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Milano, 17 dicembre 2007
Promemoria d’intenti per la registrazione di un nuovo disco*
Titolo provvisorio...Solo (on la strada)
Idee di realizzazione dei singoli brani:
Il gigante e il mago
Un cerimoniale, per il carattere fatato e un po’ illusionistico
da vecchio circo e mondo dello spettacolo. Sarebbe bene arrangiarlo
con un Mighty Wurlitzer, un grande orchestrione per sonorizzare
cartoon e film muti e unirlo anche a un quartetto d’ance,
da esercito della salvezza che celebra l’inno d’apertura.
Però è anche un brano che nel finale si slega e ricorda
alcune cose dei Pogues.. una baraonda fatata insomma. È un
brano molto lungo, di ben 8 strofe, che sarebbe bene diversificare,
e che permettono un arrangiamento che cresce e tende ad enfatizzarsi
nell’andare avanti, fino al raddoppio ritmico nello strumentale
da saloon, con il can can di all’inferno voglio andare…
L’ultimissima strofa torna invece a una dimensione da giocattoli,
quando non li vede nessuno, come nello Schiaccianoci..
Vetri appannati d’America
I bassi del piano in evidenza come certi brani dell’ultimo
Johnny Cash, un rumore di tergicristalli, una piccola sezione da
“salvation army”, una voce da tenore da aria d’America
d’inizio secolo, l’arpetta di Asso. Il theremin, una
piccola sezione ritmica, piatti e grancassa e timpani, per mariani
e soldati, forse una sega, una tromba da silenzio. Forse tubular
bells.
Il brano deve dare l’idea di questo silenzio d’America,
questa America esausta, dove non succede più niente, e dove
forse una volta è successo. Quest’America infinita
di centri commerciali, industrie dimesse e alcolisti anonimi, e
i loro 10 punti che sostituiscono i 10 comandamenti, e il Vangelo.
Qualche eco di Morricone, ma insomma epica desolazione.
Sante Nicola
Crepitio di fuoco, dare l’idea del freddo, un freddo fatato
però, perché nel freddo e nello squallore di una stazione
e di un bidone di fuoco, succede il miracolo di Sante Nicola, che
arriva e porta in dono le parole, il dono di sapersi parlare, di
trovare le parole, e dirsele finalmente queste parole d’amore.
Dato che il santo proviene dal mondo slavo si potrebbe richiamare
l’aspetto fatato della musica russa. Usare il cristallarmonio,
archi pizzicati, celesta, l’arpa, la sega, la melodica.
Lettere di soldati
Il brano si regge su questo tema minimale di piano, tempo due su
tre. Questo infantilismo del piano può anche essere sottolineato
da un glokespiel o toy piano, sezioni di ottoni che riprendono l’andamento
dei bassi e interventi di campionatori, sentire in alcuni punti
il pulsare del cuore nelle orecchie. Il pulsare del sangue.
La canzone è ambientata nell’attuale conflitto, ma
la tematica è più ampia. Il tema sono le lettere di
soldati, la loro piccola impotenza pur nel giocare, nella normalità
della morte, con l’enormità della vita.
In clandestinità
Brano con un’epica quasi beatlesiana, con rimandi anche a
“Bird on a wire” di Cohen.
Qui si deve sentire l’epica e il freddo dell’alba livida
a cui ti riserva la clandestinità. Un gracchiare di corvi,
forse. Qualcosa di vittoriano, nel tema e nel ritornello ...abbraccio
sottobraccio... in cui la musica si deve un po’ gonfiare,
alzarsi il bavero, farsi maschia. Tutto l’indugio, la condizione
di stallo di chi ancora non sa prendere a testa alta la propria
strada, anche miseranda, e arrivare alla libertà –
dalla clandestinità. Tutto questo viene espresso dalle strofe,
che sono un incrocio melodico tra un inno e una nenia. Quindi fiati,
strumenti come il fagotto, il flauto oltre ai più tradizionali
tube e ance. C’è anche un vecchio spot cantato della
Pall Mall, che si potrebbe usare, come intro…
Giornata perfetta
Il pezzo del buon umore. Se ce l’hai è il pezzo giusto,
se no te lo fa venire. La giornata perfetta è un attimo prima
di ciò che si desidera, l’attesa più prossima.
Lì si fischietta spensierati, a passo di tip tap..fresco
d’aria di colonia, l’aria mi bacia e sogna.. Quindi
un po di Fred Astaire e Ginger Rogers, e di pura spensieratezza
musical, un po’ di Monk ottimista e divertito nel piano, e
poi un idea sarebbe arrangiarla tutta per voci..
Uah uah da trombe con sordine, fatti anche a voce, da Quartetto
Cetra, però che sembri un’orchestrina. Il tip tap e
la ritmica fatti da human beat box, qualche apertura glissata di
clarinetti alla Gershwin e fischio di bocca, aria ai polmoni.
Dall’altra parte della sera
Un brano da vecchia america ferroviaria, da piccolo mondo di “Spoon
river”, da mistero della luce che cade da un emisfero all’altro
del pianeta. E’ una storia tinta di nero, che ha un suo mistero,
non del tutto spiegata. Contrabbasso, molto stoppato alla rumena,
banjo, violino, anche con crine di cavallo, una piccola orchestrina
da bivacco sulla ferrovia, però non di cowboy, quasi ebraica
sefardita, rumena. Un clarino. Contattare Fabrice e la sua ghenga.
Il paradiso dei calzini
Metafora da canzone per bambini per la tragedia umanissima, e da
adulti, per il restare senza o non trovare proprio il compagno.
Dunque brano fatato e iperrealista. Il tema ha comunque un’aria
quasi importante, e sempre un po’ da inno, che se fossero
delle variazioni, questa sarebbe l’aria da cui nasce tutto
il disco. Affidare l’orchestrazione ai giocattoli di Pascal
Comelade, e sovrainciderla sopra a un pianoforte da unione dei calzini
anonimi.
Parla piano
Il brano ha una melodia vecchia, un po’ da Chet Baker, però
non ne vorrei fare una jazz ballad, se non nel senso del Joe Henry
di “Scars”. Musicalmente dev’essere un pezzo con
timbri scuri, sezioni di clarini bassi, o strane sezioni d’archi
specchianti. C’è un’apertura interessante nel
ritornello - che ti dà che ti dà... - quasi da seduzione
anni ‘60, alla Antonioni, che bisognerebbe valorizzare. Uno
si deve insomma ritrovare a cantarsela. Si potrebbero usare archi
un po’ alla Ogerman, e poi timbri scuri da percussioni sinfoniche,
un timpano appunto, e un disegno ritmico semplice e ostinato —
bum bum, tipo un “caravan” rallentato. Ance calde, chiaroscuri,
ma in realtà pochissima roba attorno alla voce che brancola
come una luce, nell’oscurità dei suoi sentimenti nascosti.
Orfani ora
C’è qualcosa di western nella canzone, ma non si sa
dove sia nascosta, in questo giro di piano. La melodia iniziale
e sottesa nel pianoforte, ma poi ci si appoggia su questo giro sul
basso di sol. ...siamo orfani ora... con questo re basso ribattuto,
un po’ alla maniera di “Out on the weekend” di
Neil Young. L’ambientazione sonora può essere fatta
dalla pedal steel guitar, e c’è magari una batteria
in grande stanzone, alla Joe Henry, un pezzo dove è importante
trovare gli strati giusti tra il piano e le chitarre. Un brano un
po’ american indie, ma con un piano con bassi come sentenze.
Forse anche qualche tubular bell..
Non c’è disaccordo nel cielo
Direi piano e cristallarmonio a fare da magma celeste. Forse echi
di altre cose, ma questo è.
Il brano è un’elevazione, una preghiera, che lascia
senza Paradiso. Il paradiso c’è perché ci è
stato detto di crederci, ma non dà nessun segno della sua
esistenza. Deve essere però il posto dove c’è
tutto il nostro tentativo di essere migliori, dove si può
raggiungere il bagliore intravisto da lontano.. la grazia , l’oscuro
segreto..
Ed è nel cielo, dove si sale nel vapore, leggeri. Ma non
si trova nessuno, a dividere il cielo con noi. Anche questo è
un inno. La musica è ripresa da un brano di tradizione gospel
magistralmente interpretato da Jimmy Scott nella versione solo piano
e voce contenuta nel disco Heaven, un disco tutto appunto sul cielo-paradiso.
Tonalità mi b.
*scritto a Milano il 16 dicembre 2007, due settimane
prima dell’inizio delle registrazioni di “DA SOLO”.
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