide sull’Eufrate. Non c’è
l’America leggendaria del West, ma quella desolata di oggi.
Ci sono questioni di carattere, ad esempio mettere a fuoco quanto
si è stati incapaci di essere sinceri, quanto ci si sia sempre
protetti dietro delle ombre e quanto si abbia brancolato tra esse
nel cercare l’altro, più per desiderio muto che per
consapevolezza. Ma non è un disco malinconico, non c’è
piagnisteo. Le lacrime, quando ci sono, sono asciutte e calcinate
dal tempo, da poterci costruire sopra. C’è una visione
fatta di consapevolezza e a volte anche epica.
Diversi di questi brani ruotano intorno al relazionarsi verso le
cose più grandi di noi, l’unione, la guerra, la distanza,
trovare le parole, perderle, il cielo, il silenzio, l’America,
la clandestinità, la verità, i rapporti. E le diverse
angolazioni da cui sono visti i suddetti rapporti.
E poi diversi temi personali, come per esempio quello della clandestinità,
questa tendenza a nascondere la propria vera natura e a doversela
svignare per essere, per iniziare ad affrontare quel cammino. E
anche i fuochi della gioventù ci sono, ancora prossimi, da
sentirne il calore. C’è l’amore, quello amorevole,
che quando è perso lascia orfani, e la strada nuda dallo
sguardo e si può affidare solo al paradiso dei calzini, per
avere qualche possibilità di ritrovarlo.
Oppure si può sperare di incontrare Il gigante e il mago,
un genere di miracolo che può accadere solo quando si rimane
da solo, appunto, e in una volta e in una stanza, si è diventati
grandi.. le creature che hai dentro fin da piccolo, e che la strada
a volte ti regala se sei pronto per l’incanto. Creature che
camminano nel buio e cercano di tenere accesa dentro la fiammella
della loro innocenza e della loro umanità, tra apparizioni
disumane.
E c’è anche modo di omaggiare il buon umore invincibile,
le camicie col taschino da tabacchino, il fischietto di Vincenzino
Cinaski, i quattro passi nel quartiere in una giornata di sole trovata
da solo, in modo da non dovere ringraziare nessuno, se non il sole
stesso.. fischiettare alle ragazze e però rimanersene al
tavolo seduto, non inseguire niente, né botole ne imbuto..
diventare grandi portando con sé tutto il piccolo, tutto
il sogno, e tutto il salvabile insomma.
Tutto questo è fantasticare.
Invece, la morte, nella guerra per esempio, non ha niente di epico.
E’ solo un’esplosione quando non te l’aspetti
e pezzi di carne e macelleria. Nient’altro. E’ questa
crudezza la violenza, ed è impersonale perché mediata
da qualche strumento, da un comando a distanza, da un radar, da
un cannocchiale di precisione. Questo è la canzone lettere
di soldati, la fine di ogni epica. L’unica cosa non meccanica
è quel momento più grande delle vite, quando la vita
si allarga in un pensiero e cerca di raggiungere i tuoi cari e l’universo
che per te non è niente, senza di te. Ed è il momento
in cui si scrivono le lettere d’amore, l’unica cosa
un poco grande in un mondo che ancora costringe alla meschinità
di continuare a uccidersi, piccoli e armati.
E infine l’America, che sventola la sua resa nel silenzio,
il grande silenzio senza corpo d’America. La nazione nuova
che si era posta a guida del mondo è un grande magazzino,
un grande mall che trasforma tutto, le vite dei suoi cittadini per
primi, in mercificazione, in grande distribuzione. Nel ribollire
apparente dell’informazione è il suo silenzio senza
rimedio. Sventolano sempre bandiere in America, spesso nel silenzio,
in ogni angolo ce n’è una. Bandiere che sembrano troppo
chiassose mentre sventolano sui funerali dei corpi tornati dall’Iraq,
sui campi verdi perfettamente rasati dei cimiteri. Sventolano nel
silenzio, rotto dalla fanfara della banda che suona sempre con la
grazia sgangherata dell’Esercito della Salvezza.
Musicalmente il disco è costruito in maniera quasi filologica.
Il piano e la voce sono da soli, al centro, e intorno, a fargli
a volte da coro a volte da ombre, da tintinnio, da ambiente, da
aria e da cappotto, una serie di strumenti, a volte inconsistenti
( bicchieri, theremin, sega, toy piano, riverbero degli archi) a
volte fantastici ( il mighty wurlizer, l’optigan, il mellotron)
a volte corali (le ance da “Salvation Army”, gli ottoni),
i fiati che si dispongono insieme alla grancassa attorno al piano,
assentono, scuotono la testa e gli danno ragione. Sezioni di ance
o ottoni, quasi ferme, come fossero dei cori umani da chiesa quacchera,
da cantare alzando le voci, o a bocca chiusa, col cappello tenuto
nelle mani giunte. E’ stato come realizzare 12 piccole miniature
sonore, di modo che ogni brano avesse la sua Chiesa in cui alloggiare.
A coronamento di questo lavoro, quando il disco era già finito
e missato, è venuto un viaggio verso il West dell’America,
e in quel viaggio la lettura dei “Racconti dell’Ohio”
di Sherwood Anderson, e tutta quell’America biblica e rurale
fatta di piccoli villaggi e di pulsioni nascoste, una specie di
“Spoon River” dei vivi, che ha portato alla scrittura
un ultimo pezzo, tra le camere dei motel guidando verso ovest. Si
intitola la faccia della terra, perché solo quando “si
è soli” si usa dire “sulla faccia della terra”.
Una volta arrivati a Tucson, il brano è stato registrato
così, al suo primo vagito, assieme ai Calexico e alle loro
camicie a quadri. Il suono e il registro letterario di questo pezzo
sono piuttosto diversi dagli altri, ci sono ruggine, chitarra e
polvere, e un testo che parla di solitudini e di intrecci tra gente
dai nomi biblici.. Di tutti questi uomini e donne che continuano
a intrecciare le costole tra loro e a lasciarsi ciechi storpi e
soli.. insomma suona diverso, in un disco per la prima volta organico
e quasi circolare, però è come lo sbuffo della balena..
è fuori, nell’aria, ma viene dalla balena. Dunque è
stato tirato a bordo, ispido e pieno di polvere com’è.
I brani che ho scritto sono tutti originali, ad eccezione dell’ultimo,
non c’è disaccordo nel cielo, che riprende il titolo
di un vecchio inno composto nel ’14 da Frederick Martin Lehman,
uno specialista del genere, ne ha scritti molti, armonizzati spesso
dalla figlia. Pare che abbia scritto questo brano mentre si trovava
in gravi ristrettezze economiche, forse per quello ha alzato gli
occhi al cielo e ha pensato, almeno lì non ci sono disappointment,
né canzoni in mi minore.. ho ascoltato questa canzone nella
magnifica versione di Jimmy Scott presente sul disco Heaven. Il
testo non è la traduzione dell’originale, ma il mio
modo personale di sentire l’argomento. Un cielo a portata
delle preghiere di tutti, che forse ci accoglierà e forse
si farà trovare vuoto, ma dove finiscono di sicuro tutte
le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori.
Vinicio Capossela, ottobre 2008
|
|